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8 lug 2011

radar anti-migranti tossici

da http://www.democraziakmzero.org
 
di ANTONIO MAZZEO
Cortei, sit-in, presidi permanenti, interrogazioni parlamentari, petizioni popolari, esposti e ricorsi al Tar. Cresce la protesta di cittadini e associazioni ambientaliste contro l’installazione in alcune riserve naturali di Puglia, Sardegna e Sicilia dei famigerati radar anti-migranti EL/M-2226 ACSR prodotti dall’azienda israeliana Elta System. I potenti sensori sono stati acquistati dalla Guardia di Finanza grazie alle risorse del “Fondo europeo per le frontiere esterne”, programma quadro 2007-08 contro i flussi migratori, e costituiranno l’ossatura della nuova Rete di sensori radar di profondità per la sorveglianza costiera che sarà integrata al sistema di comando, controllo, comunicazioni, computer ed informazioni della forza armata per individuare e respingere le imbarcazioni di migranti di piccole dimensioni. Un affare di decine e decine di milioni di euro per il complesso militare industriale israeliano e per la società romana Almaviva (già Finsiel), scelta d’imperio dal Comando della Gdf per approntare i siti e posare i tralicci radar.
La lista delle località prescelte per gli impianti si fa ogni giorno sempre più fitta e comprende zone costiere del sud Italia sottoposte a vincoli ambientali e archeologici. La regione più colpita è senza dubbio la Sardegna: le località individuate per insediare i mostri a microonde sono l’isola di Sant’Antioco, Capo Pecora a Fluminimaggiore, Punta Foghe a Tresnuraghes, Capo Falcone a Stintino, Punta Scomunica all’Asinara e Capo Argentiera nel comune di Sassari. Nel caso di Sant’Antioco, l’installazione radar dovrebbe sorgere presso l’ex stazione militare di Capo Sperone – Su Monti de su Semaforu, sull’altura di Tinnias, splendida area oggi di proprietà della Regione Sardegna, ricadente nel parco naturale di “Carbonia ed Isole Sulcitane”, dove sono presenti pure fabbricati particolarmente significativi dal punto di vista storico-culturale ed architettonico. L’impianto di Punta Foghe a Tresnuraghes incide invece in un territorio classificato come “Zona di Protezione Speciale”, sottoposto a rigidi vincoli di natura ambientale per consentire il ripopolamento della fauna selvatica.
Ciononostante, la Regione Sardegna è giunta ad autorizzare Almaviva ad eseguire lavori “in deroga” alle norme di tutela. A Capo Pecora – Fluminimaggiore, le ruspe hanno deturpato l’arenile di Portixeddu, area SIC (sito di interesse comunitario), grattando via in particolare il cocuzzolo di Murru Biancu, la collina che dominava il litorale roccioso.
In Puglia, nelle mire della Guardia di Finanza ed Almaviva c’è invece un terreno di 300 mq ubicato tra le località “Sciuranti” e “Salanare”, all’interno del perimetro del parco naturale Otranto – Santa Maria di Leuca – Bosco di Tricase. In questo caso, tuttavia, lo scorso 17 giugno il Tribunale amministrativo regionale di Lecce ha accolto la richiesta di sospensiva dei lavori d’installazione del radar presentata dal Comitato regionale di Legambiente Puglia, invalidando il parere favorevole reso dalla Soprintendenza dei Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Lecce, Brindisi e Taranto e dal comune di Gagliano del Capo.
Per quanto riguarda invece la Sicilia, il radar è stato già montato da diversi mesi a Capo Murro di Porco presso la stazione di sollevamento fognario del Comune di Siracusa, zona sottoposta a vincolo paesaggistico ed archeologico e prospiciente l’oasi marina protetta del Plemmirio, istituita nel 2005. A seguito delle proteste dei residenti dell’area, dei no war e dell’Associazione Plemmyrion, il 16 aprile 2011 la ministra dell’ambiente Stefania Prestigiacomo (siracusana) aveva strappato al Comando della Guardia di finanza l’impegno ad “individuare in tempi brevi un sito alternativo per eliminare un traliccio che deturpa l’ambiente in una zona di pregio e sottoposta a tutela”, ma sino ad oggi non è stato fatto alcun intervento per rimuovere da Capo Murro di Porco le infrastrutture realizzate.
“L’installazione dei radar potrebbe comportare rischi per la salute dei cittadini, oltre che creare delle servitù militari permanenti e aggiuntive che in Sardegna, in particolare, andrebbero ad aggiungersi alle servitù già esistenti, le quali hanno prodotto per la popolazione residente già gravi conseguenze”, denuncia con un’interrogazione presentata ai ministri dell’Interno, dell’Economia e delle Finanze, della Difesa e dell’Ambiente, l’onorevole Francesco Ferrante (Pd). “Assolutamente insufficienti appaiono al riguardo le rassicurazioni del direttore generale di Almaviva, dott. Antonio Amati, secondo il quale i radar verranno installati su colline, lontane 300 metri dalle coste, seguendo le procedure senza imboccare scorciatoie militari. E le emissioni elettromagnetiche saranno inferiori a quelle delle antenne dei telefonini”, riporta Ferrante. “Appare viceversa più attuale il rischio che si crei uno scempio ambientale, urbanistico e paesaggistico, come denunciato pubblicamente tra gli altri da Legambiente Sardegna, che ha chiesto su questi temi l’immediato avvio di un confronto a livello nazionale”.
