19 giu 2014

Calendario delle semine

Il tempo passa, e il lavoro langue.
Sbrigarsi con cavoli e cicoria !!!!!

GennaioFebbraioMarzoAprile
Carote
Cavolfiori
Cipolle
Fave
Lattughe
Melanzane
Meloni
Peperoni
Piselli
Porri
Prezzemolo
Ravanelli
Rucola
Spinaci
Valeriana
Zucchini
Carote
Cavolfiori
Cipolle
Fave
Lattughe
Melanzane
Meloni
Peperoni
Piselli
Porri
Prezzemolo
Ravanelli
Rucola
Spinaci
Valeriana
Zucchini
Angurie
Asparagi
Barbabietole
Basilico
Bieta
Carote
Cavoli
Cime di rapa
Cipolle
Fave
Finocchi
Indivie
Lattughe
Melanzane
Meloni
Peperoni
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Pomodori
Porri
Prezzemolo
Rucola
Zucchini
Angurie
Asparagi
Barbabietole
Basilico
Bieta
Carote
Cavoli
Cetrioli
Cime di rapa
Cipolle
Finocchi
Indivie
Lattughe
Melanzane
Meloni
Peperoni
Piselli
Pomodori
Porri
Prezzemolo
Rucola
Zucche
Zucchini
MaggioGiugnoLuglioAgosto
Angurie
Asparagi
Barbabietole
Basilico
Bieta
Broccoli
Cardi
Carote
Cavoli
Cetrioli
Indivie
Lattughe
Melanzane
Meloni
Peperoni
Piselli
Pomodori
Porri
Prezzemolo
Rucola
Scarola
Zucchini
Barbabietole
Bieta
Broccoli
Cardi
Carote
Cavolfiori
Cavoli
Cetrioli
Cicoria
Fagioli
Indivie
Lattughe
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Sedano
Zucca
Zucchini
Bieta
Cavolfiori
Cavoli
Cicoria
Fagioli
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Lattughe
Prezzemolo
Rapa
Rucola
Zucchini
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Carote
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Finocchio
Fagioli
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Zucchini
SettembreOttobreNovembreDicembre
Cime di rapa
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Lattughe
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Ravanelli
Spinaci
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Lattughe
Piselli
Ravanelli
Spinaci

14 giu 2014

la Selvarella

che si fa, si ricomincia?

.... il tempo è passato. Tante cose in mezzo. Il ritorno è stato fortunoso....
Però : il nome è beneaugurante, il tempo è migliorato, la dimensione invoglia...
QUASI QUASI, ci provo
 

















Però, quante cose da fare.... e il blog è tutto sottosopra. Sembra una casa lasciata in fretta e furia, abbandonata per anni, impolverata, arrugginita, disseccata, dove si ritorna con il batticuore e la paura di non farcela.
Non resta che rimboccarsi le maniche....
Dove saranno finiti gli interruttori, i bottoncini, i comandi nascosti?
E tutte quelle immagini che non si vedono più? e luci spente, e rubinetti arruginiti...

27 giu 2012

l'orto biologico

da: http://www.ortiurbani.net/wp-content/uploads/F.Or_.Tec-LOrto.pdf

L’agricoltura biologica è unanimemente riconosciuta come un metodo produttivo sostenibile, tuttavia non si può parlare di sostenibilità ragionando esclusivamente su concetti tecnici (es. quali prodotti sarebbe bene usare per le fertilizzazioni? Come ridurre il numero di trattamenti antiparassitari?), ma occorre anche considerare una serie di principi etici che siano condivisibili da tutti, agricoltori e non.
Essi sono:
- cura della terra: l’agricoltura biologica vuole riportare in buone condizioni il suolo ed il territorio, ormai degradati da una pluriennale pratica di coltivazione distruttiva ed inquinante;
- cura delle persone: l’agricoltura biologica vuole migliorare la qualità della vita degli agricoltori, dei consumatori, delle generazioni presenti e future, affinché tutti possano beneficiare di alimenti più sani e nutrienti e di un ambiente più salubre;
- limite ai consumi ed agli sprechi: l’agricoltura biologica vuole sostituire il consumo intensivo di erbicidi, fertilizzanti, antiparassitari e acqua con tecniche che, impiegando e riciclando risorse interne all’azienda, permettano ugualmente di nutrire le piante e difenderle dai parassiti.
L’etica dunque non è un optional da usare quando fa comodo, ma dev’essere considerata ogniqualvolta l’agricoltore prende una decisione o esegue un’operazione agronomica; vediamo perché e come, servendoci di due esempi:

