29 dic 2011

IL DIRITTO ALL'ORTO

di Marco Legramanti e Chiara Cravotto

Quello che sino a qualche decennio fa si poteva considerare parte integrante della vita  di una famiglia oggi diventa una conquista per tutti coloro che non dispongono di un pezzo di terra, piccolo o grande, per dare vita alle coltivazioni che generalmente si collocano nella produzione per autoconsumo. Parliamo di orti, affrontando l’argomento nel senso pratico della questione senza toccare le sfumature che fanno da contorno a questo tema; eviteremo pertanto di parlarne come momento legato ad una moda che fa tanto ”in”, soprattutto vissuto da alcune persone, e come letteratura, visto che gli scaffali delle librerie si sono riempiti di testi tematici legati all’argomento spaziando dalla terapia alle metodologie di coltivazione. 
La ricognizione storica evidenzia che l’orto accompagna l’uomo da migliaia di anni: urbanizzato o in area rurale ha sicuramente contribuito al sostegno di gruppi familiari ed intere comunità in tutti i momenti della storia, sia in periodi di pace, prosperando, sia in periodi di guerra e di recessione. Il valore sociale ed etico in questo rapporto naturale che lega l’uomo e la terra non è discutibile e sicuramente è talmente saldo che lo si incontra, in maniera più o meno radicata, in tutte le realtà del pianeta senza distinzione di Paese, a prescindere dal proprio indice di sviluppo umano. 
Il passaggio, negli ultimi decenni, da quello che era il classico orto in campo all’orto sul balcone, sul terrazzo ed in aree dismesse delle città ha confermato la volontà da parte di coloro che vivono in insediamenti urbanizzati di continuare a mantenere un legame con la terra cercando di non disperdere le conoscenze e le tecniche di coltivazione acquisite. Un
sapere che nella maggior parte dei casi si è tramandato tra generazioni. Sfatare il mito che orto è sinonimo di anzianità è dimostrato sia dall’approccio sia dalla costanza riposti in questa attività, prettamente manuale, dalle varie fasce sociali e di differenti età coinvolte. Sovente, inoltre, si sono ritrovati valori importanti che si scontrano con l’attuale stile di vita consumistico. La frustrazione del quotidiano, appesantita oggi da una situazione economica e un modello di vita frenetico e preoccupante, i cui riflessi condizionano notevolmente la routine, ci pongono la necessità di rivedere alcuni stili di vita ed ambizioni che probabilmente sono da considerarsi falliti, cercando un rapporto collettivo che permetta a tutta la comunità, sia urbana sia rurale, di ricostruire quella società civile di cui tutti abbiamo bisogno per edificare un sistema di convivenza che sia etico ed umano.
A Chiasso (CH) un'area degradata è stata riqualificata attraverso l'esperienza degli Orti Condivisi, orti che l'Amministrazione Comunale ha assegnato non solo alla fascia più anziana della popolazione, ma anche a famiglie, singles, persone provenienti da altri Paesi. Una riqualificazione territoriale e umana dunque, un'occasione di incontro tra generazioni e culture diverse, perché attraverso i gesti semplici e secolari del zappare la terra, seminarla, irrigarla, raccoglierne i frutti è più facile comunicare anche tra lingue diverse e creare scambi interculturali diventa allora più semplice di tanti complicati progetti di integrazione. E' come se tornare alla semplicità del nostro rapporto con la natura ci aiutasse anche a ricercare e a ritrovare la qualità essenziale nelle relazioni. 
Appropriarsi, come società civile, dei beni comuni attraverso un recupero culturale a difesa del collettivo significa sensibilizzare le istituzioni a rivedere l’utilizzo di questi beni in maniera più consona alle esigenze attuali, soprattutto in un momento di difficoltà economica e di incertezza per il futuro. Il “diritto all’orto” è una proposta ma anche una provocazione e vuole essere uno stimolo alla riflessione per coloro che sono preposti alle decisioni riguardanti la collettività soprattutto per un utilizzo diversificato degli spazi comuni. 
Occorre rivalutare le aree urbane dismesse e abbandonate, dove sovente nascono orti abusivi in balia dei predatori, ma anche rivedere il concetto di parco cittadino che potrebbe tranquillamente essere condiviso da diverse fasce di età, bambini per il gioco e lo svago, animali da compagnia, relax per coloro che durante la giornata cercano una pausa e perché no, coltivatori di orto.
Si realizzerebbe così un presidio giornaliero eterogeneo per esigenze e necessità ma sicuramente stimolante. Un interscambio di saperi che permetterebbe di creare aree ricche di una cultura diversa e stimolante. Sostenere in maniera forte e decisa il riordino di queste aree con l’obiettivo di riappropriarsi in forma diversa degli spazi verdi vuole dire spronare le amministrazioni comunali ad intervenire ulteriormente a favore di politiche sociali in forma concreta e solidale dando un supporto anche a coloro che oggi hanno la necessità di una reale integrazione al reddito eroso da una crisi non certo creata dalle fasce più deboli o che si sta indebolendo. 
Sostenere nuclei familiari che improvvisamente si ritrovano a convivere con ammortizzatori
sociali a sostituzione di un reddito, o con la perdita totale di un reddito, assegnando un’area coltivabile, significa anche offrire un supporto psicologico abbattendo la frustrazione che in genere affiora in queste situazioni. E’ un investimento di cui la società civile deve farsi carico per un bene comune che non è solo il riassetto di spazi urbani o extraurbani ma è un insieme di tasselli che formerebbero un puzzle dove si intrecciano diversi percorsi, culturali, sociali e soprattutto in una visione totalmente differente del condividere.
                    * ortiinmovimento@gmail.com

