Nærum, Denmark, are considered one of C. Th. Sørensen 's most important creations. In 1948 40 oval allotment gardens, each measuring c.25
× 15 m/80 × 50 ft, were laid out on a rolling lawn, a common green, in a
fluid progression. The gardens are mostly placed so that the oval lies
across the curves of the slope. This use of the rolling terrain,
combined with the sweeps and curves of the hedges, accentuates the
dynamic impression. The individual garden plots are enclosed
compartments surrounded by hedges; their cottages may be situated in
different ways, but comply with the overall plan. The hedges were
originally intended to be both clipped and unclipped, using such species
as hornbeam, hawthorn, privet, and roses, but today there are mostly
privet and hawthorn, clipped in different heights and forms. The design
of the individual garden plots was left up to each owner, but a guide
from C. Th. Sørensen shows
various models. The allotment gardens are situated close to a large
public housing scheme, Nærumvænge, with flats and terraced houses,
characterized by its homogeneous look and red hipped roofs. C. Th. Sørensen landscaped the green spaces here also.
sassi, blocchi, pietre, rocce, massi, pretole, breccole, claps, serci, morge, mazzacani, préte, sanpietrini, brecciolini, macigni...
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21 giu 2012
19 giu 2012
Il lavoro secondo la decrescita
Il lavoro secondo la decrescita
La terza Conferenza internazionale sulla decrescita, la sostenibilità
ambientale e l’equità sociale che si terrà a Venezia dal 19 al 23
settembre (www.venezia2012.it) si sta velocemente avvicinando. Essa si svolgerà lungo tre assi tematici: commons, democracy e work.
Sui primi due la combinazione con i principi della decrescita è
abbastanza facile da immaginare: la decrescita è prima di tutto
riconoscimento del valore non monetario dei sistemi ecologici e
l’auspicio di una loro gestione responsabile, condivisa, partecipata.
Sul lavoro e, più precisamente, su come riuscire a ridurre l’impiego di
lavoro comunque retribuito senza abbassare le disponibilità monetarie
percepite dai lavoratori (lavorare tutti e meno e continuare a
guadagnare lo stesso) è un problema più complicato e non di immediata
comprensione se si rimane nella logiche del mercato. Come scriveva André
Gorz è necessario “immaginare come vivere meglio consumando e lavorando
meno e altrimenti”.
L’attacco più pesante che i critici lanciano all’idea della
decrescita riguarda proprio il nodo dell’occupazione. Nel mondo
contemporaneo il lavoro retribuito continua ad essere una necessità
impellente per miliardi di esseri umani. Disinteressarsene sarebbe un
po’ snobistico oltre che crudele. Più in generale l’etica del lavoro
ci ha insegnato che serve “sudare” per guadagnarsi da vivere. Una
condanna biblica, quasi come lo è per le donne il “partorire con
dolore”.
Da queste premesse, nel concetto di lavoro, nel tempo, si sono fatte
strada delle separazioni tra varie tipologie di lavoro. Tra arbeit e werke,
tra lavoro libero/creativo e lavoro necessitato/subalterno, tra lavoro
manuale e lavoro intellettuale, tra lavoro produttivo e riproduttivo,
tra lavoro strutturato e lavoro informale. Fino a giungere ai giorni
nostri, dominati dalla “razionalità economica”, in cui per lavoro si
intendono solo ed esclusivamente quelle attività capaci di ricevere del
reddito. Peccato che in questo modo l’economia e la sua ancella, la
politica, abbiano finito per disconoscere tutte quelle attività “fuori
mercato” che pure ci permettono di vivere: il lavoro domestico, di
assistenza e di cura gratuita (per esempio, il 59% delle ore impiegate
dalle persone in Germania rientrano in questa categoria), il lavoro
dedicato all’autoproduzione di beni e servizi utili a sé, donati o
scambiati con altri senza il ricorso a mezzi monetari, le attività
dedicate alle relazioni comunitarie (volontariato, impegno civile,
ecc.), il tempo impegnato alla formazione e all’aggiornamento personale,
tutte le attività che si svolgono nel mare immenso dell’economia
informale, specie nei vari Sud del mondo.
Il primo passo che dovremmo compiere, allora, è attribuire valore e dignità a tutti i lavori.
L’economista gandhiano Joseph C.Kumarappa (Economia della permanenza,
in: “Quaderni di Satyagrah”, 2012) affermava che nel lavoro vi sono due
componenti inseparabili: l’elemento creativo e quello della fatica e
del disagio. “La routine e il piacere si devono alternare, altrimenti la
routine diventa fatica e il divertimento ozio (…) Il corpo umano ha
bisogno di faticare. Un lavoro completo dà al nostro corpo energia e
salute, come fa del resto una alimentazione equilibrata”. Questo
equilibrio viene rotto quando interviene la violenza della divisione del
lavoro. Allora gli “astuti” tentano di acquisire il maggiore guadagno
con minore sforzo obbligando altri a lavorare per loro. Un’altra
divisione del lavoro che va superata è quella sessuata, che costringe le
donne in una condizione di sottomissione patriarcale.