Le rotazioni.
La scelta di avvicendare correttamente le colture in modo da prevenire l’accumulo di parassiti nel terreno, invece di ripetere nello stesso appezzamento la coltivazione di poche specie caratterizzate da parassiti comuni, evita il ricorso ad interventi correttivi drastici come la disinfezione del suolo che implica l’uso di potenti veleni. In questo caso l’agricoltore avrà “cura della terra” perché non introdurrà agenti inquinanti nel suolo, avrà “cura delle persone” perché coltiverà senza usare sostanze nocive alla sua e nostra salute, porrà un “limite ai consumi e agli sprechi” perché risolverà il problema senza ricorrere ad alcun intervento chimico, ma semplicemente eseguendo gli avvicendamenti secondo la buona pratica agronomica.

L’uso della paglia per la pacciamatura.  
La paglia è un sottoprodotto della coltivazione dei cereali, in zootecnia viene usata come foraggio, ma nella produzione vegetale, purtroppo, è spesso considerata materiale di scarso valore; la possibilità d’impiegarla per il controllo delle malerbe e la difesa del suolo nella coltivazione degli ortaggi, in sostituzione o in modo complementare all’uso di teli, è un’opportunità virtuosa. Eccellenti risultati si riscontrano nella coltivazione di zucca, melone, anguria, zucchino, pomodoro da salsa.
In questo caso l’agricoltore avrà “cura della terra” perché con la paglia proteggerà il suolo dall’azione destrutturante e erosiva delle piogge e del vento, perché a fine coltura la paglia verrà trinciata ed interrata con conseguente liberazione di principi nutritivi e, soprattutto, conversione in humus, perché la paglia rappresenta un’alternativa non inquinante all’uso di diserbanti. 
L’agricoltore avrà “cura delle persone” perché controllerà le erbe infestanti usando una tecnica che esclude l’impiego di sostanze nocive alla salute (i diserbanti). Infine, porrà un “limite ai consumi e agli sprechi” perché impiegherà in modo intelligente un sottoprodotto della coltivazione dei cereali; perché con l’interramento della paglia restituirà al suolo parte dei principi nutritivi che la coltivazione dei cereali gli avevano sottratto; perché la paglia, intesa come materiale pacciamante, non richiede consumi energetici specifici per la sua genesi, a differenza dei teli; perché la paglia, rispetto ai teli pacciamanti in polietilene, non richiede lo smaltimento in centri di raccolta specializzati; perché se si decide di non interrarla a fine coltura, la paglia può essere raccolta e riutilizzata per le stesse finalità o per fungere da lettiera per gli animali domestici.
Senza queste basi etiche non si può fare vera agricoltura biologica.
La fertilità del suolo non è solo chimica. Accettare questo principio non è cosa da poco, in quanto dal punto di vista pratico e psicologico la sua applicazione implica una grande svolta rispetto alla coltivazione col metodo convenzionale.
Cosa cambia? Ogni giorno l’ortolano dovrà pensare, decidere ed agire considerando la fertilità del terreno come l’insieme di tre tipi di fertilità complementari fra loro e legati da molti nodi:
- fertilità biologica: ossia la presenza di una ricca e diversificata comunità di micro
e macro-organismi;
- fertilità fisica: ossia la presenza di una struttura buona e stabile;
- fertilità chimica: ossia la dotazione di principi nutritivi.
Cosa implicano nella pratica di campo queste tre facce della fertilità?
- Fertilità biologica: si può mantenere e migliorare programmando bene l’avvicendamento delle colture ed eseguendo determinate operazioni colturali che producano un aumento della biodiversità nel suolo. Come? Praticando rotazioni lunghe (cioè di almeno 4 anni), coltivando specie che non condividano gli stessi parassiti affinché sia scongiurato l’accumulo nel terreno di organismi nocivi (es. funghi, nematodi), inserendo il maggior numero di sovesci e fertilizzazioni a base di letame o compost allo scopo di mantenere un’adeguata dotazione di sostanza organica nel terreno che, direttamente o meno, costituisce il substrato alimentare della comunità biotica terricola.
Di conseguenza, nel terreno si genererà uno stato di equilibrio fra popolazioni di organismi utili e nocivi che non solo limiterà la comparsa di parassiti dell’apparato radicale, ma anche quello di parassiti che attaccano le parti verdi delle piante e che possono conservarsi da un anno all’altro sui residui colturali (es. Peronospora delle solanacee, Peronospora delle crucifere, Botrite, Antracnosi del fagiolo, ecc.) oppure in una forma resistente alle avversità (es. sclerozio per la Sclerotinia).