In conclusione, il parlamentare del Pd ha chiesto di conoscere “le procedure di assegnazione dell’appalto alla società Almaviva; l’iter amministrativo che ha condotto al rilascio delle autorizzazioni ad installare i radar in zone incontaminate delle coste italiane; se, e con quale decreto, siano state riconosciute tali strutture “opere di difesa militare”; se non si ritiene improcrastinabile adoperarsi per tutelare le aree interessate dalle installazioni, nonché opportuno avviare un monitoraggio in modo che sia garantita l’assenza di pericolo di inquinamento elettromagnetico”.
Sul pericolo elettromagnetico rappresentato dall’ultima generazione di radar anti-immigrati è intervenuto Massimo Coraddu dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) di Cagliari. Il fisico ha analizzato lo studio di impatto elettromagnetico prodotto dagli ingegneri Antonio Casinotti e Giampaolo Macigno per conto della società Almaviva, relativo all’installazione dei radar a Gagliano del Capo e Siracusa. “Gli EL/M2226 ACSR sono trasmettitori Linear Frequency Modulated Continuous Wave (LFMCW) in X-band (dagli 8 ai 12.5 GHz di frequenza), con una potenza di emissione di 50 W e onde molto corte comprese tra i 300MHz e i 300 GHz”, esordisce Coraddu per poi denunciare come le due analisi  “appaiano gravemente carenti sotto molteplici aspetti”, mentre i “risultati vengono riportati in modo poco trasparente e di difficile lettura”. “Esistono notevoli incertezze e imprecisioni riguardo le caratteristiche tecniche e l’esatta modalità di funzionamento del radar, dovute all’incompletezza di quanto riportato nell’analisi d’impatto e a incoerenza con quanto riportato dal costruttore”, scrive il fisico. “La procedura di calcolo adottata nello studio di Almaviva non è chiara (non è specificato quali strumenti software sono stati utilizzati e come); parte delle formule riportate sono erronee o inadeguate alla situazione (adozione di una approssimazione di “campo lontano” a distanze inferiori al limite che lo consente); non si è tenuto conto di tutti i contributi alle emissioni”.
Tra le gravi “incongruenze” delle caratteristiche tecniche del sistema radar, Massimo Coraddu individua quella relativa alla sua presunta velocità di rotazione costante. “Nella sua documentazione, la casa produttrice Elta-System vanta la grande capacità di risoluzione di questo radar, a loro dire capace di individuare il periscopio di un sommergibile tra i flutti a decine di km di distanza, valutare direzione, velocità e numero di persone a bordo di una piccola imbarcazione a 20 km di distanza. Sembra poco probabile che tali prestazioni si possano raggiungere semplicemente scansionando a velocità costante il tratto di mare antistante. È verosimile invece che la velocità di rotazione sia costante solo in fase di sorveglianza, mentre nel momento in cui un bersaglio viene individuato, il dispositivo possa essere bloccato e il fascio diretto sul bersaglio sino alla sua completa definizione. In questo caso, nella valutazione del possibile danno alle persone, deve essere individuato come peggior incidente possibile quello in cui il radar viene puntato e rimane fisso sul soggetto”.
Inoltre, in entrambe le analisi di impatto elettromagnetico, le uniche misure sul campo riportate sono quelle relative al livello di fondo dei campi presenti. “Una scelta immediatamente incongrua” scrive Coraddu. “Le misure sono state effettuate infatti con la sonda isotropa EP330, fabbricata dalla Narda S.r.l., che registra campi sino alla frequenza massima di 3 GHz, mentre il radar anti-migranti emetterà a frequenze molto superiori (oltre 9 GHz), alle quali la sonda non è sensibile, e il cui fondo quindi non può essere rilevato”.
Finanche “erronee” appaiono poi le procedure di calcolo dell’intensità delle onde irradiate negli impianti di Gagliano del Capo e Siracusa. Nello specifico, il calcolo del cosiddetto “campo vicino” – i cui effetti elettromagnetici vengono definiti “trascurabili” – è stato effettuato adoperando le formule adottate per la zona di “campo lontano”, non ottemperando a quanto previsto dalla norma CEI 211-7, per cui “ il limite di campo vicino deve essere posto alla maggiore delle due distanze, e dunque le formule approssimate per il campo lontano si potranno usare solo a distanze maggiori o uguali a 470 mt, e non a pochi metri dal sistema radiante, come specificato nella relazione”.
A conclusione del suo studio, Massimo Coraddu individua un’altra grave incongruenza nelle procedure di calcolo dell’elettromagnetismo dei sistemi made in Israele. “Tutte le stazioni radar di sorveglianza prevedono anche un dispositivo di telecomunicazione, un ponte radio per inviare i dati, in tempo reale, al centro di Comando, Controllo, Comunicazioni, Computing ed Informazioni C4I del Comparto Aeronavale della Guardia di Finanza”, scrive il fisico. “Come specificato dall’Ingegner Ferri dell’impresa Almaviva spa, in sede di conferenza dei servizi, per quanto riguarda l’installazione radar di Capo Sperone (Sardegna), ad esempio, il ponte radio è realizzato con un sistema radiante fisso di 120 cm di diametro operante nella banda di 8 GHz. Le emissioni di questo sistema di telecomunicazioni devono quindi essere valutate, mentre invece in entrambe le analisi di impatto elettromagnetico viene invece misurata, in modo scorretto, solo la componente di fondo, mentre non si tiene conto in alcun modo del contributo del ponte radio. Possiamo pertanto affermare che è stata applicata una procedura inconsistente e inadeguata per la valutazione delle emissioni nella zona circostante il radar”. I nuovi radar della Guardia di Finanza, prima ancora di scatenare la loro guerra ai migranti, hanno già fatto le prime vittime: l’ambiente, il paesaggio e la salute delle popolazioni residenti.

