13 set 2011

nel pozzo del nostro debito

di Guido Viale, 13 sett.


Non certo ancora nel primato della finanza staccata dal territorio e dalle risorse si deve cercare la via d’uscita dalla crisi attuale. Il manifesto, 13 settembre 2011

Ora si comincia a parlare di default (fallimento) come esito - o come soluzione - del debito pubblico italiano. La discussione assume aspetti tecnici, ma il problema è politico e merita approfondimenti sui due versanti. Dichiarare fallimento imboscando dei fondi, è truffa. Ma è truffa anche se una condizione insostenibile viene protratta oltre ogni possibilità di recupero; in particolare, per spremere quelli che si riesce a spennare con la scusa di rimettersi in sesto, prima di dichiarare che «non c'è più niente da fare».

Proprio quello che l'Unione Europea e i suoi governi (e non solo la Bce) stanno chiedendo a Grecia, Portogallo e Irlanda, ma forse anche all'Italia. C'è chi, senza escludere il default, vede una soluzione alla crisi del debito nell'uscita dall'euro. Il problema, vien detto, non è tanto il debito pubblico quanto il debito estero; in cui si riflette la perdita di competitività del paese, costretto dalla propria inflazione e dalla minore "produttività" a finanziarsi all'estero per importare più di quanto esporta.

L'uscita dall'euro consentirebbe un recupero di competitività attraverso la svalutazione - oggi resa impossibile dalla moneta unica - riequilibrando così, con maggiori esportazioni, i conti con i paesi che, come la Germania, possono evitare di rivalutare la loro moneta e perdere competitività proprio grazie all'appartenenza all'eurozona. L'aumento delle esportazioni produrrebbe, sostiene per esempio Alberto Bagnai, «risorse sufficienti a ripagare i debiti, come nel 1992. Se non lo fossero - aggiunge - rimarrebbe la possibilità del default ... come hanno già fatto tanti paesi che non sono stati cancellati dalla geografia economica per questo».

Ma una svalutazione - posto che l'uscita dall'euro sia praticabile - basterebbe a riequilibrare la bilancia dei pagamenti dell'Italia, o quella di altri paesi dell'eurozona in difficoltà? In altre parole, costando il 15 o il 20 per cento in meno le auto della Fiat prodotte con il metodo Marchionne - a cui forse Bagnai attribuisce eccessiva credibilità - potrebbero ancora sottrarre consistenti quote di mercato alla Volkswagen? O costando il 15 o il 20 per cento in più l'Italia cesserebbe di importare turbine eoliche dalla Danimarca e pannelli fotovoltaici o impianti di cogenerazione dalla Germania, mettendosi finalmente a produrli in proprio? O ancora, con la lira l'Italia potrebbe tornare a esportare arance - raccolte con manodopera schiava - nei paesi dove l'organizzazione commerciale degli agricoltori spagnoli le ha portato via il mercato? Eccetera.

Non siamo più nel '92; da allora non è cambiato solo il secolo, ma tutto il contesto. Forse ora, e in futuro, il problema non è esportare (o tornare a esportare) di più, ma importare - per quanto è possibile - di meno: produrre di più in loco (o il più vicino possibile) quello che si consuma; e consumare o utilizzare di più quello che ogni comunità è in grado di produrre. Non con il protezionismo, predicato a fasi alterne dalla Lega (e un tempo anche da Tremonti), ma inattuabile nel contesto odierno; bensì con una progressiva riterritorializzazione dei processi economici con cui accompagnare l'inevitabile e non più rimandabile conversione ecologica di produzioni e consumi.

Ma in Italia ogni possibilità di recupero risulta inibita dalla scomparsa del concetto stesso di politica industriale, che altri paesi hanno invece in qualche misura mantenuto, nonostante che sulle scelte di fondo la delega ai "mercati", cioè all'alta finanza, sia per tutti totale. Quello che ora manca è una politica industriale adeguata ai tempi, cioè a una crisi ambientale planetaria che rende inutile e dannoso rincorrere chi ci ha da tempo superato in settori - come quello dell'auto - destinati a immani crisi di sovrapproduzione. E che impone invece di attrezzarsi per svolte improcrastinabili con progetti e produzioni ecologiche dal sicuro avvenire (anche di mercato, se per "mercato" si intende non lo strapotere del capitale finanziario, ma uno dei modi per mettere in rapporto produzione e consumo).