9 dic 2011

il grido silenzioso dell’agricoltura italiana

Scritto da Uomo Zappiens Giovedì 08 Dicembre 2011

superfarmer
di Uomo Zappiens – Megachip.
Dal 2000 al 2010 hanno chiuso i battenti il 32,2 per cento delle aziende agricole italiane. Lo dicono i dati provvisori del 6° Censimento dell’Istat (http://censimentoagricoltura.istat.it) pubblicati pochi mesi fa. Queste le cifre: alla data del 24 ottobre 2010 in Italia risultano attive 1.630.420 aziende agricole e zootecniche di cui 209.996 con allevamento di bestiame destinato alla vendita: il 32,3 per cento in meno, appunto, dell’anno 2000. E’ il risultato di un processo pluriennale di concentrazione dei terreni agricoli come effetto delle politiche comunitarie e, anche, dell’andamento del mercato.
Infatti la dimensione media aziendale è passata, in un decennio, da 5,5 ettari di Superficie Agricola Utilizzata (SAU) per azienda a 7,9 ettari (+44,4%) sebbene la Superficie Aziendale Totale (SAT) sia diminuita dell’8% e la SAU in termini assoluti del 2,3%.
Siamo di fronte a una vera e propria catastrofe. Questa catastrofe è accolta dal silenzio generale e le grida degli agricoltori sono sepolte dall’indifferenza.  Perché?
Ma perché il dato è considerato positivo. Questo infatti è ciò che doveva avvenire secondo la teoria della modernizzazione agricola e di superamento delle forme considerate arretrate di produzione, connessa a quella dello sviluppo misurato in termini di crescita economica. Teoria utilizzata come fondamento per le politiche agrarie nella seconda metà del novecento e che è diventata l'asse portante delle politiche agricole dell'Unione Europea. 
Ce lo spiega Jan Douwe Van der Ploeg titolare della cattedra di sociologia rurale presso l’Università di Wageningen in Olanda e punto di riferimento per gli studiosi di politica agraria europei.
La teoria della modernizzazione in agricoltura -ci spiega lo studioso- ha costruito un modello di azienda agricola moderna o convenzionale, quella che la politica e la rappresentanza si sono date come obiettivo. Tale azienda è un’impresa gestita secondo regole comuni e che segue un modello produttivo standardizzato, con l’obiettivo di produrre quantità e non qualità. 
I fattori produttivi vengono dall’esterno, cioè non sono generati dall’azienda o dal territorio (fertilizzanti, sementi, pesticidi, trattori ecc.);i prodotti devono essere trasformati secondo logica industriale e non artigianale e vengono inseriti in filiere lunghe finendo anche a migliaia di km. Il valore aggiunto che si accumula negli spostamenti viene sottratto all’agricoltore e drenato da altri settori e dagli intermediari.
L’Azienda inoltre è costretta all’interno di un quadro normativo stabilito dallo Stato e/o dalla UE. L’organismo pubblico legittima questo sistema e le politiche sono orientate a difenderlo.
La macchina ideologico-giuridico-istituzionale è interamente impegnata a eliminare ogni possibile alternativa a questo disegno. 
Per questo i dati provvisori del Censimento non sono stati accolti da un giusto allarme e le grida di dolore degli agricoltori sono state coperte dal silenzio mediatico.
Perché? Ma perché ci stiamo modernizzando. Perché l’Italia si mette al passo con l’Europa per quanto riguarda la dimensione delle aziende. Tutto bene? Non proprio. Perché, come ci ricorda Van Der Ploeg, questo modello di azienda si è rivelato insostenibile.
Innanzitutto a livello economico. Esiste infatti, rispetto ai primi anni della modernizzazione, una tendenziale caduta del reddito degli agricoltori che vede restringere pericolosamente la forbice tra costi e ricavi.  Questo è motivo della chiusura di tante aziende ma anche della vita difficile delle molte altre che lottano per rimanere sul mercato.
In secondo luogo l’agricoltore non è più autonomo, perde le sue abilità e il suo sapere, non può più decidere cosa coltivare e dove vendere e diventa un puro esecutore del sistema tecnologico-industriale, costretto oltretutto a passare molte ore del suo lavoro in adempimenti burocratici. E’ stato espropriato delle proprie capacità gestionali. Ridotto ad essere un semplice fornitore di materia prima.
Infine l’insostenibilità ambientale: la terra, l’acqua, l’aria sono profondamente inquinate dal sistema di produzione, trasformazione e commercializzazione agricola. L’agricoltura industriale è responsabile del 30 per cento dei gas serra sul pianeta. L’impoverimento dei suoli a causa dell’uso intensivo di fertilizzanti chimici, invece dell’utilizzo dei metodi che per millenni hanno garantito la fertilità dei suoli come la rotazione e la multicultura, contribuisce, impermeabilizzando i terreni, anche alle inondazioni continue a cui assistiamo. Gli effetti esterni dell’industrializzazione dell’agricoltura sono gravissimi sull’ambiente e sulla salute dei consumatori.
Van der Ploeg analizza però soprattutto gli effetti interni concentrandosi sulla progressiva espropriazione della capacità gestionale dell’agricoltore, la rottura dell’unità tra produzione e riproduzione dei fattori naturali (acqua, terra, piante, animali) e il progressivo sganciamento dell’agricoltura dal contesto locale, inteso come ecosistema e come prodotto di rapporti sociali.
Si determina, ci spiega, una standardizzazione dei processi produttivi sempre più dipendenti da prescrizioni esterne. L’agricoltore viene espropriato anche della sua attitudine a sperimentare per migliorare le condizioni produttive. Si genera una figura di agricoltore virtuale capace di eseguire correttamente un complesso di operazioni prescritte dall’esterno e trasmesse attraverso un apparato di divulgazione e assistenza tecnica.
L’innovazione tecnologica diffusa dall’apparato di divulgazione era considerata condizione essenziale per il superamento delle forme arretrate di produzione. Le resistenze al cambiamento, chiaramente visibili,  da parte degli agricoltori erano interpretate dai teorici della modernizzazione come prodotto di “arretratezza culturale” anche se invece si trattava di comportamenti logici basati su una corretta analisi del rapporto tra costi e benefici.
Van der Ploeg interpreta il fenomeno dell’insostenibilità economica come una crisi strutturale della modernizzazione agricola e fornisce come risposta la rivalutazione del modello di produzione contadino.
Pur inserito nel quadro di un sistema regolato dal mercato capitalistico, infatti, il modello di produzione contadino garantisce un basso grado di mercificazione, un alto grado di autosufficienza, la passione per il lavoro e la cura delle risorse; la conoscenza localmente trasmessa, garantisce la relazione tra natura (viva e non morta questa volta) e società, la padronanza del mestiere e un rapporto di continuità tra passato presente e futuro.
Il modello contadino è basato sulla necessità non solo di realizzare il prodotto ma anche di riprodurre le risorse produttive (acqua, terra, semi). Il suolo non viene impoverito. La natura non è nemica da dominare e da cui si può prescindere. 
La modernizzazione in 50-60 anni avrebbe dovuto far scomparire i contadini. Ma le cose non sono andate come previsto. Si è manifestata infatti una forte resistenza anche in Europa e sono molti i luoghi dove si riafferma un modo di produzione alternativo.
I paesi del sud del mondo sono quelli che hanno la guida di questo processo.
Il movimento Sem terra in Brasile (anni 80) nato anche grazie al sostegno della chiesa cattolica, ha consentito il ritorno alla terra di milioni di persone che vivevano nelle periferie urbane e nelle favelas. 
[.....]
Le pratiche innovative che gli agricoltori già mettono in atto per assicurare nuove fonti di reddito vanno dalla filiera corta alla trasformazione dei prodotti in azienda all’agricoltura biologica, agriturismo, agricoltura sociale ed altro.
Iniziative come Terra Madre (Piemonte dal 2004) e Terra Futura (Toscana) sono dei grandi momenti di confronto globale su questi temi.
L’Italia ha i migliori prodotti agroalimentari del mondo e una varietà enormemente superiore a molte altre parti del pianeta. La pretesa di devastare la biodiversità ma anche la diversità culturale è una tendenza che dovrebbe trovare un muro invalicabile a difesa della nostra elevatissima cultura alimentare. Sarebbe ora di manifestare l’amore per questo paese in modo concreto difendendo la bellezza del paesaggio rurale, la preziosità dei prodotti alimentari, la varietà delle culture e praticando, da subito, un modello di agricoltura sostenibile.
Molta gente lo fa da anni, senza sostegno, senza aiuto, senza un supporto politico e a fronte di una enorme pressione contraria.
E’ urgente mettersi alla testa di questo nuovo modo di pensare ed è ancora più urgente superare la rimozione dell’anima rurale di questo paese facendo rientrare a pieno titolo l’agricoltura nelle priorità politiche del futuro.