7 lug 2011

NO TAV. NO poligoni, NO radar - Cagliari, 9 luglio


 

Cagliari, SABATO 9 luglio a PARTIRE DALLE ORE 17,30, manifestazione con inizio da Piazza Garibaldi. No Tav, No radar, No poligoni.

Tre sostantivi preceduti da una negazione. Sì, non vogliamo che venga realizzata quell’opera faraonica, inutile e dispendiosa che va sotto il nome di Tav, frutto di un gigantesco imbroglio. Un’ opera pensata e progettata venti anni fa e ormai vecchia,  visto che le merci che viaggiano su quella tratta non aumentano ma diminuiscono; devastante per un territorio particolarmente sensibile dal punto di vista ambientale e paesaggistico e che si vuole portare avanti comunque ed  a qualsiasi costo  contro gli interessi e il volere  delle popolazioni che abitano quelle valli. Un atto di imperio perpetrato da parte del governo centrale e di buona parte delle opposizioni! Un atto di arroganza sorda e cieca concretizzatasi nella militarizzazione di quella Valle e nell’ uso della violenza!
Ci chiediamo quanto possa durare questa militarizzazione! Non possiamo non denunciare la cialtronaggine di chi, a parole, si dichiara federalista, difensore delle “piccole patrie”, “ognuno padrone in casa propria”, salvo poi comportarsi come il peggiore assertore di un governo centralista, sordo alle istanze dei territori.

E dicendo No Tav non possiamo non dire No Radar.
No, perché non si riesce a comprendere l’utilità di questi aggeggi. Noi crediamo che facciano un torto all’intelligenza del popolo sardo coloro che ci ammanniscono  la storiella “dell’avvistamento dei clandestini” per giustificare l’installazione di questi ordigni,  Noi vogliamo che  la Sardegna sia una terra di pace  e non vogliamo che venga ulteriormente militarizzata mediante l’installazione di nuovi strumenti di guerra; tali noi consideriamo questi radar. Non dimentichiamo, non vogliamo dimenticare, anzi abbiamo il dovere di ricordare che, mentre si attrezza per impiantare questi aggeggi, lo stato italiano, in combutta con altri, conduce una guerra di aggressione contro una nazione che  fino ad ieri veniva considerata “amica” ( la Libia ) mentre continua a condurne un’altra in Afghanistan.
Stiamo ‘’scoprendo’’ ( in realtà si sa già da molto tempo! ) giorno dopo giorno i disastri provocati da un poligono militare, quello di Quirra, a persone, animali, acqua, aria e suolo, e siamo convinti che si verrà informati solo su una piccolissima parte di quanto si nasconde, già da diverso tempo, alla popolazione locale su quel territorio e su tutti i territori sardi oggi occupati da basi o servitù militari. Per questo diciamo NO  A QUESTO E AGLI ALTRI POLIGONI MILITARI, utilizzati per sperimentare armi e logistiche di guerra in Sardegna e nel resto del mondo.

da http://www.democraziakmzero.org/2011/07/06/cagliari-no-tav-no-poligoni/

30 mag 2011

no radar



I no dei sardi ai radar sulle coste sono un inno alla bellezza di quest'isola

di Simone Campus
Per i sardi uscire dalla cultura del no parrebbe una missione impossibile. Eppure i no che stanno dicendo sono dei sì forti e chiari. È capitato per il referendum sul nucleare. Sta capitando per la vicenda dei radar anti immigrati.

Sull’onda del polverone sollevato per le paventate “invasioni” dei migranti provenienti dal nord Africa, qualcuno ha pensato bene di bandire un mega appalto per disseminare le coste del mediterraneo di radar antibarcone. Capo Pecora a Fluminimaggiore, Capo Sperone a Sant’Antioco, Punta Foghe a Tresnuraghes, l’Argentiera nel comune di Sassari, tutte zone di alta valenza ambientale e paesaggistica tutelate dal PPR. I quattro radar previsti in Sardegna fanno parte di un progetto nazionale che comprende in totale 18 installazioni dislocati nelle regioni del centro e del sud d’Italia.