In gioco ci sono questioni come efficienza e conversione energetiche; agricoltura e alimentazione a chilometri zero; mobilità sostenibile (proprio mentre Fiat chiude l'unica fabbrica di autobus urbani del paese); manutenzione del territorio e del patrimonio edilizio e storico esistente; gestione accurata di risorse e rifiuti; accoglienza ed educazione per tutti; e una ricerca mirata a tutti questi obiettivi. Se iniziative del genere venissero finanziate invece di dissanguare i lavoratori per pagare gli interessi sul debito, ben venga il default; costringerebbe i responsabili dell'eurozona a correre ai ripari.

Diversi economisti pensano invece che il default degli Stati membri si possa evitare, e non solo procrastinare, se un organo dell'eurozona rilevasse - magari "sterilizzandoli" con un rinvio a lungo termine del loro rinnovo - i debiti degli Stati membri in difficoltà; o una loro quota consistente. È la proposta degli eurobond; per alcuni sono "la soluzione"; per altri - come l'agenzia di rating S&P - non farebbero che trasferire lo stato comatoso dai paesi beneficiati a tutta l'eurozona. Default per tutti.
Ma gli eurobond difficilmente potrebbero risolvere il problema; nemmeno nella versione proposta da Prodi e Quadrio Curzio, che ai bond emessi a copertura dei debiti di alcuni Stati ne affianca altri per finanziare un programma europeo di Grandi opere. Con l'intento di promuovere quello che l'Italia e altri paesi non riescono a fare da soli: "rilanciare la crescita" - da tutti considerata la strada maestra per azzerare il deficit e ridurre il debito - avendo però messo "al sicuro" i conti pubblici. Ma quella crescita non è così facile "rilanciarla": in Italia non c'è più da tempo e sta non a caso svanendo anche in paesi fino a ieri considerati "locomotive" economiche.

Inoltre, la principale iniziativa europea per produrre crescita si chiama Ten (Rete transeuropea di trasporto). Anche se con gli organi di governo che l'Unione si è data non sembra che per ora ci siano molte altre modalità di intervento praticabili, proposte del genere sono comunque inaccettabili.

È con quella iniziativa, infatti, che oggi si cerca di giustificare lo scempio del Tav in Valsusa, che persino l'Economist considera uno spreco. Ma non è di Grandi Opere che c'è bisogno, bensì di tante "piccole opere" di manutenzione del patrimonio esistente e di conversione ambientale nei settori portanti della vita economica e sociale. Interventi concepiti, progettati, realizzati e gestiti a livello quanto più decentrato; e sottoposti a un controllo dal basso - analogo a quello richiesto per la gestione dei "beni comuni" - imponendo a tutti regole di trasparenza integrale. Esattamente l'opposto di quel che succede sia in Valsusa che altrove. Il Tav infatti non è un caso isolato; rappresenta in modo paradigamatico il modus operandi di un'economia governata dalla grande finanza.

Dove, proprio come in Valsusa, progettazione ed esecuzione di opere gigantesche - costose, inutili, altamente dannose e completamente dissociate dalle esigenze del territorio - vengono realizzate a spese delle finanze pubbliche mediante una catena senza fine di appalti e subappalti sottratti a qualsiasi controllo; e devono essere imposte con la forza - o, in altri casi, fatte svanire con una improvvisa delocalizzazione - tanto che in Valsusa si è arrivati a schierare i carri armati (sì, i carri armati) e 2000 militari per aprire un cantiere.

Il problema allora non è "costituzionalizzare" il pareggio di bilancio per soddisfare il capitale finanziario che tiene in pugno le politiche, non solo economiche, degli Stati con il controllo dei debiti pubblici; né promuovere, con interventi senza senso e prospettiva - e senza ricadute per lavoro e occupazione - una crescita del Pil evanescente, nel vano tentativo di azzerare il deficit con le imposte ricavate da un ancor più evanescente aumento dei redditi.

Il problema è invece quello di imporre con lotte e mobilitazioni le misure necessarie per recuperare risorse da chi le ha e non ha mai pagato. Ma non per buttare il ricavato nel pozzo senza fondo degli interessi sul debito. Quello che occorre è mobilitare le risorse sia finanziare che umane - le conoscenze e i saperi diffusi; la fiducia reciproca che si crea nella lotta - necessarie alla riconversione ecologica del tessuto produttivo. Non saranno né questo governo né il prossimo a promuovere o consentire una svolta del genere. Ma se non si mette in chiaro che quel debito non va saldato e che è inevitabile affrontare il rischio di un default, ancorché selettivo, si lascia la palla in mano a chi sostiene, e sempre sosterrà, che ai diktat della finanza "non c'è alternativa"; azzerando così qualsiasi prospettiva di riscatto sociale e politico. Per questo è bene capire a che cosa si va incontro e come far fronte a un default; e qui un maggiore impegno degli economisti che condividono queste prospettive sarebbe benvenuto.