29 nov 2011

Lasciateci seminare

di Daniela Passeri, 28 novembre , * http://www.venezia2012.it/
 

La Rete Semi Rurali, insieme con Acra e Crocevia, ha lanciato la campagna “Semi legali, semi locali” per chiedere alla Conferenza Stato-Regioni e al Ministero delle Politiche Agricole di riconoscere agli agricoltori il diritto alla selezione, conservazione e commercializzazione dei semi di antiche varietà locali. Diritto già scritto in una direttiva europea (98/95/CE), ma in Italia manca il solito decreto ministeriale che gli agricoltori aspettano da almeno tre anni.
I semi sono quanto di più strettamente regolamentato si possa immaginare. Il Catalogo delle varietà vegetali, una sorta di libro della natura ad uso dei burocrati, è molto rigoroso ed ha di fatto escluso dal business sementiero le varietà locali ed autoctone che hanno (quasi) perso il diritto di esistere: se non sei nel catalogo nessuno ti compra, nessuno ti coltiva. Per ovviare a questo sgarbo alla natura sono stati creati cataloghi paralleli di varietà “da conservazione”.
Ai produttori agricoli è riconosciuto (legge 1096/71)  il diritto alla vendita diretta “di modiche quantità” (sic!) di semi da conservazione, cioè di varietà locali, purché lo facciano in ambito locale, purché autorizzati, purché dimostrino di avere adeguate capacità tecniche, purché abbiano le macchine adatte alla pulizia….  Purché, in definitiva, siano un’industria sementiera.
Non solo: per ottenere i contributi dalla UE occorre dimostrare di aver acquistato semi certificati (da un anno questo non vale più per i cereali) dai soliti big delle sementi, cinque multinazionali (Monsanto, Du Pont, Syngenta, Groupe Limagrain, Land O’Lakes) che detengono il 57% del mercato mondiale dei semi, quindi delle colture. Ovvero, decidono quello che arriva in tavola.
E noi mangiamo pane e pasta ottenuti dalle farine “migliori” ma solo in termini di velocità di impasto (con maggiore azoto e maggiori proteine, che rendono l’impasto più “resistente” alle sollecitazioni delle macchine, ma povere di oligoelementi, cioè vitamine e minerali), e velocità di lievitazione (lievito di birra invece delle miscele di pasta madre, anche queste troppo slow), a scapito delle loro qualità organolettiche, nutrizionali, di durata (il pane la sera è già da buttare). Insomma, le farine bianche, superraffinate, ottenute dalla selezione di grani monovarietali concepiti dalla ricerca agronomica, dice Riccardo Bocci, coordinatore della Rete Semi Rurali (www.semirurali.net) “per essere venduti nei cinque continenti con l’idea che i campi possono essere resi tutti uguali, basta aggiungere più o meno acqua, più o meno fertilizzanti chimici, diserbanti, pesticidi, funghicidi. Questo aspetto pone forte la questione della ricerca sulle sementi, che, poiché determina quello che noi mangiamo, deve essere pubblica. E pone forte anche la questione del costo ambientale enorme di questa politica agricola che favorisce soltanto l’agricoltura industriale”.
La campagna della Rete Semi Rurali pone dunque l’accento sulla necessità di tornare a “rilocalizzare” le colture, una delle 8 “R” (insieme con “ridurre”, “ridistribuire”, “rivalutare”…) con cui Serge Latouche spiega il pensiero della Decrescita. Per fare un esempio, si tratta di tornare a coltivare varietà di frumento autoctone o “antiche”, ciascuna nel suo territorio d’elezione, non per un nostalgico ritorno al passato, ma perché sono il risultato di novemila anni di adattamento all’ambiente e miglioramento varietale, quindi sono le più adatte a crescere in un certo territorio e le migliori per chi voglia abbandonare l’agricoltura convenzionale. “Sono le piante – sottolinea Bocci – che i nostri avi hanno coltivano nelle nostre campagne fino a circa 70-80 anni fa e sono quelle che meglio si adattano a ciascun terreno, ciascun micro-clima, a metodi agronomici naturali, precedenti l’introduzione massiccia della chimica, e quindi sono le più indicate per chi voglia passare al biologico, oltre che costituire una grande ricchezza per la biodiversità”.
Giuseppe Li Rosi, produttore di frumenti antichi a Raddusa (Catania), e oggi commissario straordinario della Stazione sperimentale di granicoltura per la Sicilia di Caltagirone, è uno degli agricoltori che, in sordina, al limite della legalità, ha ricominciato a produrre frumenti antichi con metodo biologico operando prima una lunga selezione, durata una decina d’anni, per capire quali sementi erano più adatte alla sua terra.
Dove avrà trovato i semi, visto che l’industria sementiera non tratta queste varietà marginali e non è possibile acquistarle da altri contadini? “In gran parte alla Stazione sperimentale di Caltagirone -  racconta Li Rosi – ma anche andando nelle campagne dai contadini più anziani, partendo da quantità minime, anche 700 grammi di semi, quindi in modo illegale e senza dichiararlo, altrimenti avrei perso pure i contributi. E’ stato mio padre ad intuire che la coltivazione biologica sarebbe stata più redditizia di quella convenzionale, per via delle sovvenzioni. Però, coltivare con metodi che io preferisco chiamare naturali, con semi che sono stati progettati per la chimica, non funziona. Ho dovuto mettermi alla ricerca dei semi più adatti ai miei campi con i quali oggi ottengo, in qualsiasi condizione, una resa omogenea di 25 quintali/ettaro contro i 40-60 quintali/ettaro del convenzionale, però i costi di produzione del biologico sono la metà di quelli del convenzionale. In più, la qualità non ha paragoni: il frumento antico si radica più in profondità, quindi contiene più microelementi, ovvero sali minerali, in particolare manganese e selenio, mentre i frumenti dell’agrobusiness si accontentano dell’azoto e del fosforo con cui sono pompati. Ma sono prodotti di sintesi, da combustibile fossile a cibo”.
Per essere competitivo sul mercato Li Rosi sa che deve chiudere la filiera: produrre solo materia prima – il cui prezzo viene deciso alla borsa dei cereali di Chicago – per un’azienda agricola non è più sufficiente, occorre trasformare il grano in farina, la farina in pane e pasta. Così il contadino recupera la sua dignità di produttore di cibo e riattiva l’artigianato che, su piccola scala, può produrre alimenti di altissima qualità, anche nutrizionale, che non hanno bisogno di essere raffinati per diventare stabili, essere trasportati, durare a lungo.
In Italia il 50 per cento dei semi viene acquistato dai sementieri ma c’è poi un 50 per cento, nell’industria cerealicola, che continua a produrre i semi da sé. “Questo si spiega – dice Bocci – perché esistono ancora tanti piccoli agricoltori che per varie ragioni, familiari, di tradizione, hanno continuato a produrre secondo un modello agricolo considerato da più “sottosviluppato”, ma che ha permesso una certa diversità nei campi. Però questi agricoltori hanno un’età che va dai 65 ai 90 anni: la sfida sarà creare un ponte tra generazioni per non disperdere semi e conoscenze”.

28 nov 2011

Denaro-denaro-denaro: il ciclo della finanziarizzazione

di Francesco Indovina «Si può fare a meno del fallimento dell’Italia! Vediamo un po’»Sbilanciamoci newsletter, 26 novembre 2011  

C’è un po’ di terrorismo in chi è contrario al fallimento nel descriverne gli effetti. Mi è chiaro che giungere a una qualche forma di fallimento non è come bere una tazza di caffè, ma il problema non è questo, il tema è: se ne può fare a meno? Una risposta a questo interrogativo presuppone una qualche considerazione sulle trasformazione del capitalismo. Un po’ mi devo ripetere, mi scuso.

Si sostiene che la crisi attuale è una crisi da eccessiva capacità produttiva e da mancanza di domanda solvibile. Due osservazioni: da una parte questa interpretazione è contraddittoria con l’osservazione che la crisi prende corpo da un eccesso di domanda a “credito”, quindi non la domanda ma la sua finanziarizzazione è il problema; dall’altra parte è vero che c’è una crisi di domanda dato che la popolazione viene continuamente tosata per far fronte alle ingiunzioni della finanza.

È necessario riflettere che la finanziarizzazione dell’economia non è solo una evoluzione del capitalismo ma la modificazione della sua natura. Il processo è passato dalla proposizione denaro-merce-denaro (D-M-D), attraverso il quale il capitale, con una distribuzione non equa del valore prodotto tra capitale e lavoro, accumulava ricchezza, a quella odierne denaro-denaro-denaro (D-D-D), che senza la “mediazione” della produzione di merci (e servizi), permette di accumulare ricchezza (in poche mani).

Si rifletta sui seguenti dati mondiali: il PIL ammonta a 74.000 miliardi; le Borse valgono 50.000 miliardi; le Obbligazioni ammontano a 95.000 miliardi; mentre gli “altri” strumenti finanziaria ammontano a 466.000 miliardi. Risulta così che la produzione reale, merci e servizi (74.000 miliardi), è pari al 13% degli strumenti finanziari. Quanto uomini e donne producono, in tutto il mondo, rappresenta poco più di 1/10 del valore della “ricchezza” finanziaria che circola. Questo dato quantitativo ha modificato la qualità dell’organizzazione economica: mentre resta attiva la parte di produzione materiale si è sviluppata un’enorme massa di attività finanziaria che mentre trent’anni fa lucrava sul “parco buoi”, nome affibbiato a chi affidava alla borsa i propri risparmi nella speranza di arricchirsi, ora lucra sui popoli che da una parte sono sottoposti a una distribuzione non equa di quanto producono (gli indipendenti sono poco tali e sono entrati nella catena allungata del valore aggiunto) e, dall’altra parte, sono tosati (più tasse e meno servizi) in quanto cittadini.

Si tratta di un mutamento che investe la produzione, la distribuzione della ricchezza, ma anche il processo politico e la stessa, tanta o poca che sia, democrazia. Quando la ricchezza si produce attraverso la mediazione della merce era attiva dentro lo stesso corpo della produzione, una forza antagonistica che cercava di imporre una diversa distribuzione della ricchezza prodotta e l'affermarsi di diritti di cittadinanza. Nessun regalo, conquiste frutto di lotte, di lacrime e sangue. Al contrario quando diventa prevalente il meccanismo finanziario, si scioglie il rapporto tra capitale e società, e diventa impossibile ogni antagonismo specifico. Tutto si sposta sul piano politico, un bene e un male insieme. Un male perché manca una cultura alternativa, tutti viviamo entro la dimensione liberista e del mercato, un bene perché è possibile andare alla radice del problema.

