20 gen 2010

Transition Town - i concetti base (1)


Picco del Petrolio (picco di Hubbert – Peak Oil)

Il Picco del Petrolio fu teorizzato per la prima volta da King Hubbert nel 1956. Il picco avviene nel momento in cui viene raggiunta la massima capacità di estrazione dai giacimenti disponibili nel mondo. Una volta raggiunto il picco la produzione entra in una fase di declino progressivo e definitivo. In termini pratici il raggiungimento del picco significa la fine della disponibilità di petrolio a basso prezzo (a volte viene confuso con la fine del petrolio in quanto risorsa). Nelle società industrializzate e fortemente dipendenti dal petrolio il raggiungimento del picco senza adeguata preparazione potrebbe portare a una crisi energetica globale e al crollo del sistema economico.

19 gen 2010

agricoltura urbana

Se hai un appezzamento di terreno, per quanto piccolo che sia è possibile farci crescere le proprie verdure e non hai neppure bisogno di sapere come fare. Questa è l’idea che sta alla base del crescente numero di programmi di giardinaggio comunitario urbano: “noleggiare degli agricoltori”, in questo modo si aiutano gli abitanti delle città a scoprire le gioie di un orto che ci può regalare verdura fresca e cresciuta “in casa”.

Oltreoceano Urban Land Army’s Land Link, è in prima linea in questa tendenza al giardinaggio urbano. Programmi come il Longfellow Creek Garden puntano a costruire una comunità che insegni ai residenti il giardinaggio, l’orticoltura e l’agricoltura urbana, attraverso diverse attività. La tendenza è in assoluta crescita, così i corsi di giardinaggio organizzati dalla Landlink si riempiono facilmente anche con l’aggiunta di diverse nuove classi ogni anno. Attraverso la campagna Urban Land Army’s Land Link, le persone che vogliono far crescere le proprie verdure, possono collegarsi con i proprietari dei piccoli appezzamenti di terreno che vogliono godere di prodotti freschi, ma non hanno il tempo o l’inclinazione all’agricoltura.

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Ma l’agricoltura urbana è in grado di raggiungere anche il vostro posto di lavoro. Alla HomeStreetBank di Seattle, il manager Maggie McKelvy ha infatti ottenuto il permesso di iniziare a coltivare il suo piccolo appezzamento di terreno vicino al parcheggio della banca. I suoi collaboratori hanno poi aderito con entusiasmo a tale iniziativa, donandogli completamente il terreno un giardiniere in questo modo un giardiniere segue la coltivazione del piccolo orto procurando verdura fresca ai piccoli proprietari dell’appezzamento di terra.

“In questo modo aumenta il tenore di vita e la possibilità di avere buon cibo, possiamo infatti vedere crescere la verdura e prendere parte all’attività di farla crescere”, spiega Colin McCrate, proprietario e operatore della Seattle Urban Farm Company, che aiuta a creare per propri clienti giardini urbani nel centro della città. “Quando ho iniziato a coltivare l’orto, sono diventato molto più attento a ciò che sto mangiando e ho iniziato a mangiare meglio.” McCrate ritiene che molte persone stiano diventando sempre attente a ciò che mangiano e l’attenzione come le vendite dei prodotti alimentari biologici (cooptati dalle grandi aziende) sta aumentando. Egli vede così l’agricoltura urbana come un nuovo modo per riconnettersi con una vita più sana, rispettosa della propria alimentazione. Il Seattle Urban Farm Company offre una vasta gamma di servizi, dalla breve consultazione per la progettazione, all’installazione e la manutenzione. del proprio orto urbano.

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McCrate e il suo team di esperti agricoltori biologici sono in grado di coltivare circa 40 diversi tipi di verdure ed erbe aromatiche, ciascuna con un distinto periodo di raccolta. “Le coltivazioni di agricoltura urbana più frequenti che ci chiedono di coltivare sono i pomodori, carote, insalata, fagioli e piselli. Ed un appezzamento di 6×6m è l’ideale per una famiglia” spiega McCrate, “ma ci capita di lavorare con qualsiasi spazio disponibile”. “Chi abita in città molto spesso non ha la conoscenza sempre più di molte semplici pratiche agricole”, spiega Amy Pennington, giardiniere a noleggio di Seattle, la cui attività è chiamata Go Go Green Garden. “Le persone sono diventate più consapevoli delle loro scelte alimentari e il nostro lavoro lo vediamo aumentare con questa tendenza”. “L’irrigazione degli orti urbani (e in generale) è una delle cose che richiede più manutenzione e che le persone tendono più a trascurare”, continua McCrate. “Le piante hanno bisogno di tonnellate d’acqua, in particolare durante le estati asciutte”. Con l’irrigazione a goccia, l’acqua va direttamente nel suolo invece evaporare rapidamente.