Le popolazioni locali hanno bisogno di urlare forte per dire no ai radar e si ad un paesaggio bello così com’è, perché vivono in località remote, pressoché disabitate, com’è il caso dell’Argentiera (nel comune di Sassari) che nonostante lo sforzo dell’amministrazione si sente lontana dalla città. Claudio Simbula, un ragazzo di Villassunta, una località poco lontana, denunciando l’assenza dell’ADSL nelle borgate della città ha descritto efficacemente in una lettera agli amministratori questo sentimento: “In Nurra il tempo si è tragicamente fermato al 1995. E la distanza tra le borgate e Sassari si può misurare non in chilometri, ma in anni”. Forse è anche per questo che Claudio vive a Londra, ma come tutti i sardi non si rassegna alla rassegnazione e dalla capitale inglese continua la sua battaglia contro il digital divide.

Oltre all’Argentiera le altre aree individuate per l’installazione delle potenti antenne di fabbricazione israeliana sono Capo Sperone (Sant’Antioco), Capo Pecora (Fluminimaggiore) e Santa Vittoria (Tresnuraghes). Lo spiega molto bene il comitato su Facebook: «ormai da diversi giorni molti gruppi spontanei di cittadini si stanno mobilitando per impedire l’installazione di speciali radar d’avvistamento sulle coste sarde. I comitati informali stanno promuovendo un’intensa attività su internet, ma soprattutto presidi nelle aree prescelte per l’installazione delle strutture, in carico alla Guardia di Finanza e motivate, a quel che si dice, alla difesa “in profondità” contro lo sbarco di clandestini». I cittadini rilevano sia la pericolosità delle apparecchiature, che sfruttano onde elettromagnetiche ad altissima frequenza, sia lo scempio paesaggistico e la logica di occupazione e militarizzazione del territorio. Oltre a questo, si contesta il principio stesso del “respingimento”  dei migranti, in luogo della logica dell’accoglienza e della solidarietà.

 Sono questi i temi di fondo della protesta sostenuta dalla prima ora da “Lega Ambiente” Sardegna: «Pur avendo seguito procedure formalmente corrette, si tratta di un progetto inaccettabile e ancora, di installazioni militari, che estendono le servitù a cui la Sardegna è soggetta più di ogni altra regione italiana. Infatti si tratta, stando alle notizie raccolte, di radar del tipo ELM-2226, fabbricati dalla ELTA - Systems, del gruppo IAI, nota multinazionale degli armamenti israeliana, parte di un sistema di armamenti destinati al rafforzamento della potenza navale. I radar e i dispositivi che emettono onde elettromagnetiche devono essere limitati al massimo per le necessità della navigazione aerea e marittima in sicurezza, per le comunicazioni e per la meteorologia, devono essere localizzati lontano dai luoghi frequentati e non devono provocare impatto ambientale e paesaggistico».
In sostanza si tratta di una riproposizione, con moderne tecnologie, della rete di “torri costiere saracene” che fu edificata nel 1500 dagli spagnoli su tutte le coste della Sardegna. Anche ora si tratta di una militarizzazione delle coste isolane. Ma “Legambiente Sardegna” non si ferma qui e attacca il governo che «ogni giorno, dà prova di scarsa sensibilità ambientale, come ha recentemente dimostrato per la vicenda delle spiagge regalate ai gestori degli stabilimenti balneari».

Intanto a Cagliari proprio il rappresentante del Governo ha dichiarato ai sindaci dei comuni interessati la propria incompetenza a risolvere la questione, facendo trasecolare le decine di manifestanti che si erano riuniti (senza bandiere di partito) davanti ai nuovi uffici delle Prefettura di Cagliari. Ora la cosa si sposterà ad altro tavolo, ma i cittadini mantengono i presidi e rilanciano chiedendo a tutti coloro che hanno la possibilità di farlo di raggiungerli per mantenere alta la vigilanza sul territorio: «Diciamo un a nuove servitù militari, è un progetto dannoso per la salute umana e per l'intero ecosistema della zona. I radar emettono un potente fascio elettromagnetico dannoso per la salute e ricadono in aree dall'elevato valore ambientale e naturalistico», hanno alle agenzie. Il timore era che da questo incontro potessero emergere da parte degli amministratori locali considerazioni tali da fare un passo indietro rispetto a dei noi arrivati “tardivamente”. Timore presente anche tra gli abitanti dell’Argentiera che si sono divisi tra chi si fida del Sindaco Ganau, senza se e senza ma, e chi gli rimprovera di aver dato il via libera in conferenza di servizi al progetto del radar.

