15 apr 2010

adotta un "buzzico"

CAMPAGNA ZONALE: “ADOTTA UN BUZZICO”
di Luisa Nardecchia, 30 marzo
Tempo fa me ne stavo nella c.a.s.a. cercando di far quadrare il cerchio, quando si presentano due giovani sorridenti che gentilmente mi consegnano un bel buzzico color marrone, mi dicono che si tratta della raccolta differenziata dell’organico, mi consegnano un calendario tipo Frate Indovino e mi fanno firmare un documento.
Quando timidamente ho chiesto ai ragazzi: “Scusate, ma ora io questo dove lo metto?” mi hanno guardata stupiti. “Come? Sul balcone!”. “Quale balcone?” dico io. “Ah lei non ha un balcone?” “No! Esattamente come un sacco di gente che abita nelle c.a.s.e.”, mi sento di precisare. “Allora lo metta sotto al lavandino!”. “Ma sotto al lavandino c’è il fantastico secchio della spazzatura miracolo della tecnologia, che quando apri lo sportello si apre anche il coperchio! Lì ci va la spazzatura normale, mica il buzzico dell’organico!”, dico io. “Lo metta a fianco al secchio”. “Ma lì c’è posto solo per un paio di detersivi, non ci entra!”. I due ragazzi iniziano a indietreggiare, azzardando, poverini, qualche altro tentativo: “… Al bagno?”. “Ma se al bagno non c’è nemmeno posto per il cesto dei panni sporchi, e devo tenerli in lavatrice!”. Improvvisamente grondanti di sudore, i due battono in ritirata, sparando le ultime cartucce: “…. Sul pianerottolo?”… “Sul pianerottolo ci sono gli stendini con i panni, vi ho detto che non c’è il balcone, no? e ci sono anche le dispense con i detersivi, mica vorrete che ce li teniamo dentro, i vapori ci avvelenano! Se ci mettiamo anche il buzzico non si passa piùùùùùùùùùùùùù!…”.
La mia voce accompagna i ragazzi alle spalle, lungo tutte le scale. Resto come una scema là in cima, finché non scompaiono all’orizzonte, come nei finali di Charlie Chaplin.
E così restiamo da soli. Io e il buzzico. Lo hanno lasciato in mezzo alla stanza soggiorno-cucina-camera da letto. La prima cosa che mi viene in mente è di agganciarlo a una corda e calarlo giù dalla finestra e tenerlo appeso lì. Mi rendo conto che non sarà un bello spettacolo per quelli che abitano sotto, ma che ci posso fare… anche io mi godo la vista dell’antenna parabolica del vicino che troneggia davanti alla mia finestra… No.. meglio evitare dai. Siamo fin troppo bravi a non prenderci a coltellate per i posti auto, dobbiamo avere pazienza. Evitiamo ok? C’è stato un terremoto no? Già, penso guardando il buzzico: c’è stato un terremoto e questi mi portano il buzzico. Mi viene in mente un flash: DOV’E’ LA TELECAMERA? Ma sì, ci sarà una telecamera nascosta! Dev’essere così! Noi della generazione di Nanni Loy lo sappiamo! hanno pensato di filmare le reazioni dei terremotati, per vedere fin dove arriva la pazienza!! Rido soddisfatta, mi aggiusto i capelli e mi guardo intorno, sentendomi improvvisamente osservata… “Dai, esci, lo so che ci sei!”.
No. Non è una candid. Mi sento tristemente sola. Guardo il calendario di Frate Indovino per vedere se ci sono indicazioni su come gestire il buzzico. Scopro che devo buttare la spazzatura in certi giorni a certe ore. Mi colpisce il fatto che si parla di orari per me impraticabili, tipo dalle 22,00. Quando sono già a letto: ultimamente sono sempre così stanca, ma così stanca… C’è stato un terremoto, mica niente.
Arriva un altro flash: io che, in pigiama, vestaglia e pantofole scendo giù col buzzico in mano. Scordatevelo. Non se ne parla. Continuo a leggere, c’è scritto qualcosa sul compostaggio. Il compostaggio? Ma veramente? La pressione mi sale e avrei voglia di farlo a qualcuno, il compostaggio. Scopro con uno sguardo disperato che se butto la spazzatura fuori orario verrò multata. E che, se non conservo bene il buzzico e non lo restituisco a fine comodato, verrò multata ugualmente. Lo metto sul tavolo, siamo già amici, mi guarda con aria soddisfatta. Lo odio. Poi mi faccio coraggio: “Forza, siamo molto fortunati ad avere la c.a.s.a,. In Irpinia stanno ancora nei container, mentre noi riusciamo a pensare alla raccolta differenziata! Forza Luisa, fai un piccolo sforzo di buona volontà!”.