È diventato senso comune che il mercato (finanziario) vuole sicurezza e credibilità! È una parte molto modesta della verità. La speculazione finanziaria da se stessa, data la massa di risorse che muove, e le tecnologie che usa (gli High Frequency Trading – HFT – che muovono due terzi delle borse), si crea autonomamente le occasioni di successo per speculare. Come ha scritto Prodi “i loro computer scattano tutti insieme, comprano e vendono gli stessi titoli e forzano in tal modo il compimento delle aspettative”. Contrastare la speculazione, come lo si sta facendo, significa solo offrirle alimento continuo. Si può fare più equamente, e sarebbe importante, ma questo non intaccherebbe il meccanismo. Bisogna colpire direttamente la speculazione al cuore, toglierle l’acqua nella quale nuota. Certo che ci vorrebbe un’azione comune a livello internazionale, ma l’elite politica e tecnica è figlia ideologica, qualche volta non solo ideologica, del liberismo e della finanza; ambedue si possono “criticare” ma non toccare, bisogna farli “operare meglio”. Come ha scritto Halevi, le maggiore banche tedesche e francesi sono piene di titoli tossici, messi in bilancio al loro valore nominale mentre valgono zero, ma il sistema (la governance europea franco-tedesca) difende le banche tedesche e francesi, mettendo in primo piano i debiti sovrani e le banche dei paesi sotto tiro (e quando toccherà alla Francia? Perché toccherà!).

In sostanza il sistema non si tocca; si possono punire, anche severamente, come in America, chi la fa grossa, ma poi si finanziano le banche, né si riesce a mettere una qualche freno (amministrativo, fiscale, legislativo, ecc.) alla speculazione. Come l’apprendista stregone che non riesce a gestire le forze che ha scatenato.

Non voglio dire che il sistema è al collasso, ma è sulla strada; ci vorrà tempo (anche secoli secondo Ruffolo) e ci vorranno forze, ma si coglie “una condizione di insoddisfazione diffusa, di generale incertezza e di sfiducia e timore del futuro”.

La Grecia ha fatto tutto quello che le era stato richiesto, licenziamenti, diminuzione di stipendi, tagli, ecc. ed è giunta, di fatto al fallimento (controllato). La speculazione finanziaria ha aggredito la Grecia, ha tosato la popolazione, ha scarnificato la società. Il furbo Papandreu ha tentato la mossa democratica del referendum, è stato redarguito, bastonato ed ha fatto marcia indietro.

Oggi tocca all’Italia (un po’ alla Spagna, domani la Francia, nessuno è al riparo. La finanza non ha patria, non ha terra, non ha sangue), che si appresta (con serietà, si dice) a seguire le richieste della Banca europea, del Fondo monetario, della Commissione della UE, cioè di fatto della finanza, per scivolare lentamente in una versione diversa della Grecia. Ha senso? Certo che no, ma la questione è: ha senso una politica keynesiana? Ha senso una più equa distribuzione dei sacrifici? Ha senso pensare a risposte più “riformiste” e civili alle indicazione della Banca europea? Ha senso pensare ad operation twist (di che dimensione dato l’ammontare del debito italiano), proposta da Bellofiore e Toporowski? senza con tutto questo intaccare il potere e la capacità operativa della speculazione (che costituisce parte strutturale del sistema)?

Credo di no, e mi domando: è necessario continuare ad avere la Borsa che ha perso ogni originale funzione? È possibile dividere le banche che fanno finanza da quelle della raccolta e collocamento del risparmio? È possibile avere una banca europea che operi come una banca nazionale? È possibile avere un governo europeo, non solo economico ma generale? È possibile tassare le rendite e i patrimoni? Ecc. Tutto è possibile ma poche cose sono probabili.

Qual è l’ottica con la quale un governo di centro-sinistra (che si dice probabile) deve guardare alla situazione? Certo c’è da ricostruire il senso della società, come dice Rosy Bindi, c’è da ricostruire un ruolo internazionale, c’è da rilanciare lo sviluppo (sostenibile, equilibrato, ambientale, risparmiatore, ecc. lo si qualifichi quanto lo si vuole), c’è da affrontare il problema del lavoro di giovani, donne, precari, disoccupati, c’è da occuparsi di scuola, sanità, territorio, ecc. La domanda è: tutto questo è fattibile insieme al pagamento del debito? Qualcuno (Amato) parla di una patrimoniale di 300-400 miliardi per ridurre drasticamente il debito. Bene, ma tutto il resto come lo si fa? Sacrifici, per piacere no, riforme impopolari per piacere no, e non solo per collocazione politica ma perché inutili e dannosi per fare tutte le cose elencate prima.

Penso che bisogna mettere mano al debito. Il come, dipende da volontà e forza: un concordato con i creditori (via il 30%); una moratoria di 3-5 anni; differenziato rispetto alle persone fisiche e alle istituzioni (le banche che hanno in bilancio titoli tossici potrebbero benissimo tenersi anche i titoli sovrani, con buona pace del Cancelliere tedesco), ecc. La patrimoniale certo che ci vuole, ma dovrebbe servire ad avviare tutte le altre cose, così come una ristrutturazione della spesa pubblica (spese militari, ecc.) potrebbe liberare risorse. Mentre la lotta all’evasione (mancati introiti per 120 miliardi l’anno) e alla corruzione (60 miliardi l’anno) potrebbero servire alla diminuzione delle imposte dei lavoratori. Insomma ci sarebbe tanto da fare, ma bisogna in parte, in toto, o per un certo numero di anni, liberarsi del debito.

Non dovrebbe essere una iniziativa europea? Certo, ma in sua mancanza facciamo da soli, non c’è da salvare una astratta Italia, ma una concreta popolazione di uomini e donne. Questo è il tema.

Oggi ci avviamo al governo del “grande” Mario; che si tratti di persona onesta e retta è molto probabile, ma è il suo pensiero che preoccupa, un pensiero tanto forte quanto inefficace.

20 nov 2011

economia reale e giochi di borsa

La crisi finanziaria globale del 2008 (e non solo).
Cosa significa “economia reale”? Perchè si dice sia più “solida”?
Che succede ai mercati in questa crisi?
(articolo in revisione)

Spieghiamolo in parole semplici

La crisi finanziaria che attanaglia i mercati nel periodo in cui scrivo questo articolo è in realtà un “assestamento” che ha coinvolto anche l’Economia Reale. Questa è la vera gravità, ma è anche il suo potenziale punto di forza (più avanti spiego il perchè).

Cosa è l’Economia Reale?

L’Economia Reale è quella fatta di fatti, e non di parole; Quella costituita da macchinari, parco clienti, capannoni, operai, etc. Tutti fattori tangibili, fisicamente tangibili. Paradossalmente, l’esempio più banale potrebbe essere la Parmalat.. (no, non hai sbagliato a leggere). Un’azienda che conserva comunque i suoi possedimenti materiali, i suoi clienti e ha un ciclo produttivo chiaro e concreto: si prende il latte e si vende, e si trasforma in tutti i suoi derivati più semplici (come lo Yogurt) che si vendono direttamente sul mercato (Italiano, in primis).
Con tutti i debiti che può avere, un’azienda del settore Primario e Secondario, generalmente mantiene sempre una certa concretezza in termini di capitale e macchinari, che gli permette di far fronte ai creditori. Persino le aziende potenzialmente fallimentari conservano un certo valore: tanto è vero che è usanza ormai da tempo il vendere, anzichè lasciar fallire, quel che resta di una ditta “Reale” a un’altra azienda dello stesso settore che “se la mangia” e la fa funzionare.
Un esempio concreto potrebbe essere il (fu) reparto automobilistico della Daewoo, che è stato “mangiato” dalla Chevrolet poco prima che fallisse miserrimamente.

Il settore terziario e i “giochi di borsa”

Il settore terziario, costituito prevalentemente di servizi, è complementare agli altri due (primario e secondario, vedi sopra): Deve esserlo, perchè non ha senso che viva di vita propria; non ha le basi per poter vivere di se stesso, non ha nessun dannato motivo di esistere in se’. (se richiesto commentando la pagina o contattandomi, posso integrare con altre informazioni).
Nel settore terziario, tra gli altri, si collocano: le banche, le società di credito, le agenzie, gli uffici di varia natura, le aziende “venditrici di fumo” (di cui parlo anche in questo articolo [clicca]), le rappresentanze organizzative e governative, le agenzie (immobiliari, di viaggi, turistiche, di prestiti personali, etc.), etc.
La crisi attuale si fonda in buona parte sulle speculazioni e sul parassitismo, i “giochi di borsa”, del settore terziario ovviamente. Sono le aziende del terziario che gestiscono e fanno funzionare a livello organizzativo e funzionale la Borsa e i mercati azionari; non si è mai visto un allevatore di bovini che si presenta a Piazza Affari a vendere latte o bistecche. Tuttavia.. la Borsa sta in piedi grazie alla liquidità e produttività del settore primario e secondario.. o almeno così dovrebbe essere.
L’altra faccia e causa della crisi è il Credito, tipicamente americano anche se ormai diffuso in tutto il globo, consiste nel prestare soldi a un’azienda del settore primario, secondario o terziario o a un’altra persona fisica/giuridica per far si che possa superare un momento difficoltoso, ampliare il proprio parco macchine/capannoni/clienti, etc.; oppure semplicemente per togliersi uno sfizio, per acquistare un’inutility, un capriccio.
Quando si prestano soldi ad un’azienda del settore primario e secondario si hanno delle garanzie: solitamente, come specificato all’inizio dell’articolo, ci sono terreni, macchinari, clienti consolidati nel tempo che costituiscono una possibilità di rivalsa nel caso il Credito non venga rimborsato.
Nei “giochi di Borsa” i prestiti -il Credito- sono stati fatti ad aziende del settore terziario e a privati cittadini che non avevano alcuna garanzia se non quella di “esistere” e far parte dell’andazzo del pianeta. In altre parole: si è fatto credito a chi non poteva garantirne il saldo e/o ad aziende basate sul nulla, che a loro volta si basavano sul nulla, e così via.
Le banche si prestano soldi tra di loro usando come garanzia reciproca i clienti.. ma se questi clienti sono insolventi, inconsistenti, “fumosi” o prevalentemente “terziari”?