9 set 2011

api in città

da http://www.ilpost.it/lucamolinari/2011/09/09/agricoltura-citta/

Nei giorni scorsi la Stampa ha riportato una notizia curiosa riprendendo un articolo dell’Independent in cui si annunciava la decisione di Xavier Rolet, presidente del London Stock Exchange, di impiantare due alveari sul tetto dell’edificio nel cuore della City. Tralasciando la passione per l’apicultura di Rolet, il tema preoccupante della moria crescente di api nel pianeta, il valore economico incrementale del miele, trovo significativo che alcuni monumenti contemporanei come appunto la LSE, ma anche la stazione di St.Pancras e la Tate Modern sempre a Londra, la Banca Nomura a Tokyo e il Grand Palais a Parigi, si stiamo attrezzando offrendo i propri tetti alle celle di milioni di api operaie.
Questa notizia, come altre che popolano i media sotto la voce “curiosità e stranezze”, a volte non sono che spie impercettibili che indicano una trasformazione profonda che andrà a incidere sempre di più sulle nostre metropoli riportandoci ad un immaginario inaspettato, quasi medioevale: il ritorno deciso e sempre più visibile dell’agricoltura e di una natura non addomesticata nelle città.
Alveari sui tetti, orti urbani negli spazi pubblici e sulle terrazze comuni dei grandi palazzi residenziali, campi produttivi nei lotti liberi non costruiti all’interno della città, piccoli allevamenti animali, sono alcuni degli elementi che popoleranno le nostre metropoli modificandone la percezione e l’immagine.
Non si tratta di una nuova moda, ma di una pressante e crescente esigenza economica oltre che sociale che modifica inevitabilmente i luoghi che viviamo. La pratica del chilometro zero deriva dalla volontà di evitare sprechi e di controllare la qualità dei prodotti, ma risponderà sempre di più all’esigenza delle singole comunità di produrre alimenti stagionali rispondendo a quella che sarà una pressante diminuzione dei generi alimentari e un conseguente aumento dei costi.
Uno dei grandi temi e problemi dei prossimi decenni sarà sicuramente l’individuazione di nuove strategie di produzione alimentare per una massa crescente di popolazione, ed è interessante notare come in ogni grande metropoli mondiale (da New York alla megalopoli asiatica) si stiano sviluppando strategie dal basso per aggredire il problema e progettare soluzioni adeguate.
E una delle conseguenze più interessanti di questo processo sarà la metamorfosi degli spazi comunitari sulla base di un diverso patto sociale solidale, che modificherà inevitabilmente l’immagine diffusa delle nostre città. Un’azione che rimescolerà le carte della nostra vita minuta in una relazione inedita con la natura in città tutta da sperimentare e vivere. E tutto questo cosa c’entra con l’architettura? Non dimentichiamoci che solo il 10 per cento del costruito nel mondo è a malapena firmato da progettisti e che, spesso, incide di più un’azione diffusa, anonima di questo tipo per modificare i luoghi che viviamo quotidianamente che un grande progetto d’archistar.