Insomma non si tratta solo di distribuire meglio quel (poco, in
Occidente) lavoro retribuito che l’economia di mercato è capace di
offrire, ma di riconoscere, rivalutare, ricomprendere, restituire
dignità a tutte le attività umane socialmente utili. Questo, in fondo, è
il significato più vero del “basic income”, del reddito d’esistenza o
di cittadinanza visto come ridistribuzione della ricchezza socialmente
prodotta sulla base non di principi di efficienza e di produttività dei
capitali investiti, ma del riconoscimento del contributo di ciascun
membro della famiglia umana al mantenimento e alla riproduzione della
vita. Un altro modo per dire che il lavoro, l’energia psicofisica umana,
è un bene comune, esattamente come lo è l’energia solare e quella
generata dagli ecosytem service. La mercificazione del lavoro è una forma – forse la più odiosa e paradossale – di enclousures,
di privatizzazione, di esproprio e di degradazione. Decrescita allora
significa non solo demercificazione, ma anche disalienazione del lavoro.
Un percorso di decrescita non può quindi prescindere dal seguire una
traiettoria di liberazione del lavoro dal giogo che lo tiene subalterno
alle logiche mercantili. In altre parole la discussione sulla qualità e
sul senso del lavoro (moltissime idee e indicazioni possono venire da: Il lavoro come questione di senso,
curato da Francesco Totaro per la Edizioni Universitarie di Macerata)
deve essere prioritaria rispetto alla pura logica della ricerca dei modi
per sua moltiplicazione quantitativa.
Il primo passo, quindi, nella direzione della “piena occupazione”, è
riconoscere e condividere equamente il lavoro nella sua interezza e
completezza. Per attribuire al lavoro importanza, dignità e
riconoscimento sociale è necessario restituirgli un significato alto e
condiviso. Friedrich Schumacher (Piccolo è bello, nuova
edizione a cura di Slow Food) affermava che la funzione del lavoro è
triplice: “dare all’uomo una opportunità di utilizzare e sviluppare le
sue facoltà; metterlo nelle condizioni di superare il suo egoismo
unendosi ad altri in un’impresa comune; infine, produrre i beni e i
servizi necessari a un’esistenza degna”.
9 giu 2012
la Città Giardino del Futuro
| … o del Passato remoto? |
| Data di pubblicazione: 08.06.2012 |
| Autore: Bottini, Fabrizio |
| I nipotini della Thatcher col loro mito vittoriano un po’ caricaturale rischiano di produrre mostri, come certe idee di sostenibilità in urbanistica nei piani in formazione |
Recentemente nel dibattito sulla riforma complessiva del sistema di pianificazione britannico (che non comprende solo gli aspetti urbanistici, ma anche la legge sul localismo e la partecipazione, i provvedimenti per la casa legati all’assistenza sociale ecc.) si è inserita autorevolmente la Town and Country Planning Association, con un documento di ampio respiro che auspica un ritorno allo spirito originario delle Città Giardino, declinate secondo i contemporanei criteri della sostenibilità e della risposta ai nuovi obiettivi sociali, economici, climatici, energetici. Di particolare interesse, visto il tipo di interlocutore politico governativo, a dominanza Tory, era il sostanziale ottimismo con cui la TCPA sembrava leggere tutto il percorso di riforma prospettato e sin qui attuato dalla coalizione conservatori-liberali, in particolare riguardo alle potenzialità di un nuovo patto fra stato centrale e territori, fra pubblico e privato, fra esigenze ambientali e di crescita economica.
Anche altre associazioni, come la Campaign to Protect Rural England, o il prestigioso National Trust (che conta fra i suoi iscritti tale David Cameron) pur nella chiarezza delle posizioni rispetto alla riforma del Planning Framework avevano dato segnali analoghi. Ma questo atteggiamento, a ben vedere e abbastanza ovviamente nella logica conservazionista, si spiegava in sostanza “in negativo”, ovvero una volta messo al sicuro il proprio territorio di beni culturali e paesaggi da tutelare, il resto non importava gran che. Profondamente diverso il caso TCPA, che nell’evocare alcuni caratteri del programma originale di Ebenezer Howard (un po’ meno le prospettive stataliste delle New Town post belliche) indicava linee forti di possibile sinergia coi programmi neoliberali di nuova partecipazione pubblico-privata allo sviluppo nazionale, in una prospettiva di sostenibilità al tempo stesso ambientale ed economico-sociale. Ora però arrivano i fatti, che come tutti sanno aiutano a capire meglio cosa c’è dentro le dichiarazioni di principio.
Non paiono tanto consolanti, questi fatti. Lo si era visto già con i progetti in joint-venture
delle eco-città all’epoca di Gordon Brown, miseramente crollati proprio
studiandone la sostenibilità, spesso ridotta a trucchetti ridicoli come
travestire burocraticamente da “recupero di area dismessa” la
cementificazione di ettari di pascoli, o calcolare la riduzione delle
emissioni senza tener conto dei trasporti privati. Ma si trattava
appunto di progetti di iniziativa privata, anche se in collaborazione
con comuni e contee. Quello che è stato pubblicato questa settimana dal
Warwick District Council però è un piano urbanistico, o per meglio dire
un allegato-linea-guida che rafforza (o dovrebbe rafforzare) gli
indirizzi generali del nuovo piano urbanistico, oggi nella fase di
dibattito pubblico. Il titolo riecheggia esplicitamente e volutamente
proprio quello della TCPA: Garden Towns, Villages and Suburbs: a Prospectus.
ma chi ci cercasse, con tutte le attenuanti del caso, una vaga ombra
della carica utopica e riformatrice di Howard, sarebbe a dir poco
deluso. Al massimo, siamo dalle parti di uno di quegli opuscoletti in
stile new urbanism che qualche amministrazione americana prova
cautamente a inserire nei piani locali, sperando di convincere gli
operatori ad allontanarsi un pochino dal modello della villettopoli
coatta. Ma niente di più.