Io lo sforzo lo faccio pure, ma il problema è proprio di natura fisica, è un problema materiale e concreto, cioè DOVE PIFFERO LO METTO IL BUZZICO? DOVE? DOVE? DOVE?
Passano i giorni. Il buzzico troneggia, lucido e pulito, in mezzo al stanza, sul tappeto, davanti al divano-letto. La testa non si rassegna: mi succede come a gatto Silvestro quando a destra compare un angelo e a sinistra un diavolo, avete presente? L’angioletto dice: forse questi del buzzico non sanno che le c.a.s.e. hanno tutte una camera-soggiorno-cucina! Forse questi del buzzico non sanno che moltissime non hanno neanche un balcone! ….Il diavoletto gli dà una martellata in testa e dice: “COME POSSONO NON SAPERLO? Saperlo è il loro lavoro, sono pagati per questo!”.
Dopo qualche giorno il buzzico è diventato il mio interlocutore preferito. Mi sembra enorme, gigantesco, spropositato! Un buzzico ideato per una villa con piscina, mi sembra. Faccio un tentativo: lo metto sulla cappa della cucina. Sporge un po’, poverino…. Non mi sembra un buon posto, il calore è troppo vicino… E il buzzico torna sul tappeto.
Provo a leggere di nuovo il calendario di Frate Indovino con le istruzioni. Che bella cosa, la raccolta differenziata, che grande civiltà, che grande progresso, che grande ecologia! …..MA PROPRIO DAI TERREMOTATI DOVEVA COMINCIARE TUTTO ‘STO SENSO CIVICO?
…..
Altro flash filmico.
Atmosfera dorata, tipo Mulino bianco.
Gli abitanti delle c.a.s.e  che si incontrano giù al parcheggio felici, ben vestiti, in una mano la ventiquattrore, nell’altra il sacchetto della raccolta differenziata. Vicino a loro camminano compunti due bambini con i capelli a caschetto, biondi, naturalmente. Reciproci saluti calorosi: “Buongiorno!!!!”… “Buongiorno a lei!!!“…. “Buon lavoro!!!!”….. “Altrettanto!!!”….. “I miei rispetti alla signora!!!”… Sorridono soddisfatti, esibendo il loro sacchetto dell’organico con la faccia di un boy scout dopo la buona azione quotidiana. Sotto alla scena filmica, una scritta scorrevole azzurra: “PERFINO I TERREMOTATI DELL’AQUILA FANNO LA RACCOLTA DIFFERENZIATA! FALLA ANCHE TU!”….
Puff… Il flash scompare in una bolla di sapone.
E vedo noi. Noi delle c.a.s.e. NOI VERI.
Che la mattina ci salutiamo con un grugnito.
Incazzati.
Che abbiamo le facce da terremotati.
Che dormiamo ammucchiati, senza più privacy.
Che usciamo trasandati, con gli occhi abbottatti.
Anche noi col sacchetto della spazzatura in mano.
INDIFFERENZIATA, naturalmente.
Ognuno se lo carica in macchina, parte, e va a buttarla lontano, nei secchi che incontra sulla strada.
E quello che ti fa incazzare è che vorresti andare a buttarla sotto la casa di qualcuno.
QUI NON E’ ESATTAMENTE UN VILLAGGIO VALTOUR.
Fatelo voi il riciclaggio, FATELA VOI LA DIFFERENZIATA.
E mentre guido, col mio bravo sacchetto di spazzatura indifferenziata nel bagagliaio, mi domando: “Amici miei, fratelli di sventura…… voi dove avete messo il buzzico?”.
Leggende metropolitane dicono che molti lo hanno riposto, ben coperto, in qualche garage delle case rotte.
Altri lo hanno nascosto presso qualche amico fortunato che ha una casa. Qualcuno, purtroppo, lo ha dato in affidamento a parenti lontani, e ogni tanto telefona e chiede come sta.
Ma tanti, tantissimi, lo tengono in macchina, e la domenica lo usano per andare a togliere le macerie in piazza, fregandosene della multa.