verso il default

Verso il default, questione di tempo 
di GUIDO VIALE, 17 agosto 2011

Gli alti e bassi, ma sostanzialmente bassi, dei cosiddetti mercati, ci fanno capire che nei prossimi anni, e per molto tempo ancora, non ci sarà alcune «crescita»: né in Italia (dove la manovra ha messo una pietra tombale su qualsiasi velleità di rilancio economico), né in Europa, Germania compresa: che sconterà presto il disastro a cui sta condannando metà dei suoi partner commerciali. Meno che mai negli Stati Uniti; di conseguenza soffrirà anche l’economia cinese, dovesostituire la domanda estera con quella interna non è così facile. Nemmeno il Brasile se la passerà più molto bene, mentre l’economia giapponese è scomparsa dai radar.
In Italia, e in molti altri paesi senza «crescita», il pareggio di bilancio diventerà irraggiungibile: anche ridurre la spesa pubblica non basta per colmare i deficit. Così gli interessi si accumulano, anno dopo anno, e il debito cresce, facendo aumentare a sua volta i tassi, e con essi il deficit. Anche se prescritto dalla Costituzione (con una norma che seppellisce tutto il pensiero economico originale del Novecento) il pareggio di bilancio diventa una chimera.
Per anni i titoli di Stato avevano offerto ai cosiddetti risparmiatori – cittadini che avevano un avanzo di reddito a disposizione – una specie di cassaforte dove mettere al sicuro il loro denaro. Ma da tempo, e soprattutto con la liberalizzazione dei mercati finanziari, quei titoli, ormai nelle mani di grandi operatori internazionali (compresi quelli che oggi gestiscono i fondi dei risparmiatori), sono stati trasformati in assets su cui lucrare, giorno per giorno, in base a variazioni dei rendimenti che chi quei titoli li ha emessi non può più controllare. Non è vero, come ci raccontano, che la spesa pubblica supera le entrate fiscali: in Italia non lo fa da tempo. Sono gli interessi accumulati ad aver portato il bilancio fuori controllo: è il meccanismo tipico dell’usura (quello dei famigerati cravattari); a cui gli Stati di quasi tutto il mondo si sono sottomessi: non per salvare se stessi, ma le banche e i fondi che detengono i loro titoli.
Tuttavia la crisi finanziaria non è che un risvolto di un meccanismo economico, quello dello sviluppo – che è poi l’accumulazione del capitale – che si è inceppato; perché è anch’esso a sua volta un risvolto della crisi ambientale: il pianeta Terra non è più in grado di sostenere con le sue risorse gli attuali flussi della produzione; e meno che mai i flussi di scarti e residui – a partire dalle emissioni che alterano il clima – che accompagnano inevitabilmente uno sviluppo guidato dal profitto. «L’età della pietra – diceva lo sceicco Yamani, già ministro del petrolio dell’Arabia Saudita – non è terminata per mancanza di pietre. Nemmeno l’era del petrolio terminerà per l’esaurimento del petrolio». Non lo farà, anche se le riserve tradizionali di petrolio sono agli sgoccioli: finirà perché il petrolio, e gli altri idrocarburi, saranno sostituiti da fonti rinnovabili ed efficienza energetica; oppure perché le loro emissioni avranno provocato disastri tali da rendere il pianeta inagibile e ogni ulteriore estrazione di idrocarburi impossibile o superflua.
Con il procedere della crisi, l’esito ineluttabile di uno Stato preso nella spirale di un debito insanabile come quello italiano è ciò che tutti dicono di voler evitare, ma che nessuno vuole prepararsi ad affrontare: il fallimento (default). Il problema non è il se, ma è solo il quando; e chi sarà a subirlo e chi a imporlo; e in che modo gestirlo. Il dibattito politico, se ci fosse, dovrebbe vertere su questo. Invece tutti parlano di rilanciare una crescita che non tornerà più; o che, se anche tornasse, sarà talmente stentata da non poter interrompere quella spirale infernale. Mentre si parla di “crescita” (ma di che cosa? dei saldi contabili per fare fronte al debito) qualcuno, anzi molti, si affrettano ad arraffare tutto, prima che non ci sia più niente da prendere. Proprio come i deprecati protagonisti delle rivolte inglesi; che sono al tempo stesso il prodotto di quel saccheggio e della cultura che la civiltà dei consumi e la pubblicità promuovono ogni giorno. Ma là non si tratta di rubare uno smartphone o un paio di sniker, ma di privatizzazioni, di questi tempi vere e proprie svendite; e dopo le pessime prove – in termini di tariffe e di efficienza – di tutte le privatizzazioni realizzate negli ultimi anni. E dopo che l’Italia, ma anche Berlino, ma anche Parigi, ma anche Bolivia ed Equador, si sono pronunciati contro le privatizzazioni: non solo dell’acqua, ma di tutti i servizi pubblici e i beni comuni.
Ma la democrazia è da tempo incompatibile con le esigenze dei mercati. Oggi più che mai. Poi tocca alle pensioni (quelle dei poveri), ai salari, al welfare, alla sanità, alla scuola all’occupazione, al posto fisso, alle finanze dei Comuni: gli unici enti che sono, o potrebbero essere, vicini ai governati. Ovviamente è un saccheggio pericoloso: in Grecia, in Spagna, in Portogallo, in Medio Oriente – per non parlare dell’Islanda: infatti nessuno ne parla perché la strada del default è stata imboccata per scelta; e senza grandi danni, se non per i banchieri finiti in galera – domani in Italia, lavoratori e cittadini sfruttati e taglieggiati potrebbero ribellarsi. E non è detto che lo facciano in forme gentili. Londra insegna.