Il mancato rispetto delle regole che individuano un buon avvicendamento porterà inevitabilmente ad un accumulo di organismi dannosi nel terreno per cui, anche dopo soli 3 anni di coltivazione, si cominceranno a notare cali produttivi (esempio di cattivo avvicendamento: pomodoro/peperone/cetriolo/fragola). 
Per raggiungere questi obiettivi l’agricoltore non potrà prescindere dalla conoscenza di com’è fatto il terreno e di quali sono, e come si comportano, gli organismi che insidiano le sue colture. Occorrerà, quindi, riprendere in mano i libri ed eseguire diverse esercitazioni in campo.
Un’altra cosa da tenere conto è che alcune colture, utili per un’esecuzione corretta della rotazione, potrebbero non essere abbastanza remunerate dal mercato ed altre, come i sovesci, addirittura non commercializzabili; nonostante questo, il passaggio dalla teoria alla pratica dovrà essere gestito in modo economicamente conveniente: cosa non semprefacile, ma comunque possibile.
Fertilità fisica: nell’agricoltura convenzionale è stata spesso sottovalutata perché si tendeva a mantenere un’accettabile struttura del terreno solo per mezzo di interventi correttivi (es. arature molto anticipate, energiche fresature, ripetute sarchiature, impiego di macchine molto potenti) trascurando invece l’importanza delle proprietà dell’humus che migliora e rende più stabile la struttura. Col metodo biologico l’agricoltore dovrà:
- dedicare una grande attenzione al benessere dell'apparato radicale delle piante (che a sua volta influenza il benessere generale delle piante) e quindi far sì che la porosità del terreno sia tale da garantire un’adeguata presenza di ossigeno ed acqua per i processi vitali delle radici e degli organismi terricoli: questo in pratica si otterrà lavorando il terreno in tempera, usando macchine poco pesanti, eseguendo interventi correttivi (es. sarchiature), proteggendo il suolo con la tecnica della pacciamatura, consociando le colture, irrigando a goccia, oppure anche a pioggia ma con attrezzature che minimizzino l’azione battente delle gocce sul terreno (es. microsprinklers);
- fare il massimo per mantenere o migliorare il contenuto di sostanza organica/humus del terreno e dunque indirizzare in questo senso le scelte operative in fatto di fertilizzazioni, avvicendamenti, lavorazioni.
In conclusione, sul piano pratico, la soluzione del problema “fertilità fisica del suolo” ruota intorno alla presenza di humus ed alle pratiche colturali ad esso connesse che dovranno essere apprese dall’agricoltore ed eseguite in modo efficiente ed economicamente conveniente.
Fertilità chimica: passando a coltivare col metodo biologico l’agricoltore non si troverà più ad avere a disposizione concimi a pronto effetto (es. nitrato d’ammonio) che gli consentivano di effettuare interventi dal risultato immediato, in particolare con la coltura in crescita; la disponibilità di principi nutritivi ora dipenderà dalla mineralizzazione della sostanza organica presente nel terreno, processo svolto da organismi che hanno bisogno di un’adeguata presenza di ossigeno, acqua e temperatura: 
la fertilità chimica del terreno dipenderà dunque anche da quella fisica e biologica. Pertanto occorrerà mettere a disposizione delle colture adeguate quantità di sostanza organica in un terreno ben strutturato.
Non va dimenticato che solo una minima parte della sostanza organica interrata da un sovescio o una letamazione si umifica (al massimo si raggiunge il 30% della sostanza secca), mentre il resto dopo poche settimane inizia liberare buone quantità di principi nutritivi a cui si aggiungono quelle che ogni anno derivano dalla mineralizzazione dell’humus (cioè l’1,8-2,5% della dotazione in humus del terreno, a seconda si passi da un terreno caratterizzato da una elevata presenza di argilla ad un terreno con molta
sabbia). In pratica, bisognerà che l’ortolano coltivi il terreno:
- fertilizzando le colture con sostanza organica umificabile (cioè soprattutto letame o compost) ed impiegando solo all’occorrenza fertilizzanti organici commerciali (es. pellettati vari, sottoprodotti della macellazione);
- inserendo frequentemente sovesci negli avvicendamenti: è auspicabile che si arrivi a farne almeno uno ogni due anni per appezzamento, se non si riesce ad usare regolarmente letame o compost;
- minimizzando le perdite indesiderate di humus e cioè evitando di:
- lasciare il terreno nudo per più di 2-3 mesi, soprattutto d’estate. 
- effettuare lavorazioni del terreno che portino lo strato superficiale (ricco di humus) oltre i 20-25 cm di profondità;
- interrare i residui colturali, i fertilizzanti ed i sovesci oltre i 20-25 cm di profondità.