Made in China…

Un’altra chiara componente della crisi in corso è la fantasmagorica idea di spostare la produzione attiva delle aziende del settore primario e secondario all’estero, in paesi dove la forza lavoro costa meno.
Cosa resta di un’industria del secondario che sposta all’estero la maggior parte della sua produttività? Restano gli uffici di rappresentanza, il Direttore MegaGalattico, le sue 4 segretarie in topless, 4 impiegati svogliati e la mitica pianta di ficus.
Per funzionare, un Paese necessita di economia reale: settore Primario e Secondario: macchine, materiali e industrie. Non ci si può basare solo sul terziario, poichè esso è “astratto”: dipende dagli altri due!
Immaginate ora se il 90% delle aziende che compongono l’economia di un Paese spostasse la parte primaria e/o secondaria aziendale all’estero.. Bene: è quello che è successo negli USA e che sta accadendo anche da noi (fortunatamente un po’ a rilento).
Perchè!?! qualcuno si chiederà. Ci sono 2 motivi principali a questo modus lavorandi:
  1. Si permette ai clienti meno abbienti di comprare i prodotti …che vengono prodotti (appunto): spostando all’estero la parte “costosa” dell’azienda è possibile abbassare i prezzi, e anche di tanto! In questo modo è stato possibile vendere certe “cose” quasi a tutti. Prodotti che prima erano inaccessibili ai più. Aumentando il “Parco Clienti” si aumenta sia il valore dell’azienda che il fatturato.
  2. Aumentare in maniera esponenziale i ricavi: “ricavo” è il termine che definisce quanto si guadagna effettivamente, una volta scorporati i costi, dalla costruzione e vendita del prodotto. Il cinese lavora a stipendio da fame. I caschi motociclistici dell’AGV, per fare un esempio, costano come quelli della Nolan, se non di più; Tuttavia i costi che l’AGV deve sostenere per costruire i suoi caschi sono millemila volte inferiori: in questo caso non si passa nemmeno dal punto 1: il ricavo è l’unico motivo allo spostamento della componente produttiva.

La Borsa, l’economia Reale

La chiamano anche “esaltazione dei mercati”, esaltazione irrazionale dei mercati, specificherei io.
Ha portato dei gran soldoni nelle tasche di tanti operatori del terziario ..e del secondario che si prestavano al terziario. “Giocando” con i titoli quotati sui mercati internazionali si sono andate creando dal nulla delle aziende che in realtà non sono mai nemmeno esistite. Un vero è proprio vortice finanziario del nulla.
Come funziona la Borsa?
Funziona secondo la regola più banale del mondo dopo quella del “io presto sesso a te, tu paghi soldi e/o cibo a me”; Ovvero: “Se in tanti vogliono le azioni dell’azienda $Mazzi&Stramazzi: queste aumentano di prezzo”; per la “naturale” regola di mercato per cui si alzano i prezzi in caso di consensi e si abbassano (per poter vendere) in caso di dissensi.
Accade quindi che una ditta come “$Mazzi&Stramazzi S.R.L.” composta da (ipotesi stracciata ed estremamente semplicistica):
  • quattro impiegate amministrative = € -16.000×4 di costi; € +9.000×4 di ricavi all’anno; € +1.000×4 di bella presenza generale; (tot. € -24.000)
  • Il capo e il suo stramaledetto SUV = € +44.000 per il SUV e -44.000 per il carburante e le prestazioni sessuali pagate 8-) ; € -200.000 di stipendio; € + 100.000 di capacità (tot. € -100.000)
  • 100 dipendenti qualificati = € -31.100×100 di costi; € +93.300×100 di ricavi all’anno (tot. € +6.220.000)
  • un capannone = € +2.800.000
  • un parco clienti medio = € +10.500.000
  • i macchinari = € +40.000.000
  • il cane da guardia = € -2.000,03 di cibo; € +2.000,33 di servizi resi all’anno (tot. €+00,30)
  • costi per i materiali e varie = € -30.000.000
..Per un Valore totale di Somma(-24.000 | -100.000 | +6.220.000 | +2.800.000 | +10.500.000 | +40.000.000 + 00,30) = otteniamo circa € +29.396.000,30
Nota: la valutazione di un’azienda è millemila volte più complessa. Il sopraesposto esempio è da intendersi solo in forma esplicativa.

La Borsa “Reale”

Quotiamo in borsa la “$Mazzi&Stramazzi S.r.l.” che passerà ad essere una Società Per Azioni: “$Mazzi&Stramazzi SPA“; per un totale di 4.899.333 azioni del valore di circa € 6,00 cadauna. L’azienda in questione fa parte dell’ecomomia Reale. Le azioni valgono 6,00 euro fino a quando non ci sarà un bilancio aziendale che conferma una crescita o un calo del TOT% che si riperquoterà sul valore delle azioni. (Per es. un +10% farebbe salire il valore delle “$Mazzi&Stramazzi” a € 6,10).

La Borsa “Fantasmagorica”

Sul mercato azionario, oltre alla solida “$Mazzi&Stramazzi S.r.l.“, c’è anche la ditta “$NoiVendiamoFumo” che consiste in un ufficio in centro a NY o MI, non arredato, senza personale e che è “figlia” di un’altra azienda che l’ha creata per speculare. Le azioni di “$NoiVendiamoFumo” vengono quotate a € 3,00 sulla base del loro valore in quanto azienda del terziario (praticamente sul nulla). Poi arriva anche la fantasmagorica banca “$PrestiamoSoldiATutti” le cui azioni valgono € 30,00 cadauna.. e così via.

I Giochi di Borsa e la Crisi:

Cosa succede durante le crisi? Te lo spiego in modo semplicistico, ma anche estremamente realistico: quanto sto per scrivere è -in soldoni- la formula che “brucia” i soldi nei mercati azionari.
Col passare del tempo le borse di tutto il mondo si sono riempite, saturate, di aziende come “$NoiVendiamoFumo” e “$PrestiamoSoldiATutti“. Molte di queste ditte sono dei veri e propri castelli di carte: create solo per speculare o per far lievitare un po’ di soldi. Vengono quotate sul mercato nei momenti buoni o comunque in periodi “programmati”. Le azioni in questione salgono di valore sfruttando l’andamento generale del mercato, poi, quando sono “mature”: vengono improvvisamente vendute da chi le ha create e che ci guadagna parecchio a venderle. I possessori post_vendita restano con un palmo di naso… in mano.
Altre aziende che fanno parte del mercato e che non fanno parte dell’economia reale sono le squadre di calcio :-| che mazzo vuoi che produca una squadra di calcio!??
Poi ci si mettono anche le banche. Siccome l’economia rallenta a causa della concorrenza dei paesi emergenti (emergenti e/o truffaldini?) e del bassissimo rendimento dei lavoratori del terziario.. prestano soldi a tutti, confidando (come garanzia) nei patrimoni accumulati nel tempo addietro dai “nonni” e dai genitori vari: case, terreni, conti in banca: tutta roba primaria, secondaria: reale insomma.
Ed ecco che un mortazzone qualunque si può permettere l’automobile “di tendenza” (aka: un aborto che passa di moda in 6 mesi e costa un patrimonio: tipo la mini). Le ragazze/donne comprano “accessori” e cavolate del genere, si fanno mutui e rate a go go a tasso da strozzinaggio.
Poi un giorno si svegliano tutti, soprattutto in America, e si rendono conto che i “nonni” e genitori vari.. hanno esaurito le riserve. I giovani laureati non trovano lavoro redditizio o comunque non producono nemmeno la metà di quello che consumano. Le proiezioni finanziarie si fanno grigie. I nuovi direttori di banche e superManager (idioti) istruiti nelle migliori università del mondo …si dimostrano incapaci di gestire persino la paghetta di papa’.
Non c’è meritocrazia. La maggior parte dei “buoni” e “alti” posti di lavoro vengono occupati da raccomandati incapaci e “gasati” che non vedono l’ora di buttare nel cesso i soldi che gli passeranno tra le mani, etc. etc.
Nessuna coscienza etica nel modo di lavorare e investire: l’importante è “sparlare di milioni di qua e di la”; tutta apparenza. Molti di questi operatori del settore non si fanno scrupoli a vendere azioni potenzialmente fallimentari dell’azienda “$PrestiamoSoldiATutti” o “$NoiVendiamoFumo” ai risparmiatori meno esperti.
Gli imprenditori, i capi: sono degli incapaci: una parte della responsabilità della poca produttività dei dipendenti è la loro. Non riconoscono il lavoratore capace da quello “lecchino”, hanno poco occhio ai cambiamenti e il terrore di farsi fregare dai loro stessi collaboratori.. Allo stesso tempo adottano la strategia del risparmiare il più possibile sugli stipendi. E’ un gatto che si morde la coda: come si può pretendere che il lavoratore aumenti la produttività se non arriva a fine mese e non ci dorme la notte.
La scusa tipica è: “siamo in crisi e l’azienda non si può permettere aumenti di stipendio”, però poi per non pagare le tasse si rinnova il parco automobilistico aziendale, anche se non c’è reale bisogno; si fanno scelte commerciali fallimentari, s’investono capitali in nuove aziendine “figlie” fatte di nulla, etc.