Ecco, se la Città Giardino è evocata, in questa prima piccola prova “istituzionale” del nuovo corso urbanistico di centrodestra, lo è nei suoi aspetti storicamente deteriori, ovvero prima nella citazione del villaggio tradizionale britannico voluta a suo tempo e abbastanza casualmente da Raymond Unwin (e che non a caso tanti critici avevano sfottuto), e poi nel lodevole ma sconfitto modello di adattamento alla mobilità automobilistica introdotto da Stein-Wright a Runcorn, non certo prototipo di sostenibilità come voleva essere, ma madre involontaria di tutti i cul-de-sac dell’urbanizzazione dispersa. L’allegato al piano del Warwick District Council, insomma, più che insediamenti sostenibili evoca certa comunicazione immobiliare da televisioni private, naturalmente di alto profilo, e altrettanto naturalmente inserita in un programma di sviluppo locale anziché appesa al nulla di uno svincolo o di una rotatoria in mezzo ai campi.
Si legge anche dell’esigenza di coordinare casa, servizi, posti di lavoro, trasporti … ma pare proprio il minimo, trattandosi appunto di un documento urbanistico pubblico. Resta aperto il dubbio: ma saranno tutti così, questi piani sedicenti sostenibili? Queste Città Giardino che ricordano più la omonima lottizzazione speculativa immersa nel verde voluta in pieno ‘800 dal magnate Alexander Stewart, che non l’utopia sociale di Ebenezer Howard a cavallo fra i due secoli? Vedere per credere, disegnini compresi, nel pdf scaricabile di seguito.
Ecco, se la Città Giardino è evocata, in questa prima piccola prova “istituzionale” del nuovo corso urbanistico di centrodestra, lo è nei suoi aspetti storicamente deteriori, ovvero prima nella citazione del villaggio tradizionale britannico voluta a suo tempo e abbastanza casualmente da Raymond Unwin (e che non a caso tanti critici avevano sfottuto), e poi nel lodevole ma sconfitto modello di adattamento alla mobilità automobilistica introdotto da Stein-Wright a Runcorn, non certo prototipo di sostenibilità come voleva essere, ma madre involontaria di tutti i cul-de-sac dell’urbanizzazione dispersa. L’allegato al piano del Warwick District Council, insomma, più che insediamenti sostenibili evoca certa comunicazione immobiliare da televisioni private, naturalmente di alto profilo, e altrettanto naturalmente inserita in un programma di sviluppo locale anziché appesa al nulla di uno svincolo o di una rotatoria in mezzo ai campi.
Si legge anche dell’esigenza di coordinare casa, servizi, posti di lavoro, trasporti … ma pare proprio il minimo, trattandosi appunto di un documento urbanistico pubblico. Resta aperto il dubbio: ma saranno tutti così, questi piani sedicenti sostenibili? Queste Città Giardino che ricordano più la omonima lottizzazione speculativa immersa nel verde voluta in pieno ‘800 dal magnate Alexander Stewart, che non l’utopia sociale di Ebenezer Howard a cavallo fra i due secoli? Vedere per credere, disegnini compresi, nel pdf scaricabile di seguito.
6 giu 2012
perché si stanno spostando a ovest?
La rottura della faglia e le scosse: perché si stanno spostando a ovest?
5 giugno 2012
I geofisici scrutano con attenzione i punti in cui la terra trema più violentemente perché rappresentano dei punti di riferimento attorno ai quali costruire delle spiegazioni su quello che succede nel sottosuolo. Si tratta di un’arte complicata dal fatto che non sono note in dettaglio le caratteristiche sotterranee e, soprattutto, come il suolo stia reagendo dopo la scossa violenta (5.9 della scala Richter) del 20 maggio scorso, preceduta nella stessa area qualche ora prima da un sisma della magnitudo di 4,1.
L’ipocentro era a 6,3 chilometri di profondità tra le provincie di Modena (Finale Emilia), di Ferrara, Rovigo e Mantova. Immediatamente dopo venivano rilevati un paio di picchi (il maggiore 5.1 della scala Richter) che colpivano invece leggermente più ad est. Ma a segnare l’andamento in maniera più marcata e nella direzione opposta, cioè verso ovest, era il grappolo di terremoti del 29 maggio (5.8 della scala Richter, il primo) seguito rapidamente da altri due con valori intorno ai cinque gradi (5.3 il massimo). Questa è stata la giornata con il maggior numero di picchi massimi scatenati tutti nella mattinata.
L’evento allargava il fronte del sisma di una decina di chilometri raggiungendo così i cinquanta chilometri.
Il terzo atto si registra il 3 giugno (con 5.1 della scala Richter). E si manifesta nella stessa area del precedente del 29 maggio, quindi sempre in direzione ovest.
2 A questo punto si può pensare che, se ci saranno altre scosse, continueranno sempre verso occidente?
Naturalmente non si può sapere perché è impossibile predire quando, come e dove si manifestino. Si può per il momento tracciare un andamento che servirà poi, una volta il fenomeno sia ritenuto concluso, a descrivere il suo svolgimento e tracciarne la storia. La migrazione dei picchi, cioè il loro andamento, è interessante per ipotizzare ciò che accade.