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Ma oltreoceano dichiarazioni di persone come queste fanno molto riflettere su ciò che può essere considerata pura e semplice moda o tendenza e paura o insicurezza del futuro: “… Il mio nome è Lara Fukes. Ho 38 anni. E se arrivasse un’altra Grande Depressione, vorrei parlare subito con i miei parenti e buoni amici e, probabilmente andremmo tutti insieme a vivere in una fattoria dove ritornare a raccogliere il grano dai ampi e avviare il proprio allevamento di animali in modo sopravvivere tutti insieme … “. Ma persone come Lara (e molte altre persone che vivono in città o anche nelle zone rurali) non sono mai state in un’azienda agricola e fattoria veramente, nonostante il passato contadino di appena 2 generazioni fa.

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Nella realtà però persone come Lara e i suoi amici nel corso di una depressione economica maggiore sarebbero accolti tanto amichevolmente dal proprietario di una fattoria non sapendo fare praticamente nulla. Oppure pensiamo che Lara e i suoi amici sarebbero in grado di acquistare una fattoria? Mi auguro per loro che abbiano in anticipo buone quantità di oro e argento come forme di moneta da scambiare, perché credo che in uno scenario come questo o peggiore, la cartamoneta o le carte di credito non abbiano lungo corso.

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Su questi scenari e nuove tendenze stanno nascendo gruppi come la Cascina Santa Brera italiana o il WWOOF (acronimo di Willing Workers On Organic Farms) dove si svolgono attività volte a creare e sviluppare comunità sostenibili legate all’agricoltura o transition town. Non importa dove siete nel mondo infatti, ci sono link, contatti e tutte le informazioni di contatto di cui avrete bisogno per trovare un’azienda nella vostra zona. Contatta la persona che possiedono un piccolo terreno e che possono darvelo in gestione, non è necessaria esperienza, dovrete imparare! Le informazioni ci sono! E dopo qualche fatica e qualche tempo potrete anche tornare a casa con i frutti delle vostre fatiche da esibire.

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Landshare è davvero un sito eccezionale, appena nato nel Regno Unito esso collega i coltivatori, proprietari terrieri, e cercatori di terra vacante utilizzabile in modo produttivo, oltre alle persone che vorrebbero imparare le basi per coltivare il proprio orto. Per ora resta solo un accenno ma entreremo con il tempo sempre più in profondità riguardo a questi argomenti. In vista anche di nuove pratiche di agricoltura che tengono sempre più in considerazione il valore della terra e la sua fertilità (vedi biochar). Di sicuro è che non importa ciò che il futuro ci riserva ma un po’ di preparazione, coscienza e dei vecchi consigli ci serviranno sempre, qualunque cosa accadrà.