Accuse che il sindaco più amato d’Italia ha scansato con autorevolezza e per tutta risposta ha scritto ai ministri Prestigiacomo e Matteoli, segnalando che il radar andrebbe a «insediarsi in un uno degli angoli incontaminati e più importanti dal punto di vista naturalistico dell’intera Sardegna, deturpando in maniera definitiva l’aspetto, i luoghi e l’ambiente. In particolare la collocazione di strutture e manufatti che includono un traliccio di un’altezza superiore ai dieci metri sul punto più alto e panoramico dell’intera costa causa un danno ambientale incalcolabile e permanente, alterando in modo negativo lo skyline della costa a distanza di chilometri».

 Insomma un no chiaro, raccolto dal suo partito, il PD, che ha deciso di accendere le polveri. Ad una prima interrogazione del consigliere regionale Luigi Lotto, ne ha fatto seguito un’altra del deputato Guido Melis. Entrambi accusano governo e giunta regionale di voler militarizzare ulteriormente le coste sarde. L’ex assessore regionale all’urbanista Gianvalerio Sanna (il padre del PPR) ha fatto di più, unendo tutti gli atti fin qui prodotti dai vari consiglieri regionali, ha predisposto una mozione firmata da tutti i consiglieri del Centrosinistra che considerando l'impatto degli impianti radar sull’ambiente e il paesaggio, e il danno alla salute causato dall'elevato inquinamento dei campi elettromagnetici, chiede a Cappellacci di riconvocare le conferenze di servizio per un riesame approfondito degli interventi, coinvolgendo questa volta le rappresentanze delle associazioni ambientaliste.

 Nel frattempo gli abitanti del borgo dell’Argentiera, un po’ come gli irreducibili galli di Asterix, non mollano la presa e organizzano una serata di festa, “un forte segnale alle istituzioni tutte” e a chi non possa rimanere sul posto per unirsi alla protesta, chiedono di mobilitarsi per diffondere informazioni sulla situazione con ogni mezzo.

no radar - Tresnuraghes, cartiera


Raggiunto sulla SS 292 il centro abitato di Sennariolo, si giunge alla cartiera attraverso una strada vicinale in direzione delle chiese campestri intitolate a Santa Vittoria e San Marco. La si può raggiungere anche dal centro urbano di Tresnuraghes, attraverso la SV che porta al santuario di San Marco e poi alla torre litoranea di Foghe.

Il contesto ambientale
L'edificio si trova fuori dall'abitato di Tresnuraghes, in prossimità dell'ansa del rio Foghe che consentiva di sfruttare l'acqua come forza motrice. Di difficile accesso, è visibile ai piedi di una radura non lontana dal santuario campestre di San Marco.

Descrizione
In un ameno vallone alla confluenza dei torrenti Riu Mannu e Riu Marafè, in territorio di Tresnuraghes ma al confine delle competenze comunali di Cuglieri e Sennariolo, sorge la maestosa rovina denominata localmente "sa fabbrica de su paberi". È un importante esempio di archeologia industriale, da circa due secoli condannato all'oblio e all'assalto della vegetazione spontanea.
L'impresa fu avviata durante la presenza dei Savoia in Sardegna fra il 1799 e il 1814, dopo che i Francesi ebbero occupato i loro territori continentali, e fu tra le poche iniziative a favore dello sviluppo dell'industria isolana.
Identificato il luogo, sufficientemente ricco d'acque ma eccessivamente distante dal mare per un efficiente approvvigionamento di materie prime, ne fu affidata la progettazione al giovane marchese Vittorio Pilo Boyl. Si avviarono i lavori nel 1809, con l'impiego di circa 200.000 franchi, spesi fino all'abbandono dell'edificio, in cui – come scrive l'Angius - altro non si produsse che "alcune prove o saggi di carta, la quale per suo colorito troppo oscuro, ad altro non poteva adoperarsi, che a scrivervi ed imprimere".
Quanto resta nella pittoresca vallata ai confini del Montiferru è la sola prima "manica" o sezione prevista dal progetto che avrebbe dovuto occupare un'area quasi doppia. La struttura si innalzava su tre livelli: il piano terra avrebbe dovuto ospitare le macchine, mosse dall'acqua incanalata in una lunga galleria voltata, mentre i livelli superiori, con coperture in legname, avrebbero dovuto ospitare gli ambienti per l'asciugamento della carta. Di questi piani alti resta solo la serie di grandi finestroni rettangolari ravvicinati nei tratti superstiti dell'alzato, destinati ad essere chiusi da ante di legno munite di finestrini per dar luce all'interno.

Storia degli studi
La cartiera venne menzionata già dall'Angius nel Dizionario del Casalis e dal generale Della Marmora nel suo Itinerario: entrambi ne sottolineavano la grandiosità e ne ricordavano sommariamente le vicende.