Curiamo tutti....


......non taceremo mai di fronte agli orrori della guerra
di Gino Strada , 15.04.2010

La confessione del fondatore di Emergency: Siamo colpevoli, curiamo tutti senza discriminazioni, e abbiamo un’idea alta della politica.Due colpe gravi, giusto incarcerarli. La Repubblica, 15 aprile 2010

Caro direttore, si introducono – direttamente o con la complicità di qualcuno che vi lavora – alcune armi in un ospedale, poi si dà il via all´operazione… Truppe afgane e inglesi circondano il Centro chirurgico di Emergency a Lashkargah, poi vi entrano mitragliatori in pugno e si recano dove sanno di trovare le armi. A quanto ci risulta, nessun altro luogo viene perquisito. Si va diritti in un magazzino, non c´è neppure bisogno di controllare le centinaia di scatole sugli scaffali, le due con dentro le armi sono già pronte – ma che sorpresa! – sul pavimento in mezzo al locale. Una telecamera e il gioco è fatto. Si arrestano tre italiani – un chirurgo, un infermiere e un logista, gli unici internazionali presenti in quel momento in ospedale – e sei afgani e li si sbatte nelle celle dei Servizi di Sicurezza, le cui violazioni dei diritti umani sono già state ben documentate da Amnesty International e Human Rights Watch. Anche le case di Emergency vengono circondate e perquisite. Alle cinque persone presenti – tra i quali altri quattro italiani – viene vietato di uscire dalle proprie abitazioni. L´ospedale viene militarmente occupato.

Le accuse: «Preparavano un complotto per assassinare il governatore, hanno perfino ricevuto mezzo milione di dollari per compiere l´attentato». A dirlo non è un magistrato né la polizia: è semplicemente il portavoce del governatore stesso.

Neanche un demente potrebbe credere a una simile accusa: e perché mai dovrebbero farlo? La maggior parte dei razzi e delle bombe a Lashkargah hanno come obiettivo il palazzo del governatore: chi sarebbe così cretino da pagare mezzo milione di dollari per un attentato visto che ogni giorno c´è chi cerca già di compierlo gratuitamente? Questa montatura è destinata a crollare, nonostante la complicità di pochi mediocri – che vergogna per il nostro Paese! – che cercano di tenerla in piedi con insinuazioni e calunnie, con il tentativo di screditare Emergency, il suo lavoro e il suo personale.

Perché si aggredisce, perché si dichiara guerra a un ospedale? Emergency e il suo ospedale sono accusati di curare anche i talebani, il nemico. Ma non hanno per anni sbraitato, i politici di ogni colore, che l´Italia è in Afghanistan per una missione di pace? Si possono avere nemici in missione di pace? In ogni caso l´accusa è vera. Anzi, noi tutti di Emergency rendiamo piena confessione. Una confessione vera, questa, non come la "confessione choc" del personale di Emergency che è finita nei titoli del giornalismo nostrano.

Noi curiamo anche i talebani. Certo, e nel farlo teniamo fede ai principi etici della professione medica, e rispettiamo i trattati e le convenzioni internazionali in materia di assistenza ai feriti. Li curiamo, innanzitutto, per la nostra coscienza morale di esseri umani che si rifiutano di uccidere o di lasciar morire altri esseri umani. Curiamo i talebani come abbiamo curato e curiamo i mujaheddin, i poliziotti e i soldati afgani, gli sciiti e i sunniti, i bianchi e i neri, i maschi e le femmine. Curiamo soprattutto i civili afgani, che sono la grande maggioranza delle vittime di quella guerra. Curiamo chi ha bisogno, e crediamo che chi ha bisogno abbia il diritto ad essere curato. Crediamo che anche il più crudele dei terroristi abbia diritti umani – quelli che gli appartengono per il solo fatto di essere nato – e che questi diritti vadano rispettati. Essere curati è un diritto fondamentale, sancito nei più importanti documenti della cultura sociale, se si vuole della "Politica", dell´ultimo secolo. E noi di Emergency lo rispettiamo. Ci dichiariamo orgogliosamente "colpevoli". Curiamo tutti. In Afghanistan lo abbiamo fatto milioni di volte. Nell´ospedale di Lashkargah lo abbiamo fatto sessantaseimila volte. Senza chiedere, di fronte a un ferito nel pronto soccorso, «Stai con Karzai o con il mullah Omar?». Tantomeno lo abbiamo chiesto ai tantissimi bambini che abbiamo visto in questi anni colpiti da mine e bombe, da razzi e pallottole. Nel 2009 il 41 percento dei feriti ricoverati nell´ospedale di Emergency a Lashkargah aveva meno di 14 anni. Bambini. Ne abbiamo raccontato le storie e mostrato i volti, le immagini vere della guerra, la sua verità.