Naturalmente non si può sapere perché è impossibile predire quando, come e dove si manifestino. Si può per il momento tracciare un andamento che servirà poi, una volta il fenomeno sia ritenuto concluso, a descrivere il suo svolgimento e tracciarne la storia. La migrazione dei picchi, cioè il loro andamento, è interessante per ipotizzare ciò che accade.
3 Ma perché questo modo di procedere?
La prima scossa, la più violenta, è quella che ha segnato l’evento. Tutte le altre che si stanno succedendo sono ritenute la coda del colpo più intenso. E rientrano in un quadro conosciuto e ipotizzabile.
La prima scossa, la più violenta, è quella che ha segnato l’evento. Tutte le altre che si stanno succedendo sono ritenute la coda del colpo più intenso. E rientrano in un quadro conosciuto e ipotizzabile.
4 Qual è il meccanismo che provoca la successione degli eventi nel tempo?
Tutto avviene in una fascia di sottosuolo tra i dieci e i quindici chilometri di profondità. L’energia che si era accumulata in centinaia di anni, ad un certo punto si è scaricata il 20 maggio causando il primo sisma. Ma quel giorno il livello della sua intensità non aveva evidentemente liberato tutta l’energia generata dalla spinta degli Appennini verso le Alpi. Anzi se ciò fosse accaduto si sarebbe verificato un terremoto ben più forte dei 5.9 gradi di magnitudo con effetti ancora più disastrosi per l’ambiente e soprattutto per la popolazione.
Tutto avviene in una fascia di sottosuolo tra i dieci e i quindici chilometri di profondità. L’energia che si era accumulata in centinaia di anni, ad un certo punto si è scaricata il 20 maggio causando il primo sisma. Ma quel giorno il livello della sua intensità non aveva evidentemente liberato tutta l’energia generata dalla spinta degli Appennini verso le Alpi. Anzi se ciò fosse accaduto si sarebbe verificato un terremoto ben più forte dei 5.9 gradi di magnitudo con effetti ancora più disastrosi per l’ambiente e soprattutto per la popolazione.
5 Da quel momento massimo la rimanente energia dove è finita?
Continua ad uscire con gli eventi che vengono registrati in grande numero. La quantità totale deve essere stata consistente se riesce a farsi sentire periodicamente con livelli che superano i cinque gradi oltre alla intensa sequenza di piccole scosse.
Continua ad uscire con gli eventi che vengono registrati in grande numero. La quantità totale deve essere stata consistente se riesce a farsi sentire periodicamente con livelli che superano i cinque gradi oltre alla intensa sequenza di piccole scosse.
6 Ma, in pratica, che cosa sta succedendo nel sottosuolo?
Tutta l’area caricata nel tempo si sta rompendo in piccoli pezzi lungo una linea di faglia est-ovest continuando un processo innescato il 20 maggio con la rottura più rilevante. Il punto è che il tipo di frammentazione delle strutture sotterranee dipende dalla distribuzione delle caratteristiche geologiche che i geologi non conoscono e non possono certo immaginare a tavolino.
Tutta l’area caricata nel tempo si sta rompendo in piccoli pezzi lungo una linea di faglia est-ovest continuando un processo innescato il 20 maggio con la rottura più rilevante. Il punto è che il tipo di frammentazione delle strutture sotterranee dipende dalla distribuzione delle caratteristiche geologiche che i geologi non conoscono e non possono certo immaginare a tavolino.
7 Quindi il fenomeno potrebbe proseguire a lungo?
Questo non è possibile dirlo anche per un altro motivo. Oltre alla quantità di energia che entra in gioco e deve sfuggire, interviene un fenomeno di influenza nella sequenza delle fratture che è oltremodo eterogeneo e va a complicare ulteriormente le cose e, insieme, la loro spiegazione.
8 Come è possibile tenere sotto controllo una situazione così diffusa e complessa?
L’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) segue gli eventi avvalendosi della «Rete accelerometrica nazionale-Ran» distribuita in tutte le regioni della Penisola. Nel 1997 era gestita dall’Enel e disponeva di 237 stazioni analogiche. Oggi invece è controllata dal Servizio di monitoraggio sismico del territorio della Protezione Civile e, dopo aver iniziato nel 2007 la conversione della tecnologia, adesso è formata da 464 stazioni digitali che convogliano i dati al centro di acquisizione Ran di Roma.
Tutti gli strumenti misurano le accelerazioni del suolo.
Dopo il primo sisma nella Val Padana sono state installate altre stazioni mobili per aumentare il dettaglio nel controllo del fenomeno. Nell’occasione sono scesi anche i geofisici francesi con i loro apparati per cui, complessivamente, si sono aggiunti oltre una trentina di nuovi rilevatori.
(Le risposte sono state redatte con la collaborazione di Massimo Cocco dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia).
Questo non è possibile dirlo anche per un altro motivo. Oltre alla quantità di energia che entra in gioco e deve sfuggire, interviene un fenomeno di influenza nella sequenza delle fratture che è oltremodo eterogeneo e va a complicare ulteriormente le cose e, insieme, la loro spiegazione.