http://www.urbanlandarmy.com/

identità e compassione

Dell'impossibilità di un orgoglio nazionale di Alessandro Bertante

Alcuni giorni fa mentre ordinavo un caffè in un bar di Milano sono rimasto colpito da un'immagine di per sé innocua, o perlomeno che io credevo tale. Dietro al bancone stava in bella evidenza una grande bandiera italiana. Nessun altro simbolo o segno di commento, solo il tricolore bianco, rosso e verde. Osservandola per un minuto con la tazzina a mezz’aria mi sono reso conto di provare una forte sensazione di disagio. Quella bandiera mi sembrava una inutile ostentazione nazionalista. Guardai il barista, cercando nella sua fisiognomica e nel suo abbigliamento una giustificazione parafascista a tanto osare. Invece niente, era un cordiale professionista milanese.
Uscito dal bar la sensazione di disagio mi è rimasta addosso. Perché il tricolore mi fa questo effetto? Se mi fosse capitata la stessa cosa in Francia o Inghilterra non mi sarei nemmeno stupito. L’Union Jack è frequente nei pub inglesi e i francesi non hanno alcun pudore a esporre la loro bandiera. In Italia invece questa cosa mi sembra di cattivo gusto o comunque inopportuna.
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gli anni Ottanta parlano già un altro linguaggio. Io sono adolescente e vivo nella metropoli invasa dall’eroina. Ma fuori dai quartieri bisogna fare i soldi e farli alla svelta, in una realtà sberluccicante che dimostrerà presto la propria inconsistenza. La macchina pubblicitaria macina miliardi mentre i mezzi di comunicazione di massa proiettano la gente comune in altri luoghi, reali o immaginifici, ma comunque a portata di mano. Gli italiani guardano fuori dai confini nazionali: del tricolore e della patria continua a non fregare niente a nessuno. Solo durante le grandi vittorie sportive lo spirito d’appartenenza si ridesta – e penso ai mondiali del 1982 -, ma è un fatto di costume, un rito collettivo che si spegne in una notte di festeggiamenti.
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Tangentopoli arriva come una bufera, gettando fango sulla classe politica, sulle istituzioni e sull’idea stessa di stato di diritto. Io ho ventitré anni. Vedo franare ancora una volta la nostra autostima di cittadini perché le coeve stragi di mafia mostrano che l’eterna Italia delle trame continua a prosperare nell’ombra. In questo contesto di progressiva disgregazione, s’affaccia alla ribalta un nuovo partito, la Lega Lombarda - Lega Nord. Nata a metà degli anni Ottanta nella profonda provincia settentrionale, la Lega approfitta del crollo dei partiti della prima repubblica per fare nuovi proseliti con un programma molto chiaro, la secessione del Nord Italia industrializzato ed economicamente prospero dal Sud parassitario e clientelare. Considerata all’inizio come un fenomeno folcloristico e passeggero, all’inizio degli anni Novanta è già un movimento politico importante e strutturato con dei quadri professionisti e migliaia di militanti di base. Un movimento che mina alle fondamenta il concetto di patria. Altro che tricolore, nelle pizzerie padane sventola la bandiera di Alberto da Giussano. L’identità nazionale subisce un’altra formidabile botta. Ci penserà Silvio Berlusconi a unire le istanze della nuova destra post fascista e autenticamente nazionalista, alle urgenze separatiste di Umberto Bossi.
Proveniente dalla grande palude della piccola borghesia impiegatizia, questo sconosciuto imprenditore lombardo, partendo dall’edilizia in meno di dieci anni ha creato un impero mediatico, acquisendo i tre maggiori network televisivi privati. È furbo, scaltro, vanitoso, carismatico, senza scrupoli e privo di alcun senso civico. Ma è capace o così si definisce. Durante gli anni Ottanta crea una mitologia sulla propria efficienza. Dopo tangentopoli, per salvare le sue aziende da una sacrosanta legge antitrust, si butta in politica.
Il suo partito Forza Italia ha ottenuto un successo clamoroso, diventando l’espressione privilegiata della nuova borghesia italiana. Io ho trent’anni mentre lui viene eletto più volte Presidente del Consiglio. Ma viene anche sconfitto. Cade e si rialza, dimostrando energie insospettabili. Ma non cambia. Piuttosto involve, l’esperienza da premier lo trasforma in una sorta di caricatura dell’italiano medio anni Cinquanta, riportando all’estero la nostra immagine peggiore, dalla quale ci eravamo da poco tempo affrancati. Lui è l’italiano degli stereotipi razzisti. Si crede simpatico, fa le corna ai colleghi stranieri, schiamazza con la regina d’Inghilterra, racconta barzellette, si circonda di guitti con mandolino e si presenta con il bandana durante le visite ufficiali di altri capi di stato e confonde scientemente vita privata e funzione pubblica. Ciò nonostante il suo successo cresce e lui, non soddisfatto, continua nel suo processo involutivo. In età senile si riscopre seduttore e grande amatore, diventando lo zimbello di tutto il mondo civilizzato. Ma non degli italiani. Gli italiani lo amano. Berlusconi è accusato da svariate procure di una serie interminabile di reati ma gli italiani continuano ad amarlo senza condizioni. Anno dopo anno, l’affermarsi del potere berlusconiano contribuisce alla disgregazione culturale della nazione, il concetto stesso di società civile perde completamente di significato.
Le cronache recenti ci raccontano che oramai in Italia si può fare qualsiasi cosa. Un giornalista di una televisione dei proprietà del premier può pedinare e filmare un magistrato violando la sua vita privata senza che questo gesto abbia reali conseguenze penali o perlomeno professionali. Non esistono più obblighi ne condivisioni di responsabilità. Le parole non hanno più importanza, il buon senso è visto come sintomo di estremismo. La verità diventa accessoria o addirittura superflua.
In tempo di pace, un forte sentimento identitario nazionale nasce sempre dalla presunzione di un primato etico e morale. Ovvero, la nostra civiltà è superiore e noi siamo fieri di farne parte senza necessariamente condividere questa ricchezza con le altre nazioni. Negli ultimi dieci anni è sorto in Italia un nuovo tipo di nazionalismo, fondato sul malcostume e sulla rivendicazione di mediocrità eretta a sistema. Nasce così l’orgoglio degli evasori fiscali, degli approfittatori, dei conformisti, dei furbi e dei furbetti, dei nuovi mercati di schiavi e delle mamme delle veline. Un nazionalismo grossolano e volgare, senza basi culturali reali né classi sociali di riferimento ma che sfrutta allo stesso modo, e senza alcun pudore, le tragedie umane delle nostre guerre di pace e la retorica consunta e oramai improponibile degli “italiani brava gente”.
Torniamo al bar quindi, alla domanda iniziale. Adesso ho quarant’anni, della mia vita in questo paese ho troppi ricordi amari. Se guardando il tricolore dietro al bancone provo disagio non c’è nulla di cui stupirsi. La ragione è semplice: non sono fiero di essere italiano. Quando vado all’estero sono imbarazzato e rimango sulla difensiva.
In qualsiasi paese mi trovi - amministrato dalla destra o dalla sinistra, al Sud o al Nord dell’Europa - io mi vergogno della nostra condizione. Con la testa bassa guardo gli sguardi dei miei interlocutori e non vedo sdegno o sorpresa. No, io vedo compassione.
Ci compatiscono di essere italiani.
http://www.carmillaonline.com/archives/2010/01/003315.html

http://www.youtube.com/watch?v=G24_vXfQu3s