Tutti giù per terra


Nel senso che prima o poi i nodi vengono al pettine. Tutte queste “aziende fantasma” in qualche tempo hanno accresciuto il loro valore per pura regola della domanda e dell’offerta: crescono le aziende dell’ “economia reale” e per riflesso psicologico crescono anche quelle venditrici di nulla. Oppure esce una notizia che porterebbe potenzialmente una di queste ditte a fare fatturato… e tutti comprano come degli imbecilli.
Al primo segno di crisi, i grandi compratori, gli esperti, vendono subito le azioni relative all’economia fantasma.. che però sono tante (le aziende e le azioni); e nel tempo hanno riempito gran parte della borsa. Questa vendita di massa genera un abbassamento dell’indice generale di mercato, che di conseguenza trascina in basso anche le quotazioni delle aziende dell’economia reale.
In pratica può succedere che anche le azioni della ditta “$Mazzi&Stramazzi” (azienda reale), pur avendo dimostrato di produrre utile ogni anno, si abbassino di valore nell’ondata di vendite generali che caratterizzano la crisi. Le azioni in questione potrebbero scendere anche a 2,00 euro di valore, nonostante il guadagno dell’azienda sia del 10% nell’anno corrente.
Fino a che l’azienda “$Mazzi&Stramazzi” è quotata in borsa: non conta quale sia il valore reale totale di tutta la struttura che la caratterizza (riassunta sopra). Se arriva un tizio e si compra il 51% delle azioni, a 2,00 euro l’una (nel periodo di crisi): la “$Mazzi&Stramazzi” diventa praticamente sua.

Parte della crisi in realtà è “assestamento”

Intendo dire che tutto il valore accumulato dalle “aziende fantasma” è denaro che non esiste, è supportato dal nulla; non dipende dal fatturato o dal reale ricavo proveniente dalla vendita di qualche prodotto: è legalmente rubato/artefatto. Quando i mercati “crollano”.. gran parte dei “milioni bruciati” non esistevano prima di bruciare, per cui, inizialmente almeno, non si tratta di Crisi vera e propria: è un naturale assestamento.
La parte “cattiva” dell’assestamento è che si bruciano anche i soldi delle aziende reali; per puro effetto psicologico pessimistico.

La mossa giusta

Consiste nel non comprare azioni relative ad aziende inconsistenti. Qualcuno osserverà che sono fallite/crollate anche aziende reali e tangibili: è vero, tuttavia ci sono quasi sempre dei responsabili a questi “crack” scandalosi. La scampano e se la cavano quasi sempre grazie ad amicizie tra politici e magistrati. Normalmente un’azienda del primario/secondario o comunque le aziende reali danno segni di crisi molto prima di “cappottarsi”.
In ogni caso i soldi investiti in borsa sono definiti anche come “capitale a rischio“, che tradotto in termini semplici significa: “soldi che potrebbero volatilizzarsi senza preavviso, e se accade sono camazzi vostri“.
La mossa giustaaaa!!
Si, si, arrivo! E’ praticamente inutile e stupido vendere se c’è una crisi “nevrotica” del mercato; a meno che non si abbia disperato bisogno di soldi immediatamente. Bisogna tenere le azioni fino a quando l’assestamento del mercato non avrà finito di oscillare dall’alto al basso. Quello che resterà, ragionevolmente sarà il valore reale dei propri titoli in borsa.. Dopo la crisi. Per poco che possa essere: sarà sempre più alto di quando si svendono. Anzi, spesso non conviene nemmeno vendere Dopo la crisi: ormai è passata.
I tempi possono essere lunghi, anche anni: 5 o 6. Se fossimo nel 1980 avrei detto anche 10 o 20, ma attualmente il “cervello del mondo” si è notevolmente velocizzato; nel bene e nel male.

13 nov 2011

Quei pozzi avvelenati dalla giustizia alla Rai

È certo che anche se Berlusconi andasse via, per molto tempo rimarrà tra noi come categoria dello spirito. Durante questo ventennio ha terremotato l'apparato statale infilandovi dentro la Lega antistatale e secessionista. Dalle abitudini al linguaggio, ha "smontato" lo Stato 
di FRANCESCO MERLO
È la normalità, la tanto attesa normalità, che ha reso storica la lunga giornata di ieri anche se ci vorrebbe un governo Monti delle anime e dei sentimenti e dei valori per liberare l'Italia dal berlusconismo. Nessuno dunque si illuda che sia davvero scaduto il tempo. Certo, alla Camera lo hanno giubilato, gli hanno fatto un applauso da sipario: è così che si chiude e si dimentica, con l'applauso più forte e più fragoroso che è sempre il definitivo.

Poi Napolitano è riuscito a dare solennità anche all'addio di Berlusconi che sino all'altro ieri si era comportato da genio dell'impunità inventando le dimissioni a rate. Che lui nascondesse una fregatura sotto forma di sorpresa è stato il brivido di ieri, e difatti, inconsapevolmente, nessuno si è lasciato troppo andare e la festa, sino all'annuncio ufficiale delle dimissioni, più che sobria è stata cauta. Di sicuro Berlusconi non ha avuto il lieto fine. Entrato in scena cantando My Way ne è uscito con lo Zarathustra che premia "il folgorante destino di chi tramonta".

Dunque non c'è stato il 25 luglio, non la fuga dei Savoia né la fine della Dc, né tanto meno la tragedia craxiana, nessuno ha mangiato mortadella in Parlamento come avvenne quando cadde Prodi, non c'è stato neppure l'addio ai monti di Renzo anche se nessuno sa cosa farà Berlusconi, se rimarrà in Italia o invece andrà in uno dei degli ospedali che dice di avere regalato nei luoghi
del Terzo Mondo. Tutti parlano, probabilmente a vanvera, di una trattativa parallela e coperta sui processi, di un salvacondotto e di un'amnistia che non hanno mai riguardato in Italia reati come la corruzione e lo sfruttamento della prostituzione. In un Paese normale la rimozione di un capo non produce mai sconquassi e siamo sicuri che il pedaggio che paghiamo alla normalità non sarà l'enorme anormalità di un pasticcio giuridico.

È comunque certo che, anche se Berlusconi si rifugiasse ad Antigua, per molto tempo rimarrà tra noi come categoria dello spirito. Ecco perché ci vorrebbe una banca centrale della civiltà per commissariare il Paese dove Berlusconi "ha tolto l'aureola a tutte le attività fino a quel momento rispettate e piamente considerate. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l'uomo di scienza in salariati da lui dipendenti".
Dunque neppure nello storico giorno in cui è stato accompagnato fuori con il suo grumo di rancore invincibile e lo sguardo per sempre livido, è stato possibile accorarsi e simpatizzare. Non c'è da intonare il requiem di Mozart o di Brahms per l'uomo più ricco d'Italia che ha comprato metà del Parlamento e ha ordinato di approvare almeno 25 leggi ad personam. E ha terremotato lo Stato infilandovi dentro la Lega antistatale e secessionista. E mentre i suoi ministri leghisti attaccavano la bandiera e l'unità dello Stato, Berlusconi organizzava la piazza contro i tribunali di Stato, la Corte costituzionale, il capo dello Stato. Anche il federalismo non ha preso, come negli Usa e in Germania, la forma dello Stato ma dell'attacco al cuore dello Stato. Avevamo avuto di tutto nella storia: mai lo statista che lavorava per demolire lo Stato. Quanto tempo ci vorrà per rilegittimare i servitori dello Stato, dai magistrati ai partiti politici, dagli insegnanti ai bidelli ai poliziotti senza soldi e con le volanti a secco?

