3 apr 2012

impronta idrica

1 miliardo di persone non ha accesso a risorse idriche sufficienti. 1 persona su 6 ha meno di 20 litri d’acqua dolce al giorno, fabbisogno minimo giornaliero pro capite per assicurare i bisogni primari legati all’alimentazione e alle condizioni igienico-sanitarie. 2000-5000 litri: quantità di acqua necessaria per produrre il cibo che una persona mangia tutti i giorni (fonte FAO).

L’Analisi del Barilla Center for Food and Nutrition

Quanta acqua è contenuta in ciò che mangiamo? E quale quantità ne è servita per produrre gli alimenti che quotidianamente mettiamo sulla nostra tavola? Per misurare il reale impatto dei singoli alimenti, il Barilla Center for Food & Nutrition ha ideato un interessante modello della doppia piramide alimentare e idrica, che mette in relazione la tradizionale piramide alimentare con il relativo impatto dei suoi componenti: questa comparazione mostra come gli alimenti della dieta mediterranea, per i quali si consiglia un consumo alto e regolare, abbiano il minore impatto in termini di consumo di risorse idriche. Allo stesso tempo, quei cibi per cui la piramide alimentare consiglia un consumo moderato risultano essere quelli con la più alta impronta idrica. Adottare abitudini alimentari maggiormente “idrovore”, ad esempio troppo ricche in grassi e zuccheri, risulta essere negativo non soltanto in termini di salute per l’uomo, ma anche per il benessere del pianeta.
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La Doppia Piramide alimentare e ambientale e la Piramide alimentare e idrica, elaborate dal BCFN, sono state selezionate ed esposte dal Comitato del World Water Forum (Marsiglia, 12-17 marzo 2012) tra i migliori modelli alimentari per la salvaguardia dell’ambiente e delle risorse idriche.

Cosa Significa Impronta Idrica

Per misurare l’impatto di ciascun prodotto (commodity, bene o servizio) sulle risorse idriche del pianeta è stato realizzato un indicatore complessivo e multidimensionale chiamato water footprint (impronta idrica), che prende in considerazione il contenuto d’acqua virtuale di un prodotto, costituito dal volume d’acqua dolce consumata direttamente o indirettamente per realizzarlo, e calcolato sommando tutte le fasi della catena di produzione.
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Impronta idrica delle bevande
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Impronta idrica degli alimenti
L’impronta idrica offre una più ampia e migliore visione dei consumi idrici da parte di un consumatore o di un produttore, mostrando i volumi d’acqua consumati per fonte e quelli inquinati per tipo di contaminante. Ad esempio, produrre un pomodoro richiede 13 litri di acqua, una fetta di pane 40 litri, 100 grammi di formaggio 500 litri, un hamburger 2400 litri d’acqua, una T-shirt 2000 litri d’acqua, un paio di scarpe di cuoio 8000 litri. Più in generale, il consumo d’acqua virtuale giornaliero per alimentarsi varia da circa 1500-2600 litri nel caso di una dieta vegetariana a circa 4000-5400 litri per una ricca di carne.