17 mag 2010

la truffa dell'eolico


di Giacomo Mameli, su "l'Unità", 16 maggio                                                   


Volevano una Sardegna sfregiata. Non più torri nuragiche tra il Golfo degli Angeli e l’Asinara ma giganteschi mostri d’acciaio, pale eoliche più alte della cupola di San Pietro, 200 tonnellate di peso ciascuno. Dovevano sorgere sotto il Limbara cantato da Fabrizio De Andrè e il monte Ortobene dei pastori di Grazia Deledda. Erano i primi anni Duemila, col centrodestra al governo della Sardegna guidata, a fine legislatura, da un assessore tecnico alla Programmazione, Ugo Cappellacci, commercialista figlio del papà-commercialista che curava gli affari di Silvio Berlusconi tra Costa Smeralda e Porto Rotondo.

Era stata scritta una sentenza di condanna ad metalla dal Sulcis alla Nurra, perfino davanti a basiliche dell’arte romanica. Numeri da incubo: 2.814 aerogeneratori, uno ogni otto chilometri quadrati (in Germania, fra le nazioni leader per le energie pulite, il rapporto era di una pala per 23 chilometri quadrati). Sarebbe stato uno scempio. Emanuele Sanna, oggi sindaco Pd di Samugheo nell’Oristanese, ex presidente del Consiglio regionale negli anni ’80 quando la Regione dei Quattro Mori era guidata dal sardista Mario Melis, presidente del comitato sardo per il paesaggio, nel 2002 denunciava in convegni e articoli manovre losche: “L’eolico che ci stanno proponendo rischia di essere più inquinante del petrolio e del carbone”. A vantaggio dei laureati sardi senza lavoro? No. “I benefici – scriveva Sanna - sono facilmente individuabili fra le imprese italiane e straniere che su scala europea dànno la caccia ai siti meno costosi per intercettare non tanto il vento quanto incentivi finanziari e fiscali”.

I signori con la valigia
Una profezia? No. Buon fiuto politico. In quegli anni i Comuni dell’Isola erano meta quotidiana di “signori con la valigia” per promettere ai sindaci posti di lavoro a gogo e vagonate di soldi in nome del vento, dell’energia pulita destinata a trasformarsi in affare sporco e untuoso. La Sardegna – con quelle strategie sciagurate - sarebbe diventata “il territorio più eolizzato del Pianeta”. Vigeva la regola del progetta e raddoppia. Perché se l’Italia intera doveva produrre entro il 2012 circa 2.000 Megawatt di energia dal vento, solo in Sardegna erano previsti impianti per 4.000. Alla Regione guidata dal centrodestra ridens (tra i presidenti Mario Floris ex Dc, Mauro Pili pupillo del re di Arcore e Villa Certosa, Italo Masala ex An col superassessore Cappellacci filius) in soli due anni erano state presentate istanze “per 81 parchi eolici con un totale di 2814 aerogeneratori e una capacità produttiva di 3.765 Megawatt”.

I boss bussavano, gli assessori aprivano le porte. Per fortuna quella catastrofe paesaggistica viene evitata. Nella primavera 2004 la Regione passa al centrosinistra presieduto da Renato Soru. I primi atti sono di svolta radicale, in linea col programma elettorale. Si evita subito di gravare l’isola di servitù energetica oltre che di quelle, già pesantissime, militari. Il 23 luglio si fa tabula rasa del pasticciaccio. Tutte le autorizzazioni concesse a destra e manca, a imprese nazionali ed estere, a qualche amichetto da “cricca” locale più o meno legato ad ambienti massonici, vengono annullate. Perché? La nuova giunta rileva che, contrariamente a quanto disposto dalle leggi, “non era stato valutato l’impatto ambientale” e “non è stata rispettava la legislazione vigente”. Protestano in tanti, la Confindustria sarda agisce per conto terzi. È un no all’eolico? Alle energie pulite? No. È un no alla speculazione, all’arrembaggio energetico.

Eolico sì, ma (legge del 29 maggio 2007) “solo nelle aree industriali o in siti già compromessi o degradati ad esse contermini”. Non è il caso di sconvolgere colline e vallate con una selva di campanili d’acciaio che, tra l’altro, “arricchiscono l’estero aggravando i conti economici nazionali” senza risolvere il caso-energia. Che per la Sardegna si trasforma in caro-energia, essendo l’unica regione italiana senza metano aggravando per questo i bilanci di tutte le aziende industriali, anche non energivore.

Il ritorno della destra
Il resto è cronaca recente. Il centrosinistra litigioso e rissoso perde la guida politica della Regione. Che nel 2009 è nuovamente a regia centrodestra eterodiretta da Arcore e palazzo Grazioli. Cappellacci toglie i paletti issati dalla giunta Soru. In viale Trento tornano “i signori con la valigia”. Fa capolino il faccendiere Flavio Carboni. Ha i disco verde di Loris Verdini e può intrattenersi quanto vuole con Ugo Cappellacci. Tutti lì, per agitare i fili mossi dal vento. Ma anche quei fili dànno la scossa.