Dinamismo 
L’ortaggio, in quanto coltura erbacea annuale (sono rare le poliennali), offre all’agricoltore un grande vantaggio rispetto al collega che coltiva piante arboree o seminativi: gli dà la possibilità di scegliere fra più di 40 specie vegetali appartenenti a più di 10 famiglie diverse.

In pratica, in orticoltura si ha la possibilità di:

- diversificare la produzione (e quindi adeguarsi con più facilità alle richieste del mercato);
- ottenere più raccolti in un anno nello stesso appezzamento (a seconda del clima, ci sono colture che in soli 30-40 gg. sono già pronte per la commercializzazione, es. lattuga, spinacio, cetriolo, zucchino)
- beneficiare di un buon numero di varietà caratterizzate da resistenza o tolleranza a diversi parassiti
- diversificare la gestione agronomica del suolo con benefici:
- nel controllo delle malerbe (è possibile alternare colture sarchiate e non, pacciamate e non, giocare sulla densità di semina e sulla diversa stagionalità delle colture, effettuare sovesci, ecc.);
- nel mantenimento della fertilità del suolo (ci sono più opportunità per regolare il bilancio umico, è possibile inserire nell’avvicendamento leguminose da reddito, eseguire diversi tipi di lavorazione del terreno e sovesci, ecc.);
- nel controllo degli organismi dannosi (è possibile eseguire con più facilità lunghe rotazioni).

La vera ricchezza sta nella diversità è uno dei motti più importanti dell’agricoltura biologica e farlo proprio è fondamentale per operare nella direzione giusta. Alcune regole per aumentare la diversità nella proprio orto urbano:
- no alle rotazioni brevi
- no agli appezzamenti troppo grandi
- sì alle consociazioni
- sì alla coltivazione a strisce
- sì ai sovesci
- si al letame e compost 
-sì alle infrastrutture ecologiche.