Per fare fronte a questa eventualità – scrivono i corifei del saccheggio di Stato – ci vuole una vera leadership. Quella attuale non è all’altezza: tanto è vero che quella italiana – ma non solo quella – è stata commissariata. Ma anche quella europea, che ne ha assunto la tutela, lascia a desiderare. E nemmeno Obama naviga in buone acque. Mancano le idee e mancano gli uomini, scrive sul Corriere della Sera un alfiere del liberismo, Alberto Alesina, subito rincalzato dal suo gemello, Francesco Giavazzi, che solo tre giorni prima si era invece accontentato – su input del suo direttore – dell’«inventiva imprenditoriale» di Berlusconi. Ma di idee intanto non ne tirano fuori nemmeno una, se non la solita solfa: privatizzazioni, liberalizzazioni, tagli alla politica e alla spesa pubblica (continuano a pensare che la “crescita” sia una molla che scatta da sé); e di come e dove farle nascere non parlano nemmeno (non sarà certo la riforma Gelmini a produrre nuove idee; nemmeno quei due, che pure la esaltano, osano sostenerlo). In queste condizioni la leadership tanto invocata ha sempre di più l’aspetto di un “Uomo della Provvidenza”. Una débacle più sonora del pensiero unico liberista, che ha dominato un trentennio di disastri, e che ancora pretende di interpretare i tempi senza riuscire a comprenderli, non potrebbe esserci. Ma in questo vuoto di conoscenze (ambientali e sociali) e di pensiero strategico i rischi autoritari si moltiplicano.
Davanti a noi c’è un’altra strada; perché sedi dove si producono idee le abbiamo, anche se ancora gracili: sono i mille comitati di lotta, i centri sociali, i circoli culturali, le associazioni civiche, alcune riviste, molti blog, le associazioni studentesche, le pratiche alternative dei GAS, dei DES, delle reti di insegnati, molte imprese sociali, alcune rappresentanze sindacali. Anche alcune idee importanti e condivise, nuove rispetto ai termini di un dibattito politico ormai sclerotizzato, ci sono. Sono quella dei “beni comuni”: da difendere dall’accaparramento privato e dalla gestione burocratica e corrotta degli organismi statuali attraverso forme di trasparenza integrale, di controllo dal basso e di gestione partecipata; e da estendere a tutte le risorse naturali indivisibili, ai servizi pubblici, ai saperi. E poi l’idea della territorializzazione dei rapporti economici: mercati agricoli e alimentari a chilometri zero; rapporti diretti con i fornitori che garantiscono qualità dei prodotti, dei processi e delle condizioni di lavoro; coinvolgimento di tutti gli stakeholder (lavoratori, utenti, amministrazioni locali, associazioni, centri di ricerca, imprese fornitrici e utilizzatrici) nella riconversione di produzioni in crisi, obsolete o dannose (a partire dalle armi: meno spese, meno consumo di risorse, meno guerre); e impegno in tutte le attività di salvaguardia dei territori e della loro vivibilità.
Di qui la convinzione che la salvezza non verrà dalla “crescita”, che significa ogni giorno di più devastazione del pianeta, delle condizioni di vita e dei rapporti sociali; e che i vincoli imposti dai mercati – dalle parità di bilancio agli aumenti di fatturato, dal rendimento dei bot agli andamenti delle borse – non sono totem a cui ci si debba piegare. Lungo questi filoni di pensiero, e dentro queste pratiche e questi organismi, può rendere forma e formarsi una nuova classe dirigente: una cittadinanza attiva che si metta in grado di esautorare e sostituire gli uomini che oggi sono al potere, in tutti gli ambiti e a tutti i livelli, sia negli organismi statali e amministrativi, che nelle imprese: quelle che hanno sostenuto per anni Berlusconi e che oggi vogliono far pagare il costo dei loro disastri a chi non ne ha mai condiviso le responsabilità, né avrebbe potuto farlo.
Ma può un movimento dal basso, fatto di organismi dispersi e pratiche differenti, governare e dirigere un processo di transizione di questa portata? Che per di più sta andando e andrà incontro a resistenze pesanti e reazioni violente? Certamente no. Nessuno, credo, prospetta una cosa simile. Ma le forze, le idee e la determinazione per intraprendere un percorso del genere non possono nascere in nessuna altra sede e in nessun altro modo. D’altronde non si tratta di processi isolati: le donne e gli uomini alla ricerca di un mondo diverso, che lo ritengono possibile, sono milioni in ogni parte della Terra. E se il processo avrà un seguito, anche molti spezzoni delle attuali classi dirigenti potranno separarsi dalla matrice in cui sono cresciute e forgiate; ma è un processo che può svilupparsi intorno a idee e sedi che oggi occorre ancora diffondere e consolidare.
da il manifesto