«Emergency fa politica», è l´altra accusa che singolarmente ci rivolgono i politici. In realtà vorrebbero solo che noi stessimo zitti, che non facessimo vedere quei volti e quei corpi martoriati. «Curateli e basta, non fate politica». Chi lo sostiene ha una idea molto rozza della politica. No, noi ci rifiutiamo di stare zitti e di nascondere quelle immagini. Da tempo la Nato sta compiendo quella che definisce «la più importante campagna militare da decenni»: la prima vittima è stata l´informazione. Sono rarissimi i giornalisti che stanno informando i cittadini del mondo su che cosa succede nella regione di Helmand. I giornalisti veri sono scomodi, come l´ospedale di Emergency, che è stato a lungo l´unico "testimone" occidentale a poter vedere "gli orrori della guerra".

Non staremo zitti.

Emergency ha una idea alta della politica, la pensa come il tentativo di trovare un modo di stare insieme, di essere comunità. Di trovare un modo per convivere, pur restando tutti diversi, evitando di ucciderci a vicenda. Emergency è dentro questo tentativo. Noi crediamo che l´uso della violenza generi di per sé altra violenza, crediamo che solo cervelli gravemente insufficienti possano amare, desiderare, inneggiare alla guerra. Non crediamo alla guerra come strumento, è orribile, e mostruosamente stupido il pensare che possa funzionare. Ricordiamo «la guerra per far finire tutte le guerre» del presidente americano Wilson? Era il 1916. E come si può pensare di far finire le guerre se si continua a farle? L´ultima guerra potrà essere, semmai, una già conclusa, non una ancora in corso.

La risposta di Emergency è semplice. Abbiamo imparato da Albert Einstein che la guerra non si può abbellire, renderla meno brutale: «La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire». Nella nostra idea di politica, e nella nostra coscienza di cittadini, non c´è spazio per la guerra. La abbiamo esclusa dal nostro orizzonte mentale. Ripudiamo la guerra e ne vorremmo la abolizione, come fu abolita la schiavitù. Utopia? No, siamo convinti che la abolizione della guerra sia un progetto politico da realizzare, e con grande urgenza. Per questo non possiamo tacere di fronte alla guerra, a qualsiasi guerra. Di proporre quel progetto, siamo colpevoli.

Ecco, vi abbiamo fornito le risposte. E adesso? Un pistoiese definì il lavoro di Emergency «ramoscello d´ulivo in bocca e peperoncino nel culo». Adesso è ora che chi "di dovere" lavori in quel modo, e tiri fuori "i nostri ragazzi". Può farlo, bene e in fretta. Glielo ricorderemo sabato pomeriggio, dalle due e mezza, in piazza Navona a Roma.

15 mar 2010

tetti verdi


tetti_verdi_copertura_verde_giardino_pensile_architettura_sostenibile_giardini_verticali