27 mar 2012

nuovo taglia erba a Sassos




Adottare un orto a distanza

Chilometri zero, sostenibilità e biologico: ecco alcuni concetti fondamentali per una nuova iniziativa, che riporta alle origini il modus vivendi di tante persone. Ne abbiamo parlato con il fondatore di Le verdure del mio orto
Smog, fretta e impegni: queste le tre parole chiave che potrebbero caratterizzare pienamente la vita di ognuno di noi. A volte, però, improntare tutto su questo modus vivendi diventa rischioso, facendo perdere quello che è altrettanto importante per tutti, cioè la salute e uno stile di vita sano.
E’ su questi concetti che si basa una nuova idea che arriva da vicino, un’invenzione cioè, tutta italiana. Tornare alle origini, allo stile di vita genuino dei nostri avi è un sogno di molti. In questa chiave, nella riscoperta cioè di antiche tradizioni e degli spazi verdi presenti sul nostro territorio troppe volte sottovalutati, nasce l’idea della famiglia.
Dalla provincia di Vicenza, infatti, arriva la possibilità di mettere a disposizione di tutti, dalle persone più frettolose ai veri appassionati, dei campi da coltivare. La vera novità del progetto è che campi e ortaggi possono essere prenotati e gestiti a distanza, tramite un sito web e un’email, perché chi si occupa di tutto sono le persone che hanno ideato l’attività.
Così Paolo Ferraris, uno dei responsabili di Le verdure del mio orto, questo il nome del progetto, spiega com’è nata l’idea e quali sono i punti di forza di una pratica che dà a tutti la possibilità di mantenere un rapporto con la natura e uno stile di vita green.
Com’è nata l’idea di coltivazione a distanza?
L’idea di far coltivare in modo diretto i nostri clienti è stata la volontà di avvicinare il consumatore ai prodotti che andranno sulla sua tavola. Quale miglior modo se non quello di dare alle persone la possibilità di scegliere sin dall’inizio ciò che vogliono coltivare e farli sentire partecipi e controllori dei prodotti coltivati.
Come funziona il servizio?
Le persone possono acquistare un appezzamento di terra direttamente dal web. Nella prima fase si va sul sito e si può scegliere tramite due criteri: la capacità di produzione dell’orto e il numero di persone interessate a ricevere gli ortaggi. Il secondo passo è scegliere il tipo di orto, che varia a seconda della stagione o per periodo di tempo. Passaggio essenziale è poi quello della cosiddetta semina, ovvero la scelta del tipo di ortaggi da coltivare nell’orto.
E per i più pigri?
Non tutti i nostri utenti desiderano portare avanti un progetto di coltivazione a distanza ma preferiscono acquistare le verdure – provenienti dagli stessi orti a nostra disposizione – volta per volta. Altri invece decidono di provare il servizio per un breve periodo, ad esempio per un mese.
In quali zone è attivo il progetto?
Per il momento in Piemonte, Lombardia e Lazio ma abbiamo intenzione di allargare il servizio a più aree possibili.
Che tipo di target usufruisce del vostro servizio?
Tutti quanti i nostri clienti sono privati ed il target di riferimento è costituito maggiormente da giovani famiglie con uno o più figli. Prevalentemente risiedono in aree metropolitane, zone con scarsa possibilità di trovare prodotti di qualità.
Che tipo di prodotto viene maggiormente richiesto?
Vengono scelte quasi tutte le tipologie di ortaggi. Capita che le persone richiedano ortaggi e altri prodotti della terra che in altre situazioni non avrebbero preso in considerazione. La componente essenziale del nostro servizio è anche il divertimento: infatti molti utenti trovano stimolante la possibilità di seminare virtualmente attraverso il nostro sito.
E se qualcuno volesse visitare personalmente il suo orto?
Non ci sono problemi. Al sabato, previa prenotazione anticipata si può visitare il proprio orto e la nostra azienda.
Quante persone sono coinvolte nell’iniziativa?
La nostra è un azienda famigliare in cui sono gli stessi soci (due fratelli e una sorella) che si occupano di tutte le mansioni.
Collaborate con altre aziende o enti territoriali?
Siamo in contatto con aziende agricole con cui collaboriamo. Alcune di ad esempio forniscono la frutta di stagione.
Perché lo si può definire un progetto rispettoso dell’ambiente?
Per vari motivi. La coltivazione avviene senza alcun tipo di prodotti chimici, il controllo delle erbe infestanti viene fatto con teli biodegradabili e l’irrigazione viene fatta tramite un sistema chiamato “a goccia” che prevede il minor uso possibile di acqua.
Il trasporto viene effettuato con mezzi a metano in un raggio che non supera gli 80 Km, per garantire prodotti a Km 0. Inoltre il packaging è costituito da prodotti in carta o cartone che vengono riutilizzati fino al loro consumo definitivo, per poi essere completamente riciclati.