acqua, acqua !

il mese di agosto è stato terribile












sorgente Sassos
 






Nonostante tutto....



 









a mali estremi....

14 lug 2011

TED - secondo giorno

Correre al tramonto verso il mare tra prati scintillanti di verde e castelli arroccati non ha prezzo, per tutto il resto c’è Ted Global. La seconda giornata è stata così densa di contenuti e sorprese che meriterebbe quattro o cinque post distinti. Metterò tutto in questo invece. Partendo dall’inizio. La prima sessione del mattino, titolo Future Billions.
Non so se conoscete Niall Ferguson. Io no. L’ho scoperto oggi e ho scoperto che è una sorta di star della storia (lo aiuta il fatto che è good looking e very smart speaking). Insegna ad Harvard, collabora con Oxford, ha scritto libri su quasi tutto, non scherzo, e il suo masterpiece è Civilization, the West and the Rest. Il suo talk era su questo. Alcune cose che ha detto. Le persone vissute nel mondo sono 106 miliardi. Il motivo del successo del mondo occidentale rispetto al resto non dipende dalla geografia né dal carattere nazionale come dismostrano i casi delle due Germanie (una fa la Trabant, l’altra la Mercedes) e delle due Coree. Dipendono dalle leggi e dalla istitutizioni come ci spiego duecento anni fa un grande scozzese Adam Smith. Sei le killer app, ha usato questa metafora, degli occidentali: Competition, Scientific revolution, Property rights, Modern medicine, The consumer society, The work ethic. Tutto ruotava e ruota attorno all’education, l’istruzione. E da questo punto di vista la pacchia è finita, o, per dirla con Ferguson “the great divergence is over” visto che gli studenti cinesi battono al test Pisa gli americani nella stessa proporzione in cui gli americani battono gli albanesi. 
Sul tema Usa-Cina è poi tornato un docente del Mit molto brillante, Yasheng Huang, ma il discorso che mi ha davvero colpito è stato quello di Josette Sheeran. Lei è direttrice del World Food Program e naturalmente è venuta a parlare di fame nel mondo. Quando si tocca il tema di solito uno si gira dall’altra parte, oppure fa una faccia di circostanza come dire, sì certo mi colpisce molto la cosa ma che posso farci? La Sheeran ce lo ha detto cosa possiamo farci. Ha detto delle scomode verità come. “There’s enough food on earth for everyone to have 2700 kC/day. But we lose a child to hunger every 10 seconds”. E poi: “”The cost of malnutrition is an average of 6% of GDP per year. We cannot afford to not invest in nutrition”. E ancora: “It’s unacceptable that a child wake up and not find a cup of food”. Cosa fare? Secondo Josette oggi abbiamo la tecnologia e la scienza per poter affrontare e risolvere il problema. Qui, per l’Huffington Post, la sua ricetta in 10 mosse. Mi ha molto colpito la sua determinazione e anche la sua concretezza. Speriamo bene.
A proposito di concretezza la session aveva anche lo speech di Tim Harford, Undercover Economist, firma del Financial Times e autore di un libro che sembra intrigante Adapt: why success always starts with failure. E’ giovane ma ha parlato da saggio. Ha detto che il mondo è molto complesso e che non ci sono soluzioni semplici. Anzi, nella gran parte dei casi nemmeno le conosciamo le soluzioni. Che l’unica cosa da fare è tornare umili, abbandonare il God’s Complex e provare. Trial and Error la sua ricetta. Chiusa con una bellissima citazione: “It is very difficult to make good mistakes”
Matt Ridley, che si definisce Ottimista Razionale come il suo bel libro, ha guidato la sessione Emerging Order. Qui ho annotato con orgoglio che il genetista Svante Paabo (“We Are all africans… We mixed with Neanderthal… We have always mixed!”), ha attinto a piene mani ai lavori del nostro Cavalli-Sforza. Mi ha molto incuriosito invece il percorso di Mark Pagel, Evolutionary Biologist alla Reading, presentato da Ridley come “virtuoso darwiniano”. I suoi studi sulla origine del linguaggio sono brillanti, dimostrano che il linguaggio è nato per “put ideas together and prosper”, la premessa di quel social learning che rende l’uomo diverso dallo scimpanzé. E ha concluso, arditamente che “Our destiny is to be one World with One language”.
A fine mattinata è stato solennemente annunciato il primo talk messo online. Quello di Rebecca MacKinnon, fondatrice con Ethan Zuckerman di Global Voices. E solo allora mi sono accorto di non aververlo segnalato. Perché? La risposta più ovvia è che abbia fatto un errore di valutazione. La MacKinnon ha fatto un potente discorso sulla Rete, auspicando una Magna Charta che ridia peso e potere ai cittadini della Rete rispetto ai governi e alle corporation. GIustissimo. Solo che quando si parla di mettere regole a Internet io penso all’Italia, ai ministri che ci rappresenterebbero, ai parlamentari che non sanno, all’AgCom e mi spavento. Sbagliando però, il discorso della MacKinnon pone problemi giusti e indica una strada che va percorsa.
Quando qualche giorno fa ho scritto che qui non c’erano speaker italiani non ho aggiunto che il gran capo del Ted Global è un italiano, Bruno GIussani che dal 2005 ha affiancato Chris Anderson nella costruzione della macchina del TED. Ieri Bruno ha incontrato i giornalisti alla pausa pranzo, una occasione per capire di più come funziona il TED e a cosa punta. Ecco in estrema sintesi cosa ha detto (scusate se mischierò italiano e inglese qui).