21 giu 2012

Naerum Allotment Gardens

Naerum Allotment Gardens by Carl Theodor Sorensen, Denmark, 1952



Nærum, Denmark, are considered one of C. Th. Sørensen 's most important creations. In 1948 40 oval allotment gardens, each measuring c.25 × 15 m/80 × 50 ft, were laid out on a rolling lawn, a common green, in a fluid progression. The gardens are mostly placed so that the oval lies across the curves of the slope. This use of the rolling terrain, combined with the sweeps and curves of the hedges, accentuates the dynamic impression. The individual garden plots are enclosed compartments surrounded by hedges; their cottages may be situated in different ways, but comply with the overall plan. The hedges were originally intended to be both clipped and unclipped, using such species as hornbeam, hawthorn, privet, and roses, but today there are mostly privet and hawthorn, clipped in different heights and forms. The design of the individual garden plots was left up to each owner, but a guide from C. Th. Sørensen shows various models. The allotment gardens are situated close to a large public housing scheme, Nærumvænge, with flats and terraced houses, characterized by its homogeneous look and red hipped roofs. C. Th. Sørensen landscaped the green spaces here also.





orto zen

ortozen

19 giu 2012

Il lavoro secondo la decrescita

Il lavoro secondo la decrescita
di PAOLO CACCIARI

La terza Conferenza internazionale sulla decrescita, la sostenibilità ambientale e l’equità sociale che si terrà a Venezia dal 19 al 23 settembre (www.venezia2012.it)  si sta velocemente avvicinando. Essa si svolgerà lungo tre assi tematici: commons, democracy e work. Sui primi due la combinazione con i principi della decrescita è abbastanza facile da immaginare: la decrescita è prima di tutto riconoscimento del valore non monetario dei sistemi ecologici e l’auspicio di una loro gestione responsabile, condivisa, partecipata. Sul lavoro e, più precisamente, su come riuscire a ridurre l’impiego di lavoro comunque retribuito senza abbassare le disponibilità monetarie percepite dai lavoratori (lavorare tutti e meno e continuare a guadagnare lo stesso) è un problema più complicato e non di immediata comprensione se si rimane nella logiche del mercato. Come scriveva André Gorz è necessario “immaginare come vivere meglio consumando e lavorando meno e altrimenti”.
L’attacco più pesante che i critici lanciano all’idea della decrescita riguarda proprio il nodo dell’occupazione. Nel mondo contemporaneo il lavoro retribuito continua ad essere una necessità impellente per miliardi di esseri umani. Disinteressarsene sarebbe un po’ snobistico oltre che crudele.  Più in generale  l’etica del lavoro ci ha insegnato che  serve “sudare” per guadagnarsi da vivere. Una condanna biblica,  quasi come lo è per le donne il “partorire con dolore”.
Da queste premesse, nel concetto di lavoro, nel tempo, si sono fatte strada delle separazioni tra varie tipologie di lavoro. Tra arbeit e werke, tra lavoro libero/creativo e lavoro necessitato/subalterno, tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tra lavoro produttivo e riproduttivo, tra lavoro strutturato e lavoro informale. Fino a giungere ai giorni nostri, dominati dalla “razionalità economica”, in cui  per lavoro si intendono solo ed esclusivamente quelle attività capaci di ricevere del reddito. Peccato che in questo modo l’economia e la sua ancella, la politica, abbiano finito per disconoscere tutte quelle attività “fuori mercato” che pure ci permettono di vivere: il lavoro domestico, di assistenza e di cura gratuita (per esempio, il 59% delle ore impiegate dalle persone in Germania rientrano in questa categoria), il lavoro dedicato all’autoproduzione di beni e servizi utili a sé, donati o scambiati con altri senza il ricorso a mezzi monetari, le attività dedicate alle relazioni comunitarie (volontariato, impegno civile, ecc.), il tempo impegnato alla formazione e all’aggiornamento personale, tutte le attività che si svolgono nel mare immenso dell’economia informale, specie nei vari Sud del mondo.