E quante generazioni ci vorranno per restituire un po' di valore all'università, alla scuola e alla cultura che Berlusconi ha depresso e umiliato: contro i maestri, contro gli insegnanti, contro tutti i dipendenti pubblici considerati la base elettorale del centrosinistra, e contro la scuola pubblica, contro il liceo classico visto come fucina di comunisti. E ha degradato la più grande casa editrice del Paese a strumento di propaganda (escono in questi giorni i saggi di Alfano, Sacconi, Bondi, Lupi....). Ha corrotto una grande quantità di giornalisti come mai era avvenuto. Ha definitivamente distrutto la Rai affidata ad una gang di male intenzionati che hanno manipolato, cacciato via i dissidenti, lavorando in combutta con i concorrenti di Mediaset. E con i suoi giornali e le sue televisioni ha sfigurato il giornalismo di destra che aveva avuto campioni del calibro di Longanesi e Montanelli. Con lui la faziosità militante è diventata macchina del fango. Testate storiche sono state ridotte a rotocalchi agiografici. E ha smoderato i moderati, ha liberato i mascalzoni dando dignità allo spavaldo malandrino, ai Previti e ai Verdini, ai pregiudicati, e c'è un po' di Lavitola, di Lele Mora e di Tarantini in tutti quelli che gli stanno intorno, anche se ora li chiama traditori. Berlusconi, che fu il primo a circondarsi di creativi, di geniacci come Freccero e Gori ha umiliato la modernità dei nuovi mestieri, della sua stessa comitiva, l'idea di squadra che all'esordio schierava a simbolo Lucio Colletti e alla fine ha schierato a capibranco Tarantini, Ponzellini, Anemone, Bisgnani, Papa, Scajola, Bertolaso, Dell'Utri, Verdini, Romani, Cosentino. Eroi dei giornali di destra sono stati Igor Marini e Pio Pompa. I campioni dell'informazione berlusconiana in tv sono Vespa, Fede e Minzolini. Persino il lessico è diventato molto più volgare, il berlusconismo ha introdotto nelle istituzioni lo slang lavitoilese, malavitoso e sbruffone. E'stato il governo del dito medio e del turpiloquio, è aumentato lo 'spread'tra la lingua italiana e la buona educazione.

E la corruzione è diventata sacco di Stato e basta pensare agli appalti per la ricostruzione dell'Aquila, assegnati tra le risate della cricca. Berlusconi ha dissolto "tutti i tradizionali e irrigiditi rapporti sociali, con il loro corollario di credenze e venerati pregiudizi. E tutto ciò che era solido e stabile è stato scosso, tutto ciò che era sacro è stato profanato". Persino la bestemmia è diventata simonia spicciola, ufficialmente perdonata dalla Chiesa in cambio di privilegi, scuole e mense. Toccò, nientemeno, a monsignor Rino Fisichella spiegare che, sì, la legge di Dio è legge di Dio, ma "in alcuni casi, occorre "contestualizzare" anche la bestemmia". E quanto ci vorrà per far dimenticare la diplomazia del cucù e delle corna, lo slittamento dal tradizionale atlantismo verso i paesi dell'ex Unione Sovietica, la speciale amicizia con i peggiori satrapi del mondo?

E mai c'era stata una classe dirigente maschile così in arretrato di femmina verrebbe da dire con il linguaggio dell'ex premier: femmina d'alcova, esibita e valutata come una giumenta, con il Tricolore sostituito con quella grottesca statuetta di Priapo in erezione che circolava - ricordate? - nelle notti di Arcore. Persino il mito maschile della donna perduta e nella quale perdersi, persino la malafemmina italiana è stata guastata da Berlusconi, ridotta a ragazza squillo della politica: l'utilitaria, il mutuo, seimila euro, l'appartamentino, un posto di deputato e forse di ministro per lucrare il compenso - "il regalino" - agli italiani. Lo scandalo del berlusconismo non è stato comprare sesso in un mondo dove tutto è in vendita ma nel pagare con pezzi di Stato, nell'uso della prostituzione per formare il personale politico e selezionare la classe dirigente. E non è finita: se la prostituzione ha cambiato la politica, anche la politica ha cambiato la prostituzione. La Maddalena ha perso la densità morale che fu una forza della nostra civiltà, è diventata la scialba ragazzotta rifatta dal chirurgo ed educata dalla mamma-maitresse a darla via a tariffa.

Il berlusconismo è stato l'autobiografia della nazione per dirla con Croce, non un accidente della storia. Non basta certo una giornata solennemente normale per liberarcene. C'è bisogno di anni di giornate normali. E per la prima volta non saranno gli storici a mettere in ordine gli archivi di un'epoca. Ci vorranno gli antropologi per classificare il berlusconismo come involuzione della specie italiana, perché anche noi, che siamo stati contro, l'abbiamo avuto addosso: "Non temo il Berlusconi in sé - cantava Gaber - ma il Berlusconi in me".  
(13 novembre 2011)

27 ott 2011

«Al posto del Tav metta in sicurezza il territorio»

Tozzi e Mercalli contro il governo: «Al posto del Tav metta in sicurezza il territorio» 
di Lorenzo Galeazzi, 27 ott.

I due conduttori televisivi: "L'esecutivo fa finta che il cambiamento climatico non esista" Invece delle mega-opere, mille piccoli cantieri per fermare il dissesto idrogeologico.» Il Fatto quotidiano, 26 ottobre 2011
 
“L’unica grande opera infrastrutturale della quale l’Italia ha bisogno non è il Tav o il ponte sullo Stretto, ma è un piano per la messa in sicurezza del territorio”. I due volti televisivi del pensiero ambientalista italiano, Mario Tozzi e Luca Mercalli parlano a una voce sola per commentare quanto accaduto in Liguria e Toscana, dove il maltempo ha messo in ginocchio le regioni provocando morti, dispersi e interi paesi evacuati.

Secondo i due esperti, sul banco degli imputati ci sono cinquant’anni di edilizia selvaggia, nessun piano serio per prevenire il dissesto idrogeologico né tantomeno uno straccio di programma per informare la popolazione sui rischi connessi a questo tipo di fenomeni. “Sono nato il 4 novembre del 1966, il giorno dell’alluvione di Firenze – dice Mercalli – Anche allora ci si fece trovare impreparati. Quarantacinque anni dopo non è cambiato niente. Si piange e si contano i morti quando piove e si fa finta di niente quando torna il sole”.

Negli ultimi 45 anni non solo non è andati avanti a cementificare il territorio come se niente fosse, ma il clima impazzito ha aggredito quei terreni resi negli anni fragili e impermeabili alle bordate d’acqua sempre più forti che piovono dal cielo. Un fenomeno che in molti paesi rappresenta una realtà con cui fare i conti, mentre in Italia viene derubricato a superstizione di qualche cassandra travestita da scienziato.

“La quantità d’acqua che prima cadeva in un mese, oggi cade in un’ora. E questo è uno dei principali effetti dell’innalzamento della temperatura terrestre, perché l’aria è più calda e l’energia termica che viene sprigionata è maggiore. E questo è un fatto, non un’opinione”, sostiene Tozzi.

Parole che dovrebbero fare fischiare le orecchie ai vari Marcello Dell’Utri, Adriana Poli Bortone, Antonio D’Alì e alla pattuglia di senatori della maggioranza protagonisti, poco più di un anno fa, di una serie di mozioni che negavano l’esistenza del cambiamento climatico come conseguenza dell’azione umana. Secondo loro, il climate change è figlio di non meglio precisati fenomeni astronomici e, nel caso esista realmente, porterà “maggiori benefici” che danni. Come gli scenari apocalittici descritti dagli scienziati dell’Ipcc, l’International panel on climate change delle Nazioni unite. Il loro corposo dossier, considerato dal centrodestra italiano come una iattura anti-sviluppista, valse agli esperti dell’Onu il premio Nobel per la Pace nel 2007.