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Recentemente i “tetti verdi” sono stati investiti da un’ondata di popolarità; allo stesso modo il design legato all’edilizia sostenibile diventa più tradizionale. Terra e piante sul tetto di un edificio possono aiutare a gestire il deflusso dell’acqua, migliorare la qualità dell’aria e ridurre il consumo energetico, moderando le temperature interne. Possono anche prolungare la vita del tetto di un edificio proteggedolo dal logorio del vento, dell’acqua e dai raggi UV.
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Ma un “tetto verde” veramente efficace richiede un progetto dedicato al fine di garantire un corretto drenaggio dell’acqua, vegetazione sana, senza compromettere la struttura sottostante, proprio come un terreno di coltura che è più stabile e leggero rispetto al normale suolo. I “tetti verdi” possono essere sistemi modulari (in genere una serie di vassoi che contengono tutta la vegetazione e le strutture di drenaggio necessarie) oppure si può trattatare di un design permanente con piante coltivate direttamente sul tetto. Il design può essere “esteso” (sottili e leggeri strati di piante che si focalizzano più su una funzione estetica) o “intensivo” (si tratta di più piante, dei veri giardini pensili che di solito coinvolgono strati spessi e profondi di colture). Ecco uno sguardo su alcune caratteristiche e vantaggi di tre tipi popolari sistemi attualmente sul mercato.
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Il verde estensivo Daku permette di realizzare in quasi tutte le aree climatiche tetti verdi con spessori contenuti di terriccio, su cui si sviluppa una vegetazione autosufficiente e soggetta a scarsa manutenzione. Adatto a grandi coperture non calpestabili, con spessore di 16 cm si può ottenere una vegetazione a sedum che non necessita di apporti irrigui costanti. Con questa tipologia la vegetazione assume una funzione tecnica e garantisce enormi vantaggi economici ed ambientali. Peso compless. saturo d’acqua c.a. 115kg/mq. I sistemi proposti per il trattenimento del terriccio Daku Roof Soil possono variare in funzione della morfologia della copertura e delle caratteristiche di ancoraggio; in ogni caso occorre una accurata progettazione delle falde inclinate oltre che per il trattenimento del terriccio per il drenaggio delle acque in eccesso.
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Semplice da installare, leggero e totalmente affidabile il sistema Derbisedum include innovativi contenitori di plastica riempiti con speciale substrato già ricoperto da vegetazione, abbinato alla perfetta tenuta idraulica garantita dalla membrana impermeabile Derbisedum Spar. Utilizzabile sulla maggior parte dei tetti, la robusta copertura richiede manutenzioni minime.
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Oltre ai noti usi come giardini pubblici o privati, la realizzazione di un tetto verde specificatamente attrezzato può offrire nuove e più creative opportunità di utilizzo, dove il comun denominatore è il rapporto tra il verde e il cielo (ovvero l’altezza). Ne ricordiamo alcune, per le quali Tillia srl è in grado di offrire il proprio supporto progettuale e realizzativo “chiavi in mano”, come ad esempio il Fitness Sky Center: su un tetto con una superficie abbastanza estesa si possono realizzare spazi dove svolgere attività di palestra all’aperto con veri propri “percorsi natura”, vasche idromassaggio, sala pesi e tutto quanto è necessario per svolgere un’attività fisica in un contesto gradevole e naturale. Una zona per la cura del corpo all’aria aperta in pieno centro, ideale per palestre o centri benessere ma anche per centri commerciali e strutture pubbliche.
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Optigrün trae esempio dalla natura. Le stratificazioni Optigrün sono state copiate dalla natura. Una scelta di materiali in sintonia con l’ambiente e una loro produzione e riciclaggio nel rispetto dell’ecologia sono per noi premesse irrinunciabili. Oggi abbiamo ottenuto standard qualitativi e di esecuzione eccellenti a vantaggio di uomo e ambiente. Da questa nostra posizione di forza cresce in noi la volontà di applicare il pensiero ecologico come meta preferenziale dell’inverdimento dei tetti.
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Uno strato impermeabile di base viene installato prima di tutto, allo scopo di proteggere il tetto, successivamente viene aggiunto uno strato di filamenti di nylon, per consentire il drenaggio dell’acqua. Poi viene inserito uno strato di tessuto in pile per trattenere l’acqua destinata alle piante e infine viene aggiunto uno strato di Xero Terr a spessore medio per far crescere piante del genere “sedum” e stuoie di muschio che vengono apposte sulla parte superiore. L’espressione “design a spessore minimo” significa che solo alcune piante resistenti possono crescerci e ogni sistema continuo come questo può rendere difficile l’accesso al tetto, in seguito se sono necessarie delle riparazioni. Ma un sistema funzionale, come Xero Flor, offre tutti i vantaggi di un tetto verde, senza aggiungere del peso inutile alla struttura del tetto anche quando è completamente saturo.
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Un disegno modulare come il sistema di Weston “GreenGrid” offre maggiore flessibilità e convenienza per un tetto verde. Sono disponibili dei vassoi pre-piantati in spessori che vanno da gli 8 ai 20cm, secondo la scelta del fogliame e delle limitazioni di peso. Fino a che la struttura dell’edificio è in grado di sostenere il peso aggiunto, i moduli possono essere posizionati direttamente sulla membrana esistente del tetto. I cassetti sono costruiti con della plastica riciclata resistente ai raggi UV e possono essere facilmente spostati o riordinati per le riparazioni del tetto o modifiche di progettazione. Tuttavia i moduli non possono essere considerati esteticamente attraenti come gli impianti permanenti; i vassoi individuali di alcuni sistemi potrebbero non essere in grado di gestire, nel modo più efficace, il drenaggio come i sistemi continui.
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Con la crescita del settore delle coperture e tetti verdi e soprattutto dei progettisti e costruttori che ne fanno uso nei propri edifici, abbiamo voluto rispondere alle domande più frequenti che possono nascere sulla questione. Jim Lindell, National Manager per Green Grid Roofs, risponde a queste domande:
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Nella maggior parte dei casi un tetto verde è progettato per richiedere bassissima o scarsa manutenzione. Durante i primi 2-3 mesi può essere necessario irrigarlo, dopo di che la copertura verde ha solo bisogno di qualche controllo perché la vegetazione cresca rigogliosa.
Se correttamente installato da un’azienda seria certamente il tetto non dovrebbe perdere!
Vengono inoltre adottati metodi costruttivi di una copertura verde diversi a seconda se l’edificio è in costruzione o già realizzato. Con moduli impermeabilizzanti installati direttamente sulla superficie del tetto già esistente, spiega Lindell, una copertura verde effettivamente aiuta a proteggere e isolare il tetto ulteriormente dalla bassa o alta temperatura esterna.
Anche se alcuni sistemi di copertura verde sono più leggeri di altri, i proprietari degli immobili devono sempre far esaminare da un tecnico l’effettiva fattibilità della realizzazione salvaguardando l’integrità dell’edificio e determinando se è in grado di sopportare il peso aggiunto di un tetto verde. E’ troppo presto per dirlo, ma già i primi segnali indicano che un tetto verde per quanto riguarda l’isolamento termico per l’edificio, per non parlare della sostenibilità del concetto e della riduzione dei costi nell’installazione sta dimostrando un primo aumento di valore dell’edificio.
Bisogna prima di tutto considerare che un tetto verde può davvero contribuire a ridurre i costi energetici, riducendo sia il fabbisogno di energia per riscaldare l’edificio, sia per raffreddarlo. Senza considerare che si allunga la vita del tetto esistente salvaguardando la struttura portante e il proprio portafoglio. Jim Lindell inoltre aggiunge che un tetto verde contribuendo al risparmio energetico può rientrare nella casistica sensibile alle agevolazioni nazionali e regionali vigenti in materia di risparmio ed efficienza energetica.