Il primo passo che dovremmo compiere, allora, è attribuire valore e dignità a tutti i lavori.
L’economista gandhiano Joseph C.Kumarappa (Economia della permanenza, in: “Quaderni di Satyagrah”, 2012) affermava che nel lavoro vi sono due componenti inseparabili: l’elemento creativo e quello della fatica e del disagio. “La routine e il piacere si devono alternare, altrimenti la routine diventa fatica e il divertimento ozio (…) Il corpo umano ha bisogno di faticare. Un lavoro completo dà al nostro corpo energia e salute, come fa del resto una alimentazione equilibrata”. Questo equilibrio viene rotto quando interviene la violenza della divisione del lavoro. Allora gli “astuti” tentano di acquisire il maggiore guadagno con minore sforzo obbligando altri a lavorare per loro. Un’altra divisione del lavoro che va superata è quella sessuata, che costringe le donne in una condizione di sottomissione patriarcale.
Insomma non si tratta solo di distribuire meglio quel (poco, in Occidente) lavoro retribuito che l’economia di mercato è capace di offrire, ma di riconoscere, rivalutare, ricomprendere, restituire dignità a tutte le attività umane socialmente utili. Questo, in fondo, è il significato più vero del “basic income”, del reddito d’esistenza o di cittadinanza visto come ridistribuzione della ricchezza socialmente prodotta sulla base non di principi di efficienza e di produttività dei capitali investiti, ma del riconoscimento del contributo di ciascun membro della famiglia umana al mantenimento e alla riproduzione della vita. Un altro modo per dire che il lavoro, l’energia psicofisica umana, è un bene comune, esattamente come  lo è l’energia solare e quella generata dagli ecosytem service. La mercificazione del lavoro è una forma – forse la più odiosa e paradossale – di enclousures, di privatizzazione, di esproprio e di degradazione. Decrescita allora significa non solo demercificazione, ma anche disalienazione del lavoro.
Un percorso di decrescita non può quindi prescindere dal seguire una traiettoria di liberazione del lavoro dal giogo che lo tiene subalterno alle logiche mercantili. In altre parole la discussione sulla qualità e sul senso del lavoro (moltissime idee e indicazioni possono venire da: Il lavoro come questione di senso, curato da Francesco Totaro per la Edizioni Universitarie di Macerata) deve essere prioritaria rispetto alla pura logica della ricerca dei modi per sua moltiplicazione quantitativa.
Il primo passo, quindi, nella direzione della “piena occupazione”, è riconoscere e condividere equamente il lavoro nella sua interezza e completezza. Per attribuire al lavoro importanza, dignità e riconoscimento sociale è necessario restituirgli un significato alto e condiviso. Friedrich Schumacher (Piccolo è bello, nuova edizione a cura di Slow Food) affermava che la funzione del lavoro è triplice: “dare all’uomo una opportunità di utilizzare e sviluppare le sue facoltà; metterlo nelle condizioni di superare il suo egoismo unendosi ad altri in un’impresa comune; infine, produrre i beni e i servizi necessari a un’esistenza degna”.