“Eppure la tropicalizzazione del clima ci sta presentando il conto – sostiene Tozzi – A iniziare dalle flash flood (le bombe d’acqua, alluvioni istantanee, ndr) che sono figlie del clima che si surriscalda e si estremizza. Basti pensare alla Liguria dove nei giorni scorsi sono caduti metà dei centimetri d’acqua che in quel territorio cadono in un anno”.

Una posizione condivisa da Mercalli che ricorda quando durante una recente puntata di Che tempo che fa descriveva in diretta i contenuti del dossier sugli scenari climatici messo a punto dalla Svizzera: “Il governo elvetico ha messo in conto al primo punto gli eventi alluvionali intensi e improvvisi che sono scatenati dall’aumento della temperatura, da noi invece si fanno spallucce e scongiuri per poi dichiarare lo stato di calamità naturale”.

Infatti a differenza di Berna in Italia si preferisce costruire gigantesche opere infrastruturali, giudicate inutili dagli esperti e invise alle popolazioni locali, invece che mettere a punto un piano organico per fronteggiare il dissesto idrogeologico. Un settore che “a partire dal 2006 ha visto i fondi dimezzati, mentre si trovano, o si dice di trovare, i soldi per la Torino-Lione o per il ponte sullo Stretto di Messina”, fa notare Tozzi. “Ma la prevenzione – continua il geologo – non solo salva le vite umane – conviene anche dal punto di vista economico: per un euro speso oggi se ne risparmiano sette in futuro”. Al posto di faraonici ponti e gigantesche gallerie, secondo i due conduttori, bisognerebbe aprire mille piccoli cantieri che mettano in sicurezza colline, paesi e letti di fiumi. “Invece noi siamo il paese delle grandi opere che non vedranno mai la luce del sole, degli sciagurati piani casi, della cementificazione selvaggia e soprattutto dei condoni”, sottolinea amareggiato Tozzi.

A fianco della prevenzione l’altro grande assente dal dibattito è l’informazione, che “è morta” secondo Mercalli per lasciare il campo alla semplice emotività nel commentare emergenze e catastrofi. Il meteorologo cita il caso di New York, quando a fine agosto si è trovata a dover fronteggiare la tempesta Irene. Il piano di evacuazione e le informazioni date alla cittadinanza da parte dell’amministrazione Bloomberg hanno fatto sì che in città non si registrasse nessuna vittima. “Quello che sarebbe successo nel Levante ligure si sapeva con 48 ore di anticipo – attacca Mercalli – Se si fosse messo a punto un serio piano di educazione-informazione per i cittadini, come nella Grande Mela, magari non si sarebbero salvati gli edifici, ma di sicuro le vite umane”.

Tuttavia i due conduttori televisivi guardano al futuro con disillusione e quasi all’unisono dicono: “Dopo la tragedia tornerà il sole e anche questa volta ci si dimenticherà di tutto”. In attesa della prossima alluvione o frana accompagnata dalla solita litania giustificatoria. “Che suonerà ancora più grottesca perché eventi di questa portata non sono più né eccezionali né tantomeno imprevedibili”.

Jeremy Rifkin: «La prossima rivoluzione sarà quella ambientale»

Jeremy Rifkin: «La prossima rivoluzione sarà quella ambientale» di Antonio Cianciullo, 26.10.2011



«Non è l'austerità a essere sbagliata. E' la mancanza di un piano di sviluppo che crea i problemi». La Repubblica, 25 ottobre 2011, con postilla

Italia ha tagliato drasticamente i suoi bilanci obbedendo alle disposizioni della finanza internazionale. E adesso che succede? Si sente dire che non è credibile perché non ha i fondi per sostenere la crescita. Ma questo è il comma 22, una via cieca. Non si può pensare di continuare a cancellare posti di lavoro e futuro senza che si moltiplichino moti di rivolta come quelli che stanno prendendo piede in Italia e in Grecia. La Germania ha dimostrato che uno sviluppo diverso è possibile. Perché non seguite quella strada?». Jeremy Rifkin, il presidente della Foundation on Economic Trends, è venuto a Roma per presentare il suo ultimo libro, La terza rivoluzione industriale, edito da Mondadori. L´appuntamento doveva essere un momento di confronto accademico, è diventato parte di un´attualità drammatica.

L´austerità dei bilanci è sbagliata?
«Non è l´austerità ad essere sbagliata, è la mancanza di un piano di sviluppo che crea i problemi. Per uscire dalla crisi ci vuole una visione del futuro. Bisogna comprendere il nesso fra le tre crisi che abbiamo di fronte, quella finanziaria, quella energetica e quella ambientale. Il carbone e il petrolio, che hanno animato la prima e la seconda rivoluzione industriale, sono in fase di esaurimento, un ciclo di crescita che si pensava come inesauribile è finito. E nel frattempo emergono i danni ambientali prodotti dall´uso dei combustibili fossili perché il carbonio, accumulato sotto terra in milioni di anni e rilasciato all´improvviso in atmosfera, sta modificando il clima».

Insomma abbiamo tre crisi invece di una.
«Ma la somma delle tre crisi offre una possibile soluzione. A patto di sostituire la speranza alla paura, di abbandonare la logica dei divieti e di guardare all´obiettivo da raggiungere: far decollare le aziende impegnate nell´edilizia sostenibile, nelle fonti rinnovabili, nelle telecomunicazioni, nella chimica verde, nella logistica a emissioni zero, nell´agricoltura biologica. La difesa dell´ambiente è un formidabile motore di sviluppo e di occupazione, non un peso: in Italia può dare centinaia di migliaia di posti di lavoro».

Eppure in molti, dovendo tagliare le spese, fanno cadere la scure proprio sugli investimenti ambientali: il governo italiano era arrivato a ridurli del 90 per cento.
«Vuol dire tagliare via il futuro, restare impantanati. Bisogna fare il contrario: traghettare l´economia dalla parte del nuovo perché siamo nel mezzo di un passaggio epocale, il salto dalla seconda alla terza rivoluzione industriale. Il nuovo modello si basa su cinque pilastri: le fonti rinnovabili; la trasformazione delle case in centri di produzione di energia grazie alle micro centrali domestiche; l´idrogeno per immagazzinare l´energia fornita dal sole e dal vento durante i momenti di picco; la creazione delle smart grid, che sono l´Internet dell´energia; le auto con la spina. È una rivoluzione che si completerà entro la metà del secolo».

Tempi lunghi, non scoraggiano gli investimenti immediati?
«No, perché il processo è già iniziato e sia i pericoli da evitare che i vantaggi da ottenere sono presenti qui e ora. Dagli anni Settanta a oggi il numero degli uragani più gravi è raddoppiato. E nell´agosto del 2008, per la prima volta da 125 mila anni, si poteva navigare attorno al Polo Nord perché i ghiacci si erano fusi».

E i vantaggi?
«Faccio un paio di esempi. Rendere più efficienti le case negli Stati Uniti costerebbe 100 miliardi di dollari l´anno ma permetterebbe di risparmiare energia per 163 miliardi di dollari l´anno. E la mobilità, nell´era in cui l´attenzione si sposta dalla proprietà all´accesso alle reti, offre analoghe opportunità. Zipcar, la più importante società di car sharing, in un decennio di attività ha aperto migliaia di sedi per mettere le auto condivise a disposizione dei suoi clienti: cresce del 30 per cento l'anno e nel 2009 ha fatturato 130 milioni di dollari».

Non c´è il rischio che questa prospettiva affascini i paesi più industrializzati, mentre gli altri continuano a produrre e inquinare sulla vecchia strada?
«La cronaca ci racconta una storia diversa: in Cina si moltiplicano le battaglie per conquistare uno spazio libero all´interno delle reti globali, in Nord Africa abbiamo visto che dittature brutali sono state rovesciate attraverso il tam tam dei social media. Il potere laterale, cioè il diritto all´accesso alle reti dell´informazione e dell´energia è la nuova frontiera capace di mobilitare la generazione di Internet. Oggi lo scontro non è tra destra e sinistra ma tra un modello accentrato, autoritario e inefficiente e un modello basato sul decentramento, sulla trasparenza e sulla libertà di accesso alle reti».

Postilla

Giustissima le tesi di Rifkin. Il fatto è che, per ottenere quel risultato, la locomotiva non può essere costituita un sistema economico che ha nella produzione di merci finalizzata alla massima accumulazione di profitto il suo obiettivo determinante. Uscire dalla triplice crisi (che è la crisi del capitalismo) senza uscire dalle finalità del sistema capitalistico non più facile che far passare un cammello (o anche un topo) dalla cruna di un ago.