9 mar 2010

Il governo, la forma e la sostanza

di Barbara Spinelli 
Fa una certa impressione rileggere gli articoli che Norberto Bobbio scrisse nelle pagine di questo giornale, tra il 1994 e il 1996, sulla forza politica edificata da Berlusconi a seguito di Tangentopoli: sull’inconsistenza dei club e circoli da lui creati, sulla loro vacuità, sullo spregio delle forme, tanto fieramente vantato.
Sulla violenza protestante della sua ribellione a liturgie e convenzioni della democrazia rappresentativa, vorremmo aggiungere: una violenza di tipo russo, alla Bakunin, che ricorda la vastità informe (la gestaltlose Weite) criticata nel 1923 dal giurista Carl Schmitt. Fa impressione rivedere quei testi perché molte storture sono le stesse. Non furono curate allora per il semplice fatto che erano ritenute virtù nuove, e adesso la stortura s’è estesa divenendo non solo questione di codice penale ma di riti elettorali prima trasgrediti, poi mal rappezzati con leggi ad hoc. Quel che Bobbio rimproverava ai club era in sostanza questo: il disdegno delle regole, tanto più indispensabili nel regime democratico, che al popolo affida un’amplissima sovranità. E l’ideazione di una forza non solo dipendente da un’unica persona («Un partito a disciplina militare, anzi aziendale», così Dell’Utri nel novembre ’94), ma priva di statuti, progetti, chiarezza innanzitutto sui finanziamenti. 
Bobbio era pienamente consapevole del discredito che la corruzione rivelata da Mani Pulite aveva inflitto ai partiti, annerendoli tutti mortalmente e rendendo ancor più pertinente il termine partitocrazia. Tuttavia i partiti restavano essenziali per la democrazia, secondo lui, perché senza partiti il potere si fa opaco, arbitrario, imprevedibile. Il non-partito propagandato da Forza Italia minacciava d’essere un’accozzaglia senza storia, una «rete di gruppi semiclandestini»: incompatibile con la «visibilità del potere» che «distingue la democrazia dalle dittature» (Stampa, 3-7-94). La pura negazione (non-partito) non diceva nulla perché infinite sono le possibilità da essa racchiuse: «Se dico “non bianco” comprendo in queste parole tutti i colori possibili e immaginabili (...). La democrazia rifiuta il potere che si nasconde», dirà il filosofo in un’intervista a Giancarlo Bosetti nel 2001. Il non-bianco equivale all’amorfa vastità descritta da Schmitt.
Agli esordi anche i professionisti della politica erano invisi, e lo sono a tutt’oggi: gli uomini che si dedicano alla causa pubblica e ne vivono. Come nel film di Elia Kazan, meglio era scovare un Volto nella Folla, trasformarlo in talentuoso comunicatore, e la fabbrica del consenso partiva. Già nel 1957, Kazan crea il prototipo del manipolatore nichilista delle folle, eterno homo ridens, dandogli il nome di Lonesome Rhodes, il «Solitario» venuto dal nulla o meglio dalla galera.
Di uomini così era fatto il non-partito escogitato da Mediaset, e lo è tuttora. Tuttora si avvale dei consigli di Previti, condannato definitivamente per corruzione in atti giudiziari. O di Verdini, indagato per corruzione. Il politico di professione è considerato da costoro parassita, incapace di fare. La cerchia attorno a Berlusconi è piena di uomini che agiscono al riparo della politica e della legge: imprenditori o avvocati (soprattutto avvocati del Capo).
Lo stesso Stato è sospettato, se non li serve: tanto che la sede del governo non è più Palazzo Chigi ma il domicilio del Capo a Palazzo Grazioli.
Bobbio dà a questo fantasmatico potere il nome di partito personale di massa, e nel ’94 chiede al suo leader precisazioni: se il suo non è un partito cos’è, esattamente? Come s’è finanziato? Cosa farà per dare al proprio potere visibilità: dunque forme, regole rispettose del codice penale e di procedure elettorali che non avvantaggino i più forti o ricchi?