18 nov 2009

sa Paradura: L'AQUILA, SARDEGNA

dalla Rete - 18 nov
Gli allevatori sardi hanno donato ai 'colleghi' abruzzesi colpiti dal terremoto un gregge di 700 pecore, che arrivera' giovedi' 19 novembre a L'Aquila: un dono singolare che, a distanza di sette mesi dal sisma del 6 aprile, non manca della carica emotiva che ha accompagnato le innumerevoli azioni di solidarieta' che si sono susseguite in questi ultimi mesi per la popolazione terremotata, molte delle quali sotto la regia attenta e silenziosa della Coldiretti Abruzzo.
Cosi', dopo i camion straripanti di prodotti alimentari come frutta, olio, pasta, ortaggi e tanto altro, arriva ora un intero gregge che servira' a ricostituire il patrimonio ovino di una parte delle centinaia di aziende agricole flagellate.
Un dono singolare che, pensato da Gigi Sanna, socio Coldiretti e anima del gruppo musicale Istentales, e' stata tradotta in pratica dall'azione sinergica delle Coldiretti di Nuoro e Abruzzo in collaborazione con i rispettivi Assessorati regionali all'agricoltura.
Un gesto nato un po' per solidarieta', quella che caratterizza il settore agricolo da sempre, un po' per quella antica usanza che in Sardegna si chiama 'sa paradura', che prevede il dono di una o piu' pecore a chi cade in disgrazia per risollevare le sue sorti.
'L'idea di donare un gregge di pecore agli allevatori aquilani da parte degli imprenditori sardi e' partita nei giorni successivi al sisma del 6 aprile, ma per realizzare il tutto c'e' voluto un grande sforzo organizzativo', spiega il direttore della Coldiretti Abruzzo, Michele Errico 'la Coldiretti Sardegna ha lanciato pubblicamente l'appello e gli allevatori hanno risposto immediatamente. In pochi mesi, i pastori sardi hanno riunito oltre 700 capi che giovedi' mattina arriveranno in Abruzzo in traghetto per essere consegnati agli allevatori aquilani che hanno subito danni agli allevamenti.
Ancora una volta, il settore agricolo dimostra la sua grande capacita' di solidarieta' nei confronti di chi ha bisogno'. Ampia e suggestiva l'articolazione della manifestazione, che iniziera' il 19 novembre con l'arrivo della delegazione sarda in terra aquilana per concludersi il 20 novembre con una giornata di festa e la consegna degli ovini alle aziende locali scelte da Coldiretti.
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28 ott 2009

il faro di Capo Caccia


Il faro di Capo Caccia si trova sulla punta dell’ omonimo promontorio a pochi chilometri da Alghero, a chiusura della splendida baia di Porto Conte. E’ stato costruito nel 1864 (così come il faro di Capo Sandalo sull’isola di S. Pietro) dall’ ufficio del regio genio civile: in quegli anni le rotte commerciali tra Marsiglia e la Tunisia andavano intensificandosi e il governo francese insistette pesantemente affinchè venissero creati nuovi segnalamenti marittimi sulla costa occidentale della Sardegna, all’epoca priva di punti di riferimento per i marinai.
I primi guardiani di questo faro erano i pastori che con i muli impiegavano mezza giornata ad arrivare ad Alghero per i rifornimenti.
Nella Cala Dragunara ancora oggi c’è, ma nascosto dalla vegetazione, il magazzino dei materiali ed è visibile il vecchio molo. Alla destra di questa piccola insenatura è ancora percorribile la vecchia mulattiera che portava al faro, una stretta strada bianca a picco sul mare che si inerpica fra macchia mediterranea, concrezioni rocciose e le splendide acque della cala del Bulo sormontata dalla antica torre catalana.

Il faro sorge su un edificio bianco grossolanamente a forma di elle che si articola su tre piani, sui quali svetta la bellissima lanterna che custodisce al suo interno l’antico gruppo ottico rotante. La struttura è rivestita da mattonelle bianche poste in verticale che creano un effetto reticolato tipico di molti fari.
Sull’ elenco dei fari Italiani è il n. 1418 ed è sede di reggenza. Si tratta del secondo faro più alto sul livello del mare nel mediterraneo (si trova su una scogliera alta 168 metri), e il suo fascio di luce ha una portata di 35 miglia effettive, 24 considerando la curva dell’ orizzonte (60 Km). Il faro è riconoscibile dai naviganti grazie al suo secondo di luce e cinque di eclissi.

Non ha mai cessato di funzionare dal 1864, anzi costantemente riammodernato è oggi uno degli ultimi fari custoditi così isolati. Oltre all’ interdizione di 200 m ai civili dal faro vero e proprio, il primo centro abitato tutto l’anno, la borgata di Fertilia si trova a una decina di km a est. Attualmente il faro è custodito dal sig. Luigi Critelli che vive lì con la sua famiglia.


Lat.: 40° 33.6′N Long.: 08° 09.8′E Costruzione: 1864
Periodo: 5s Portata luminosa: 35M Portata geografica: 24M
Altezza: 52m sul l.m.