8 Come è possibile tenere sotto controllo una situazione così diffusa e complessa?
L’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) segue gli eventi avvalendosi della «Rete accelerometrica nazionale-Ran» distribuita in tutte le regioni della Penisola. Nel 1997 era gestita dall’Enel e disponeva di 237 stazioni analogiche. Oggi invece è controllata dal Servizio di monitoraggio sismico del territorio della Protezione Civile e, dopo aver iniziato nel 2007 la conversione della tecnologia, adesso è formata da 464 stazioni digitali che convogliano i dati al centro di acquisizione Ran di Roma.
Tutti gli strumenti misurano le accelerazioni del suolo.
Dopo il primo sisma nella Val Padana sono state installate altre stazioni mobili per aumentare il dettaglio nel controllo del fenomeno. Nell’occasione sono scesi anche i geofisici francesi con i loro apparati per cui, complessivamente, si sono aggiunti oltre una trentina di nuovi rilevatori.
(Le risposte sono state redatte con la collaborazione di Massimo Cocco dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia).
di Giovanni Caprara, corriere.it
22 mag 2012
Friburgo, Vauban
| Quartiere speciale in una città speciale |
| Data di pubblicazione: 29.09.2010 |
| Autore: Baioni, Mauro |
| Quando la trasformazione delle città non rappresenta una mera occasione di valorizzazione immobiliare, si aprono straordinarie possibilità. Come a Vauban, quartiere di Friburgo in Brisgovia |
Come sarà la città “resiliente”, ovverosia capace di adattarsi alle condizioni del futuro, in uno scenario post-petrolifero? Piste ciclabili e strade libere dalle auto collegano le case-solari ai negozi, alle aree verdi e ai servizi, oppure ad una fermata del tram per raggiungere un posto più lontano in città. Davanti alla scuola i genitori aspettano in bici o a piedi i loro figli, e non rinchiusi nelle loro auto. È presente un negozio dove gli agricoltori del posto vendono prodotti biologici… Uno stereotipo? Un’utopia? Non esattamente, dato che stiamo descrivendo il quartiere Vauban a Friburgo.
Il quartiere Vauban di Friburgo costituisce un esempio di straordinario interesse. Proprietà pubblica dei suoli, regia complessiva del processo di attuazione (dall'ideazione alla realizzazione), socializzazione degli incrementi di valore del suolo derivanti dall'urbanizzazione, trasparenza dei processi e ampio spazio alla partecipazione, inquadramento delle realizzazioni all'interno di politiche urbanistiche e ambientali unitariamente concepite...
Questi e altri requisiti, peraltro condivisi in molte esperienze di rinnovo urbano e di realizzazione di nuovi insediamenti promosse nel nord Europa, sembrano indispensabili per assicurare che le operazioni di trasformazione delle città assicurino vantaggi per gli abitanti futuri e per tutti i cittadini, e non rappresentino mere occasioni di valorizzazione immobiliare.
Terry Tondro: una passione per l’urbanistica, e la buona tavola
di Anne Hamilton
Titolo originale: A Passion For Urban Planning, And For Food – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
La vita di Terry Tondro ha toccato cose diversissime. Professore di diritto lontanissimo dall’accademico nella sua torre d’avorio, adorava la buona tavola e il buon vino, preferendo cucinare da solo. E adorava le città: profondamente urbanista, ma che sapeva apprezzare l’oceano e l’aria frizzante del Maine rurale. Conoscitore della musica operistica, ascoltava anche con passione Ella Fitgerald. Ha lavorato per tutelare edifici storici, ma anche contribuito a realizzare case per e meno abbienti e la popolazione di colore. Uomo d’azione, Tondro, ma che faceva ogni cosa con stile e buon gusto. Affermato e riconosciuto esperto nel campo dell’urbanistica e del territorio, rimase sempre una persone umile.
"Era un egualitario nel profondo" ricorda il figlio Trevor. "Detestava apparire in qualche modo snob, pretenzioso, superiore rispetto agli altri. Era più un tipo dalle maniche rimboccate che uno con la camicia inamidata". Tondro è morto a Hartford, dove abitava, per un infarto in 26 aprile, due settimane prima del 74° compleanno. Era nato il 7 maggio 1938, cresciuto sulla sponda dell’oceano a Santa Monica, California, vicino a Los Angeles. Maggiore dei cinque figli di Lloyd e Italia Tondro (famiglia francese, il cognome originario si scrive Tondreau). Padre imbianchino, gran sostenitore di Franklin Delano Roosevelt e dell’idea di pari opportunità per tutti. Tondro inizia a lavorare in un caffè, poi in un elegante ristorante sul Wilshire Boulevard a Los Angeles durante le medie superiori. Il tutore scolastico gli consiglia ("un tipo senza troppa immaginazione" giudica oggi la moglie di Tondro) di iscriversi alla Scuola Superiore Alberghiera della Cornell University per diventare uno chef. Contemporaneamente Tondro ottiene anche una borsa per la Stanford University.