Si vede in questi giorni come i riti, le sequenze formali, le procedure, siano sviliti e lisi. Il disastro delle liste presentate tardi o malamente nel Lazio e in Lombardia conferma difetti congeniti, non sanati dal partito creato con Alleanza nazionale. All’origine: una politica al tempo stesso autoritaria e informe al punto di smottare di continuo come la terra semovente di Maierato in Calabria. Diciotto anni sono passati da Mani Pulite e i club di Mediaset hanno per questa via privatizzato la politica, screditandola agli occhi degli italiani e convincendo anch’essi che il privato è tutto, il pubblico niente. Si ascolti Verdini, sull’Espresso del 23-5-08. All’obiezione sul conflitto d’interessi replica, ardimentoso: «Il conflitto d’interessi non interessa più a nessuno. Neanche a chi non ha votato il Cavaliere. Diamo cento euro in più nella busta paga, detassiamo gli straordinari, favoriamo i premi aziendali senza tassazione e poi vediamo. Alla fine, la gente fa i conti con la propria famiglia».
La famiglia, l’affare, il favore chiesto per figli, mogli, cognati: son tutte cose che vengono prima, e se farsi strada affatica ci si serve della politica come di una scatola d’utensili cui si attinge per proteggersi dalla legge e aggirarla. Dell’Utri lo ammette: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera» (intervista a Beatrice Borromeo, Il Fatto 10-2. La dichiarazione non è stata smentita né ha fatto rumore).
Bobbio disse ancora che il berlusconismo è «una sorta di autobiografia della nazione». Autobiografia non solo collettiva ma di ciascuno di noi: cittadini evasori, onesti, non per ultimo cittadini-giornalisti. Un giorno o l’altro dovremo domandarci ad esempio, nelle redazioni, come mai inondiamo i lettori di pagine di intercettazioni che nulla c’entrano con reati penalmente perseguibili. Come mai riceviamo dai giudici 20.000 pagine di telefonate, solo in parte cruciali. Se davvero si difende il diritto degli inquirenti a tutte le intercettazioni utili, per render visibili crimini e poteri nascosti, vale la meta mettere un muro fra le intercettazioni rilevanti e quelle concernenti il privato come le scelte sessuali, a meno che le prestazioni non avvengano in cambio di favori illeciti. Anche questo innalzare muri era pensiero dominante, in Bobbio.
Citando Michael Walzer ripeteva: «Il liberalismo è un universo di “mura”, ciascuna delle quali crea una nuova libertà». Il lettore non capisce più nulla, alle prese con faldoni di intercettazioni, e rischia una nausea senza più indignazione.
Il disprezzo delle forme e delle leggi caratterizza ieri come oggi il berlusconismo (con l’eccezione di Fini, da qualche tempo) e sempre ha generato regimi carismatici autoritari. Fu l’estrema destra francese, negli Anni 30, ad anteporre il «Paese reale» (o sostanziale) al «Paese legale».
Anch’essa formò Leghe, non partiti. Il partito è una parte, non rappresenta un’interezza, per natura si dà un limite. Nella stessa trappola dell’informe cade oggi il governo, e il vecchio istinto del non-partito fa ritorno. Con disinvoltura ineguagliata Schifani, di fronte all’intrico delle liste, si augura «che venga garantito il diritto di voto a tutti e che la sostanza prevalga sulla forma». Augurio comprensibile il primo, pernicioso il secondo.
Il rigetto delle forme va di pari passo con il rifiuto della legalità, con il primato dato ai diritti privati o corporativi sugli obblighi comuni, con la separazione dei poteri. Si combina alla sfrontatezza con cui l’homo ridens di Kazan, sicuro com’è del proprio talento, si sente legibus solutus, sciolto dai vincoli delle leggi. Talmente sciolto che Berlusconi non esita a dichiarare, nel novembre 1994: «Chi è scelto dalla gente è come unto dal Signore». La Chiesa non ebbe mai alcunché da dire. Anche questa domanda, che Bobbio pose al Vaticano, resta senza risposta.
Tanta sicurezza può dare alla testa. Se ce ne fosse un po’ di meno, se non continuasse la pratica dei «gruppi semiclandestini», si potrebbe chiedere semplicemente scusa agli italiani e alle istituzioni, per la cialtrona gestione delle liste. Aiuterebbe. Ma forse, come scrive Gian Enrico Rusconi sulla Stampa, sognare non ci è dato.