11 mar 2012

i confini del progresso

di SALVATORE SETTIS 
La denuncia di Roberto Saviano è un grido d`allarme che costringe a ricondurre sul piano suo proprio, quello degli affari, ogni discorso sull`alta velocità. Gli affari sporchissimi (delle mafie) e quelli, si suppone puliti, delle imprese e delle banche. Ma che vi siano fra gli uni e gli altri intrecci e convergenze di interessi non occorre dimostrare. La storia del riciclaggio di denaro sporco di tutte le mafie, in Italia e fuori, semplicemente non esisterebbe, se non si fosse trovata ogni volta l`impresa “pulita” ma disponibile a trasformare capitali sporchi in condominii, alberghi, autostrade. Lo scontro pro e contro il progetto Tav in Val di Susa (ma anche altrove, come nel “passante” di Firenze) non si deve svolgere dunque solo sulla fattibilità dei percorsi o i volumi del traffico. Altrettanto importante è chi partecipa agli appalti, e se quel che intende guadagnare corrisponde alla legalità e al pubblico interesse. Ha troppa fretta chi considera i paladini proTav come moderni alfieri dello Sviluppo, bollando i loro oppositori come arcaici cultori del Ristagno. Il volume degli affari qui in ballo (compresi quelli delle mafie) è tale che sulla stessa parola “sviluppo” pesa un gigantesco equivoco. Per sviluppo, infatti, dovremmo intendere il beneficio che deriverà al Paese e ai cittadini da una “grande opera” dopo che sia stata eseguita e sia entrata in funzione. Sempre più spesso, invece, si tende a considerare “sviluppo” l’opera stessa, la mera mobilitazione di banche e imprese, capitali (pubblici) e manodopera. Sterile progetto, se la “grande opera” si rivelasse inutile o producesse guasti ambientali e sociali. La linea Tav già realizzata fra Bologna e Firenze è certo un vantaggio per chi la usa, ma ha provocato la morte di 81 torrenti, 37 sorgenti, 30 pozzi e 5 acquedotti, inquinando con sostanze tossiche 24 corsi d’acqua. I responsabili delle imprese, condannati per disastro ambientale dal Tribunale di Firenze, sono stati poi assolti in appello: insomma, la strage ambientale c`è stata, ma nessuno è colpevole. Era possibile evitare lo scempio? Secondo il Sole-24 ore, il costo per chilometro delle linee Tav in Italia è il quadruplo che in Francia: quanto di questo enorme divario si poteva spendere per salvare agricoltura e ambiente? Quanto, invece, hanno incassato le imprese interessate, e come lo stanno reinvestendo? Quale sviluppo, e a vantaggio di chi, hanno innescato quegli utili, mentre si devastavano valli e fiumi? Il loro reinvestimento sta contribuendo a risolvere la crisi senza dirottarne il costo sui più deboli e più giovani? Tramontata ogni ipotesi di project financing sui progetti Tav, la Corte dei conti ha osservato che l`assenza di «una realistica analisi dinamica della copertura economica», ha provocato «un onere rilevantissimo per la finanza pubblica», a causa di «specifici comportamenti del management delle società in questione», nella «penombra che ha circondato importanti negoziazioni», con «decisioni irrazionali o immotivate» che hanno «inciso direttamente o indirettamente sul patrimonio pubblico». Nonostante questo, si è tirato diritto, sulla base di una «connotazione chiaramente apodittica». Anche in Val di Susa, pur senza un’attendibile analisi costi-benefici, la Tav è considerata ineluttabile. Ma il progetto ha oltre vent’anni, le previsioni di traffico su cui si basava si sono rivelate erronee e hanno obbligato a destinarlo principalmente al traffico merci, la condivisione dei costi con la Francia è svantaggiosa. Eppure su questi ed altri motivi di perplessità, a quel che pare, è vietato discutere. Si parla, per un futuro più o meno remoto, di consultazioni con le popolazioni del luogo: un obbligo della convenzione di Aarhus, ratificata dall`Italia nel 2001 ma finora disattesa. Ma più che alle convenzioni internazionali si dà peso agli impegni con le imprese, a costo di darvi corso manu militari. In un racconto di Mario Soldati, Il berretto di cuoio (1967), il protagonista, Aduo, è «lo scemo del villaggio», che però «non era affatto uno scemo», era anzi« aperto, simpaticissimo, intelligente». Ma non lavorava, non aveva un mestiere; un caso, dicevano i medici, «di sviluppo arrestato». Finché, affascinato dal cantiere dell’autostrada Torino-Piacenza, scatta la scintilla: assunto come guardiano, «lavorò per dieci», senza limiti di tempo, dall`alba a notte fonda»; sempre «scrutando con rapide occhiate» i lavori dell`autostrada, felice e attonito, con «lo sguardo che avrebbe potuto avere un assoluto responsabile, unico appaltatore, unico progettista, unico azionista dell`autostrada». Quando l`autostrada è finita, il tracollo: Aduo non può vivere senza, non mangia e non beve, viene ricoverato. Una specie di “complesso di Aduo” sembra aver preso alla gola troppi italiani, che non sanno immaginare altro sviluppo che la cementificazione del suolo. Distraendoci da altri investimenti più lungimiranti e produttivi, questo modello di crescita alla cieca è, come quello di Aduo, uno “sviluppo arrestato” che inceppa il Paese. Una risposta autoritaria non è accettabile. È necessaria una discussione aperta e radicale, tanto più in tempi di contenimento della spesa pubblica. È giusto spendere per la Tav, quando sono allo sfascio ferrovie minori e treni notturni, anche internazionali? Non sarebbe meglio potenziare le strutture esistenti, a cominciare dalla cintura ferroviaria di Torino? È meglio costruire nuove grandi opere o arrestare il degrado dei servizi sociali e della scuola? Viene prima la difesa del paesaggio, dell`agricoltura e dell`ambiente o la (presunta) convenienza economica della Tav? Unica bussola per rispondere a queste domande, la Costituzione consacra la tutela del paesaggio e dell`ambiente: «La primarietà del valore estetico-culturale», anzi, non può essere «subordinata ad altri valori, ivi compresi quelli economici», e pertanto dev`essere «capace di influire profondamente sull`ordine economico-sociale» (Corte Costituzionale, 151/1986). I portatori (sani?) del “complesso di Aduo” dicono il contrario: che le ragioni economiche sovrastano i principi del bene comune. Un “governo tecnico” dovrebbe avere la forza di aprire sul tema un vero tavolo di confronto. Parlare di” campagne ‘informazione” a una direzione, il cui esito si dia per scontato, non ha nulla di “tecnico”. Sarebbe un gesto politico: e non è di questa politica che il Paese ha bisogno.