Desideroso di viaggiare sceglie la Cornell, ma dopo due anni a studiare “ospitalità” e raffinate tecniche di cucina, vuole passare ad un percorso di studi diverso. L’iscrizione al Reserve Officer Training Corps gli garantisce la copertura finanziaria. Dopo aver ottenuto il diploma nel 1961, Tondro entra nell’Esercito, e davanti alla scelta fra i carristi (servizio in Germania) e i paracadutisti (servizio nel territorio dello stato), opta ancora per la destinazione più lontana. Sfrutta le vacanze per viaggiare in Europa. L’idea originaria era di proseguire gli studi in Storia Americana, ma dopo il servizio militare ha imparato il valore dell’esperienza pratica, di “fare delle cose”. E così si iscrive a Legge. Per ingannare l’attesa dei corsi che cominciano solo nell’autunno 1964, Tondro torna in California dove lavora come istruttore di guida. Una delle allieve è Helle Stueland, giovane norvegese appena laureata all’Università di Berkeley. Si vedono regolarmente dietro il volante di una VolksWagen. Quando Helle si trasferisce a est l’inverno seguente sono ufficialmente fidanzati, si sposeranno nel giugno 1965.
Tondro ha ottimi voti alla Scuola di Diritto della New York University, e dopo aver ottenuto il titolo lavora per un anno all’Office of Economic Opportunity nel quadro del programma di Guerra alla Povertà del Presidente Lyndon B. Johnson: un’esperienza molto formativa. Per un breve periodo collabora anche con la fabbrica di calzature Paul Weiss di New York, salvo scoprire che detesta il diritto privato. Si iscrive allora alla Yale University per studiare urbanistica sino a ottenere una specializzazione in American Studies. Nel 1973 inizia a insegnare diritto all’Università del Connecticut, proprio nel momento in cui la città di Hartford sperimenta un percorso urbanistico chiamato Hartford Process. Progetto fallito, ma Tondro ha trovato la sua collocazione.
È coautore di una memoria presentata alla Cortre Suprema del Connecticut su un caso di variante all’ordinanza di zoning per East Hampton che impone una superficie minima degli alloggi di cento metri quadrati, considerata discriminante per i poveri (la corte stabilirà che si tratta di un provvedimento irrazionale e senza giustificazioni imposto dall’amministrazione, e lo boccia). Svolge approfondite ricerche su vari casi di destinazioni d’uso e zoning traendone un testo che diventerà per decenni una specie di bibbia per costruttori, urbanisti, amministratori e magistrati. "È stato in pratica un manuale per come prendere le decisioni in quell’area" commenta Dwight Merriam, esperto di diritto urbanistico di Hartford, che ne ha una copia tenuta insieme da strisce di nastro adesivo. Oltre a studiare casi, Tondro aveva inserito anche commenti propri di carattere più generale, sulle sentenze per le l’ambiente, le lottizzazioni, lo sviluppo urbano. Alle assemblee si portavano tutti il libro di Tondro, Connecticut Land Use Regulation: A Legal Guide for Lawyers, Commissioners, Consultants and Other Users of the Land tenendolo aperto sulle ginocchia.
| Scomparso negli Usa un urbanista militante, che ha operato per migliorare la tutela sociale e quella dei beni culturali nelle pratiche urbane. The Hartford Courant, 18 maggio 2012 |
Titolo originale: A Passion For Urban Planning, And For Food – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
La vita di Terry Tondro ha toccato cose diversissime. Professore di diritto lontanissimo dall’accademico nella sua torre d’avorio, adorava la buona tavola e il buon vino, preferendo cucinare da solo. E adorava le città: profondamente urbanista, ma che sapeva apprezzare l’oceano e l’aria frizzante del Maine rurale. Conoscitore della musica operistica, ascoltava anche con passione Ella Fitgerald. Ha lavorato per tutelare edifici storici, ma anche contribuito a realizzare case per e meno abbienti e la popolazione di colore. Uomo d’azione, Tondro, ma che faceva ogni cosa con stile e buon gusto. Affermato e riconosciuto esperto nel campo dell’urbanistica e del territorio, rimase sempre una persone umile.
"Era un egualitario nel profondo" ricorda il figlio Trevor. "Detestava apparire in qualche modo snob, pretenzioso, superiore rispetto agli altri. Era più un tipo dalle maniche rimboccate che uno con la camicia inamidata". Tondro è morto a Hartford, dove abitava, per un infarto in 26 aprile, due settimane prima del 74° compleanno. Era nato il 7 maggio 1938, cresciuto sulla sponda dell’oceano a Santa Monica, California, vicino a Los Angeles. Maggiore dei cinque figli di Lloyd e Italia Tondro (famiglia francese, il cognome originario si scrive Tondreau). Padre imbianchino, gran sostenitore di Franklin Delano Roosevelt e dell’idea di pari opportunità per tutti. Tondro inizia a lavorare in un caffè, poi in un elegante ristorante sul Wilshire Boulevard a Los Angeles durante le medie superiori. Il tutore scolastico gli consiglia ("un tipo senza troppa immaginazione" giudica oggi la moglie di Tondro) di iscriversi alla Scuola Superiore Alberghiera della Cornell University per diventare uno chef. Contemporaneamente Tondro ottiene anche una borsa per la Stanford University.
Desideroso di viaggiare sceglie la Cornell, ma dopo due anni a studiare “ospitalità” e raffinate tecniche di cucina, vuole passare ad un percorso di studi diverso. L’iscrizione al Reserve Officer Training Corps gli garantisce la copertura finanziaria. Dopo aver ottenuto il diploma nel 1961, Tondro entra nell’Esercito, e davanti alla scelta fra i carristi (servizio in Germania) e i paracadutisti (servizio nel territorio dello stato), opta ancora per la destinazione più lontana. Sfrutta le vacanze per viaggiare in Europa. L’idea originaria era di proseguire gli studi in Storia Americana, ma dopo il servizio militare ha imparato il valore dell’esperienza pratica, di “fare delle cose”. E così si iscrive a Legge. Per ingannare l’attesa dei corsi che cominciano solo nell’autunno 1964, Tondro torna in California dove lavora come istruttore di guida. Una delle allieve è Helle Stueland, giovane norvegese appena laureata all’Università di Berkeley. Si vedono regolarmente dietro il volante di una VolksWagen. Quando Helle si trasferisce a est l’inverno seguente sono ufficialmente fidanzati, si sposeranno nel giugno 1965.