Il TED oggi punta tutto sulla forza della community e dei network che riesce a creare. Siamo una Open platform per la condivisione della idee, and we put only framework all’interno dei quali le persone decidono come partecipare. La formula del talk da 18 minuti non è molto partecipativa è vero ma è quella che ci garantisce la massima trasmissione di conoscenza. Il face to face lo abbiamo fatto ma funziona solo se hai le persone giuste. A panel is extremely boring, the dynamic does not work, does not transmit real knowledge. La questione dei messaggi in tempo reale è un problema di filtri visto che ne arrivano tremila l’ora.
Il motivo per lasciare la sede di Oxford e spostarsi in Scozia è stato essenzialmente una questione di infrastrutture. Il centro congressi di Edimburgo ha spazi e mezzi che ci consentono cose che erano impossibili nel teatro di Oxford. Per non parlare della mancanza di alberghi che costringeva molti a dormire negli alloggi universitari, il che può essere curioso ma alla lunga non funziona. Il fatto è che chi viene al TED non solo spende molti soldi, ma ci offre una cosa ancora più importante, una settimana del proprio tempo. Ed è giusto che viva grandi esperienze in ogni momento.
Perché abbiamo scelto di lanciare online il talk della MacKinnon? Perché è “the talks best representing us”, è una specie di chiamata alle armi ai cittadini del mondo, e poi TED ha una tradizione nella tecnologia. E naturalmente perché era un gran bel discorso. Non nego che ieri sera fra noi c’è stato un acceso dibattito, eravamo indecisi fra questo talk e un altro che andrà online domani.
Il discorso di Julia Bacha ha fatto arrabbiare gli israeliani? Lo sapevamo. Julia ha le stesse risposte negative in certi ambienti dei territori palestinesi. TED is not political but this does not mean that we do Not debate politics: ieri Wilkinson e Blond hanno dato ricette opposte, una di sinistra e una di destra, ma partendo dalle stesse premesse: the system is broken.
Tornando al TED, nel 2005 eravamo solo una conferenza e un sito internet. Allora decidemmo di mettere online il primo talk: ricordo che avevamo dei timori, pensavamo, c’è gente che ha pagato per sentirlo e noi lo diamo a tutti? Era l’anno in cui nasceva YouTube e lo facemmo. Mettemmo il discorso di Malcom Gladwell che sarà qui domani. Ebbe 15 mila views che per allora era un trionfo. Chi era venuto alla conferenza ci scrisse: avete fatto bene, queste idee vanno condivise. Mentre dal resto del mondo ci arrivavano mail del tipo, quel video ha cambiato la mia vita, grazie! That turned the company around: da conferenza a piattaforma di condivisione di idee.
Il futuro? Stiamo ragionando su un progetto scuola, si chiama TedED, è un progetto di radical openess. Qualche mese fa abbiamo lanciato l’idea e abbiamo fatto un brain trust online: ci sono arrivate settemila risposte. Non ho ancora dettagli su cosa faremo di preciso, Ma so che la vera sfida del futuro è l’educazione scolastica, e che ci sono mille strade per rifare un sistema che non va, magari usando la tecnologia e i video, vedremo come portare la scuola al next level. Intanto abbiamo rilasciato il primo video non in inglese: è in spagnolo e viene da un TedX, una delle migliaia di conferenze autogestite che si fanno nel mondo.
Viviamo un incredibile momento di trasformazione mondiale, è come essere dentro un gigantesco esperimento sociale: che succede quando tutti hanno accesso gratuito a tantissime informazioni? Non lo sappiamo ma sappiamo che è una grande opportunità per l’innovazione e la creatività. In questa traformazione molti ci chiedono di fare conferenze verticali su un tema ma noi crediamo che la forza del TED sia la sua interdisciplinarietà, la capacità di mischiare approcci e soluzioni diverse: prendete il discorso sulle città che ha fatto Geoffrey West ieri, solo un fisico poteva farlo.
Infine ho chiesto a Bruno, che conosco da qualche anno: non ci sono speaker italiani perché? abbiamo un problema di innovazione in Italia? L’ho chiesto sapendo bene che a febbraio in California c’erano Carlo Ratti e Fiorenzo Omenetto (che lavorano negli Usa) e che ad Oxford c’erano Loretta Napoleoni (da Londra) e Stefano Mancuso da Firenze la cui storia Giussani aveva scoperto proprio su Wired Italia. Giussani l’ha presa larga la risposta: ha detto che tanti paesi hanno problemi con l’innovazione, ha spiegato che ormai le segnalazioni gli arrivano da tutto il mondo grazie alla rete dei TedX e che quando deve prendere uno speaker non valuta solo la storia ma anche la capacità di raccontarla in un inglese perfetto, il che, aggiungo io, taglia fuori molti italiani. La conferenza stampa è finita lì e Luca De Biase, che la sta seguendo per il Sole 24 ore, mi si è avvicinato ripetendo la mia domanda finale calcando sull’accento romano. Una amabile presa in giro ma anche un consiglio: tutti dobbiamo migliorare l’inglese, non è un modo di dire, è un imperativo. Io questa estate ricomincio a studiarlo. Subito.