ARLHS: SAR009
WAIL: SA013 WAIS: EM09 Int.: E1124 IIA: SD001 IOTA: EU024

http://www.farodihan.it/Default.asp

12 ott 2009

parco eolico a is Arenas

Sardegna: protesta per la costruzione di un parco eolico off shore
pubblicatoda Simone Muscas in www.ecoblog.it

In Sardegna è in corso una vera e propria protesta per impedire che venga dato il permesso alla costruzione di un parco eolico off shore. Siamo nella costa occidentale dell’isola, nelle vicinanze del capoluogo della provincia di Oristano, dove sorge una pineta riconosciuta come sito di interesse comunitario e quindi protetto da una serie di vincoli.
Già qualche tempo fa si parlò del sito in questione nelle cronache locali a proposito della costruzione (già eseguita) di un campo da golf. Questa volta però a far balzare agli onori della cronaca l’area di Is Arenas è un gruppo imprenditoriale il quale, aggirando le leggi regionali, ha presentato un progetto per creare un campo eolico off shore costituito da
80 pale da situare a 1 miglio dalla spiaggia.
Secondo il progetto le pale dovrebbero essere alte circa 100 metri sul livello del mare (come un edificio di 30 piani) e verrebbero associate a due cabine di trasformazione (una situata in mare e l’altra a terra) per la cui edificazione, fanno sapere gli oppositori al progetto, verrebbero distrutte vastissime praterie di posidonia che costituiscono oggi un elemento fondamentale di contrasto all’erosione della costa.
Nella giornata di ieri però la giunta regionale isolana si è espressa a sfavore della costruzione del parco, dichiarando come
la Regione Sardegna sia favorevole alle energie alternative, ma non quando, come in questo caso, lo scopo di tutelare l’ambiente verrebbe in pratica tradito dal compimento di un orribile sfregio al paesaggio.
Non si può pensare
, emerge dalle dichiarazioni del presidente Ugo Capellacci, che il mero fatto di produrre energia “pulita” rappresenti una sorta di passepartout per realizzare simili mostri come e dove si vuole. Insomma siamo alle solite: il sito ha infatti una delle migliori ventosità di tutta Italia (ragion per cui la società in questione ha avanzato questo progetto), ma si tratta allo stesso tempo di un luogo oltre che di importante interesse paesaggisto, da sempre meta importantissima dei turisti.
La parola finale spetta però allo Stato il quale, attraverso il Ministero dell’Ambiente e quello per le Attività Produttive, dovrà esprimersi sulla costruzione o meno del parco.

(foto di AdB)

10 ott 2009

Barones sa Tirannia


Un vecchio brano del prestigioso coro di Orgosolo
Inno contro i feudatari - Francesco Ignazio Mannu - 1794

Baroni (proprietari terrieri), cercate di moderare la vostra tirannia, Altrimenti a costo della mia vita tornerete nella polvere (per terra),
La guerra contro la prepotenza è stata già dichiarata e nel popolo la pazienza inizia a mancare
State attenti perché contro di voi si sta levando il fuoco,
Attenti perché non è un gioco se questo inizia per davvero
Guardate che le nubi stanno minacciando il temporale
Gente consigliata male ascoltate la mia voce
Questa, o popolo sardo, è l'ora di eliminare gli abusi
Abbasso le abitudini nefaste, contro ogni dispotismo
Guerra, guerra all'egoismo e guerra agli oppressori
È importante che questi piccoli tiranni vengano vinti

8 ott 2009

chiarodiluna



Madonna del Grappolo

Chiesetta rupestre Madonna del Grappolo e parco





Modolo, OR, 212 abitanti. È il più piccolo comune per estensione territoriale d’Italia.
Il nome deriva dal termine nuragico “Madala”.
Modolo fu fondato nel III secolo a.C. da una popolazione nuragica: il paese passò successivamente sotto il controllo dei fenici, dei cartaginesi e quindi dei Romani.
Nel
VII secolo d.C. vi si stabilirono dei monaci bizantini che evangelizzarono Modolo e vi edificarono la chiesa parrocchiale di Sant'Andrea apostolo.
Nel
Duecento fa parte del Giudicato di Torres, passando nel 1259 ai Malaspina e quindi al Giudicato di Arborea. Nel 1468 entrò nei domini della signoria della Planargia.
Nel
Cinquecento, i Carmelitani vi fondarono un loro convento con l’annessa chiesa dedicata alla Vergine del Carmelo. Nel 1628 passa, nei domini della Spagna che affida Modolo in feudo alla famiglia cagliaritana dei Brondo. Nel 1716 passa per vie ereditarie ai Paliacio, che ottengono il titolo di marchesi di Planargia. Qualche anno dopo Modolo entra nei domini dei Savoia, che confermano il possesso dei Paliacio. Solo nel 1839 , abolito il dominio feudale, Modolo diventò un comune autonomo.
Sindaco: Hassan Omar Aly Kamel , di famiglia egiziana (centro sinistra) dal 15/06/2008

6 set 2009

Sassos, agosto


..il sole sorge..
...è vero, il cantiere è un po' arretrato...

...ma non manca nulla... abbiamo perfino il treno

Tempesta vigila

sassi a Sassos

sassi, di nome e di fatto...




...ma anche incisioni rupestri....