Tondro ha ottimi voti alla Scuola di Diritto della New York University, e dopo aver ottenuto il titolo lavora per un anno all’Office of Economic Opportunity nel quadro del programma di Guerra alla Povertà del Presidente Lyndon B. Johnson: un’esperienza molto formativa. Per un breve periodo collabora anche con la fabbrica di calzature Paul Weiss di New York, salvo scoprire che detesta il diritto privato. Si iscrive allora alla Yale University per studiare urbanistica sino a ottenere una specializzazione in American Studies. Nel 1973 inizia a insegnare diritto all’Università del Connecticut, proprio nel momento in cui la città di Hartford sperimenta un percorso urbanistico chiamato Hartford Process. Progetto fallito, ma Tondro ha trovato la sua collocazione.
È coautore di una memoria presentata alla Cortre Suprema del Connecticut su un caso di variante all’ordinanza di zoning per East Hampton che impone una superficie minima degli alloggi di cento metri quadrati, considerata discriminante per i poveri (la corte stabilirà che si tratta di un provvedimento irrazionale e senza giustificazioni imposto dall’amministrazione, e lo boccia). Svolge approfondite ricerche su vari casi di destinazioni d’uso e zoning traendone un testo che diventerà per decenni una specie di bibbia per costruttori, urbanisti, amministratori e magistrati. "È stato in pratica un manuale per come prendere le decisioni in quell’area" commenta Dwight Merriam, esperto di diritto urbanistico di Hartford, che ne ha una copia tenuta insieme da strisce di nastro adesivo. Oltre a studiare casi, Tondro aveva inserito anche commenti propri di carattere più generale, sulle sentenze per le l’ambiente, le lottizzazioni, lo sviluppo urbano. Alle assemblee si portavano tutti il libro di Tondro, Connecticut Land Use Regulation: A Legal Guide for Lawyers, Commissioners, Consultants and Other Users of the Land tenendolo aperto sulle ginocchia.
“Facevamo a gara fra chi citava meglio quei passaggi
scritti da Terry e che consideravamo più importanti per il nostro punto
di vista" ha ricordato il magistrato Mark Dubois nella serata dedicata a
Tondro. "Era diritto urbanistico reso accessibile a tantissimi" ricorda
Tim Hollister, relatore di maggioranza per il caso East Hampton. "Aveva
opinioni molto nette e non mancava mai di schierarsi chiaramente.
Testimoniava anche cosa volesse dire esprimere un punto di vista
disinteressato sulle scelte". Fu nominato dal Governatore William
O'Neill presidente della Blue Ribbon Commission on Housing, e
scrisse gran parte dei provvedimenti che oggi consentono di introdurre
quote di case economiche in trasformazioni di abitazioni più costose,
rendendo molto difficile per le amministrazioni escludere dal proprio
territorio le case popolari. Secondo Tondro il sostegno alla casa per
tutti non doveva arrivare solo dai comitati per i diritti, ma anche da
chi come l’amministrazione vuole un alloggio per i ceti medi. A
differenza di tanti professori che vivono in un mondo fatto di aule e
biblioteche, Tondro apprezzava la militanza, vedere le proprie idee
trasformarsi in realtà."Era uno di quei tipi di accademici, sempre più
rari, davvero disponibili a partecipare e schierarsi sulle questioni
urbane. Teneva un piede in entrambe le scarpe: gli studi, e la
partecipazione urbanistica" ricorda Merriam.
Nella scuola legale, Tondro insegnava vari aspetti del diritto."Era abbastanza concentrato sugli aspetti economici delle trasformazioni, come la finanza influisca sulle capacità dei costruttori, sul rischio che una separazione per zone induca una divisione di classe” ricorda Michael Ziska, ex studente che ricorda Tondro come maestro. “Terry cercava sempre di unire pianificazione urbanistica e la possibilità di case per tutti. È grazie alle sue capacità che abbiamo fatto progressi". Da ragazzo Tondro aveva aiutato il padre nei lavori di manutenzione edilizia, e capiva essenzialmente il settore. Gli piacevano molto gli edifici storici, in particolare a Hartford quelli in stile vittoriano del XIX secolo. Nel 1973, quando sorse la protesta per la demolizione di un edificio storico sulla Prospect Avenue a Hartford, Tondro entrò nella Hartford Architecture Conservancy partecipando poi ad altre battaglie di tutela, con la Connecticut Trust for Historic Preservation, di cui fu presidente di sezione, e consigliere del Trust for Historic Preservation nazionale.