post scriptum. C’è poi stato anche un lungo pomeriggio. Di cose belle e bizzare. Come un robot che viaggia su una sfera, un mago di realta (Marco Tempest, bravissimo!!!), e una strana ragazza che vestita da fungo che ci ha parlato di un progetto di funghi che vengono allevati a riconoscere il nostro corpo così quando moriremo ci mangeranno e non lasceremo scorie in giro (non è uno scherzo anche se in sala qualcuno ha riso rumorosamente, per saperne di più cercate infinity mushrooms). Ma soprattuto Misha Glenny e poi Mikko Hypponen hanno fatto due discorsi intelligenti e molto avanzati sul tema degli hackers. Ma direi che per oggi basta così.

12 lug 2011

TED

TED (Technology Entertainment Design) è una conferenza che si tiene ogni anno in diverse città del mondo. La sua missione è riassunta nella formula "ideas worth spreading" (idee degne di essere diffuse) e, in effetti, le migliori conferenze sono state pubblicate gratuitamente sul sito web del TED. Le lezioni abbracciano una vasta gamma di argomenti che include scienza, arte, politica, temi globali, architettura, musica e altri. Gli speaker stessi provengono da molte comunità e discipline diverse, tra cui l'ex presidente degli USA Bill Clinton, il Premio Nobel James Dewey Watson; il produttore televisivo e attivista politico Norman Lear, il fisico Murray Gell-Mann>, il co-fondatore di Wikipedia Jimmy_Wales e i co-fondatori di Google, Sergey_Brine e Larry Page. Al TED Conference si è aggiunto il TED Global, che si svolge in varie località.
La sede centrale del personale del TED è a New York City e Vancouver.

E'diventato il sinonimo di conferenza di successo, ma in realtà è molto di più: è un movimento per cambiare il mondo ed è forse un modello di come sarà l’università di domani. Questo circo di sognatori, inventori, ricercatori, missionari e scienziati pazzi guidati da un visionario sanissimo di nome Chris Anderson apre per la prima volta le tende in Scozia, a Edinburgo e per cinque giorni, il cuore dell’innovazione pulserà lì. Semplicissima la formula: ogni speaker ha 18 minuti esatti per fare il discorso della vita (che poi diventa un video visto da milioni di persone in decine di lingue). La messa in scena è hollywoodiana. Le luci, la musica, le pause sapienti e le presentazioni roboanti. Anche uno salisse sul palco e dicesse solo “Uno due tre prova” all’inizio in platea avremmo un brivido. In realtà i prescelti sono dei geni assoluti e in quello scenario i loro interventi acquistano un significato quasi mistico: alcuni sono famosissimi, e solo per il TED si esibiscono gratis; ma la vera forza di questa conferenza sono gli sconosciuti. Ogni volta uno va lì, paga circa cinquemila dollari per il privilegio di far parte del pubblico, e ascolta delle storie pazzesche di persone mai sentite prima che ci stanno cambiando la vita. Peccato solo che a questa edizione non ci sia nemmeno uno speaker italiano.

" - Credo al 100 per 100 che le storie possono cambiare il mondo
- La novità deve distruggere la tua vita in modo positivo
- L'invenzione non è una novità fino a quando non arriva nelle mani delle persone
- Immagina che la storia possa essere immaginata in modo diverso (Shake your iPad)
- Tutti possono aumentare tutto su qualsiasi cosa
- Ambiente del nuovo capitalismo: in rapida crescita, a basso reddito, giovani, collegato
"