15 feb 2012

l'economia del sufficiente

Tra Camus e Latouche l´economia del "Sufficiente"  
di Angelo Carotenuto , 14.02.2012 

Quando un giorno la Terra sarà troppo piccola per tutti, allora sì che ce ne accorgeremo. Ci spareremo addosso per la sopravvivenza dopo averlo fatto per il petrolio, per l´acqua e per l´uranio. Lo faremo per il suolo e il sottosuolo, per il cibo e i serbatoi delle macchine. Andrea Segrè, economista triestino e preside della facoltà di Agraria all´Università di Bologna, immagina come sarà l´apocalisse del mondo occidentale, schiavo della triade crescita-consumo-debito. Lo fa nel suo Basta il giusto (quanto e quando) (Altreconomia), un libretto sottile costruito come una lettera a uno studente universitario diciottenne. Quando un giorno la Terra sarà troppo piccola per tutti, sarà pure troppo tardi. Perciò bisogna agire adesso, e una strada per Segrè esiste già. Sarà l´ossimoro a salvare il mondo, a garantire ancora un futuro. La strada delle contraddizioni apparenti condurrà "lentamente, ma per davvero" a meno benessere e più ben vivere. A una società con un modello economico in grado di ridurre le diseguaglianze riducendo il possesso, votandosi alla cultura della sufficienza.

Segrè cita "la società diversamente ricca di Riccardo Lombardi, la povertà felice di Albert Camus, l´opulenza frugale di Serge Latouche". Le chiama visioni, non utopie, giacché se utopie fossero sarebbero "utopie concrete". L´elogio del limite e della vita responsabile passa dunque attraverso un mondo nuovo che rinneghi "la pervasiva cultura del consumo e del rifiuto che generano lo spreco di cui siamo circondati e sommersi". Se entro il 2030 il 48% dei maschi inglesi e il 43% delle donne sarà obeso; se il 40% della popolazione mondiale dispone di meno di 50 litri d´acqua al giorno mentre ogni italiano di 250; se un cittadino dell´India consuma 4 tonnellate annue fra minerali, carburanti fossili e biomasse contro le 40 dei Paesi industrializzati; allora servirà un pianeta di riserva che non c´è. L´utopia concreta e la strada dell´ossimoro possono invece cambiare i comportamenti di consumo. Segrè alla fine trova una formula per l´Homo Sufficiens: meno spreco, più ecologia. Il microcredito, la filiera corta, il commercio equo. "Non è un sacrificio, non è fare senza. Sapere che abbastanza è abbastanza significa aver sempre a sufficienza".

alla vita

Nazim Hikmet, Alla vita 

La vita non è uno scherzo.

Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non é uno scherzo.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla é più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.