1 mar 2010

il rinoceronte nero a guardia dell'acqua

Una barriera elettrificata lunga 402 km. Uno degli animali più maestosi e pericolosi del continente africano. Un progetto ideato venti anni fa e realizzato in buona parte con plastica riciclata proveniente da dozzine di aziende agricole del lago Naivasha.

La barriera, la più lunga mai costruita in Africa, è nata per difendere il rinoceronte nero dal pericolo di estinzione ed è stata ampliata e riconvertita al fine di proteggere foreste e sorgenti d'acqua. La scarsità di fonti idriche hanno infatti spinto le autorità ad utilizzare il progetto al fine di salvaguardare le stesse. La barriera cinge ad anello le montagne denominate Aberdare, ubicate nel Kenya centro occidentale, e protegge il territorio dal passaggio umano e dalle aziende agricole che operano nella zona, responsabili dello sfruttamento idrico indiscriminato. Nella zona si trovano le sorgenti di quattro dei sette fiumi più grandi del Kenya, che forniscono acqua ed elettricità alle maggiori città, inclusa la capitale Nairobi. Secondo le organizzazioni a difesa del rinoceronte nero, la barriera non ha aiutato la salvaguardia dell'animale, soprattutto a causa del lungo tempo di costruzione, più di venti anni. Attualmente rimangono in natura circa 3.600 esemplari.