11 giu 2012

ortiurbani - lesson 1

L’agroecologia è l’applicazione dei principi dell’ecologia all’agricoltura. Essa include la conoscenza dei cicli di vita di ogni organismo vegetale o animale che può interagire con la produzione agricola o l’ambiente.
Lo sviluppo della produzione agricola dipende dalla complessa interazione di molteplici fattori, ed in particolare, per quanto riguarda la produzione orticola, richiede lo studio delle relazioni tra l'orto e l’ambiente. E’ attraverso questa profonda comprensione dell’ecologica dell’agricoltura che si apriranno le porte alle nuove possibilità di gestione più in sintonia con l’obiettivo di una agricoltura realmente sostenibile.
L’obiettivo è quello di sviluppare un agro-ecosistema che abbia una dipendenza minima da input esterni, in cui le interrelazioni ecologiche e la sinergia tra gli organismi forniscono il meccanismo un sistema per favorire la fertilità del proprio suolo, la produttività e la protezione delle colture.
La conoscenza dell’agro-ecologia spinge i contadini ad utilizzare le loro conoscenze e capacità affinché l’enorme potenzialità dell’aumento della biodiversità crei quella positiva sinergia che fornisce all’ agro-ecosistema l’abilità di rimanere o ritornare all’innato stato di stabilità naturale. Le rese sostenibili nell’agro-ecosistema derivano da un appropriato equilibrio tra colture, suoli, nutrienti, illuminazione, umidità ed organismi coesistenti. L’agro-ecosistema è produttivo ed in salute quando questo equilibrio e le favorevoli condizioni di crescita prevalgono, e quando le piante coltivate sono abbastanza resistenti da tollerare le pressioni e le avversità. I problemi occasionali possono essere facilmente superati da vigorosi agro-ecosistemi che sono adattabili e abbastanza differenziati e riescono a recuperare le pressioni subite.
Dal punto di vista della gestione, l’obiettivo dell’agro-ecologia è favorire un ambiente equilibrato, delle produzioni sostenibili, una fertilità del suolo regolata biologicamente e una regolazione dei parassiti attraverso la creazione di agro-ecosistemi diversificati e l’uso di tecnologie low-input. 

La strategia è basata sui principi ecologici, in questo modo tale gestione conduce ad un riciclo ottimale dei nutrienti e ad una rotazione delle sostanze organiche, a flussi chiusi di energia, ad una conservazione dell’acqua e del suolo e ad un equilibrio tra parassiti e nemici naturali. L’idea è di sfruttare le complementarietà e i sinergismi che derivano dalle varie combinazioni di colture, alberi ed animali.
Il comportamento ottimale degli agro-ecosistemi dipende dal livello di interazione tra i loro componenti biotici e abiotici. Mettendo insieme una funzionale biodiversità, è possibile provocare sinergismi. Essi favoriscono i processi dell’agro-ecosistema, attraverso servizi ecologici quali l’attivazione della biologia del suolo, il riciclo dei nutrienti, l’accrescimento degli artropodi benefici.
L’agro-ecologia sostiene che i principi base di un agro-ecosistema sono la conservazione delle risorse rinnovabili, l’adattamento delle colture all’ambiente, e il mantenimento di un livello di produttività moderato ma sostenibile. 
Il sistema di produzione deve:
• ridurre l’uso dell’energia e delle risorse e regolare gli input complessivi di energia, in modo che il rapporto output/input sia alto.
• ridurre le perdite di nutrienti attraverso un reale contenimento della lisciviazione, del deflusso superficiale e dell’erosione, ed aumentare il riciclo dei nutrienti attraverso la promozione di leguminose, concime organico e compost ed altri efficienti meccanismi di riciclo.
• sostenere la rete di output richiesti preservando le risorse naturali (minimizzando la degradazione del suolo)
• ridurre i costi, l’aumento dell’efficienza e la capacità di produrre profitti delle piccole e medie aziende , promuovendo un diverso sistema agricolo, potenzialmente elastico.
Da un punto di vista della gestione, i componenti di base di un agro-ecosistema sostenibile includono:
• una copertura vegetale come effettiva misura di conservazione di suolo e acqua, raggiunta
attraverso l’uso di pratiche di non dissodamento, la coltivazione del mulch, l’uso delle colture da copertura, ecc.;
• un regolare apporto di sostanza organica attraverso il regolare aumento del concime, del compost e la promozione dell’attività biotica del suolo;
• i meccanismi di riciclo dei nutrienti mediante l’uso delle rotazioni delle colture, del sistema agricoltura/allevamento, delle leguminose, ecc.;
• La regolazione degli organismi nocivi ottenuta favorendo l’attività degli agenti di controllo biologico, raggiunta dall’introduzione e/o conservazione dei nemici naturali.