Fu approvata una legge sugli sgravi fiscali che rendeva più conveniente per le proprietà conservare gli edifici storici. “Terry vide la possibilità che in Connecticut si potesse fare tutela” ricorda Jared Edwards, architetto fra i fondatori della Hartford Conservacy. Tondro coinvolgeva ex studenti diventati deputati statali per sostenere il disegno di legge, che avrebbe protetto tanti edifici anche industriali. “Nel suo modo molto posato faceva notare quanto lo stato dovesse assumere un ruolo guida per gli investimenti privati nella tutela" ricorda Edwards. “Mise le basi per leggi che hanno ottenuto enormi risultati per decenni”. Svolse anche un ruolo essenziale per la destinazione a parco nazionale della tenuta agricola Wilton, del pittore impressionista ottocentesco J. Alden Weir. “Col suo talento arrivava a risultati che si ritenevano impossibili”.
Tra le grandi passioni di Tondro c’era anche la buona tavola. Dopo aver trascorso un mese in Italia con la famiglia nel 1978, era tornato portandosi ricette di cucina del tutto nuove: niente a che vedere con il solito sugo alla marinara, spaghetti e polpette. Le sue cene erano la leggenda di tutto il West End a Hartford. “L’invito era per le sette, si cominciava a mangiare alle nove, e ci si alzava all’una di notte” ricorda ancora Edwards. “Quando eravamo convinti di aver finite, ecco che spuntava un altro piatto ancora più elaborato. ... Quella sì che era vita. Certo con dieci chili in più”. Quando stava con la famiglia a New York andavano all’opera due volte la settimana, biglietti posti in piedi da uno a tre dollari. Lo facevano anche abitando in Connecticut. Dal 2000,dopo il pensionamento, passava ogni anno sei mesi con la moglie a Roma, studiando la lingua, sperimentando la la cucina, frequentando concerti e musei, soprattutto passeggiando per la città.
Tondro adorava le cravatte a papillon, che indossava con molto stile. Negli ultimi anni aveva avuto qualche piccolo attacco, ma anche quest’inverno era comunque andato qualche mese a Roma. Oltre alla moglie lascia due figli e tre nipoti. È sepoloto al Cimitero dei Veterani di Middletown. Molto adatto a lui, commenta la moglie: tutti con la medesima lapide, indipendentemente dal grado o dalla posizione sociale. Col rumore delle auto che ricorda a tutti quanto nonostante il prato verde si sia sempre in città. “Aveva un senso egualitario difficile da descrivere” ricorda Bill Breetz, vicino di casa ed ex collega di insegnamento. “Una cosa che ha attraversato tutta la sua opera: le case popolari, un’urbanistica inclusiva, la tutela per tutti della Weir Farm, e fare delle città posti migliori per viverci”.
Nella scuola legale, Tondro insegnava vari aspetti del diritto."Era abbastanza concentrato sugli aspetti economici delle trasformazioni, come la finanza influisca sulle capacità dei costruttori, sul rischio che una separazione per zone induca una divisione di classe” ricorda Michael Ziska, ex studente che ricorda Tondro come maestro. “Terry cercava sempre di unire pianificazione urbanistica e la possibilità di case per tutti. È grazie alle sue capacità che abbiamo fatto progressi". Da ragazzo Tondro aveva aiutato il padre nei lavori di manutenzione edilizia, e capiva essenzialmente il settore. Gli piacevano molto gli edifici storici, in particolare a Hartford quelli in stile vittoriano del XIX secolo. Nel 1973, quando sorse la protesta per la demolizione di un edificio storico sulla Prospect Avenue a Hartford, Tondro entrò nella Hartford Architecture Conservancy partecipando poi ad altre battaglie di tutela, con la Connecticut Trust for Historic Preservation, di cui fu presidente di sezione, e consigliere del Trust for Historic Preservation nazionale.
Fu approvata una legge sugli sgravi fiscali che rendeva più conveniente per le proprietà conservare gli edifici storici. “Terry vide la possibilità che in Connecticut si potesse fare tutela” ricorda Jared Edwards, architetto fra i fondatori della Hartford Conservacy. Tondro coinvolgeva ex studenti diventati deputati statali per sostenere il disegno di legge, che avrebbe protetto tanti edifici anche industriali. “Nel suo modo molto posato faceva notare quanto lo stato dovesse assumere un ruolo guida per gli investimenti privati nella tutela" ricorda Edwards. “Mise le basi per leggi che hanno ottenuto enormi risultati per decenni”. Svolse anche un ruolo essenziale per la destinazione a parco nazionale della tenuta agricola Wilton, del pittore impressionista ottocentesco J. Alden Weir. “Col suo talento arrivava a risultati che si ritenevano impossibili”.
Tra le grandi passioni di Tondro c’era anche la buona tavola. Dopo aver trascorso un mese in Italia con la famiglia nel 1978, era tornato portandosi ricette di cucina del tutto nuove: niente a che vedere con il solito sugo alla marinara, spaghetti e polpette. Le sue cene erano la leggenda di tutto il West End a Hartford. “L’invito era per le sette, si cominciava a mangiare alle nove, e ci si alzava all’una di notte” ricorda ancora Edwards. “Quando eravamo convinti di aver finite, ecco che spuntava un altro piatto ancora più elaborato. ... Quella sì che era vita. Certo con dieci chili in più”. Quando stava con la famiglia a New York andavano all’opera due volte la settimana, biglietti posti in piedi da uno a tre dollari. Lo facevano anche abitando in Connecticut. Dal 2000,dopo il pensionamento, passava ogni anno sei mesi con la moglie a Roma, studiando la lingua, sperimentando la la cucina, frequentando concerti e musei, soprattutto passeggiando per la città.
Tondro adorava le cravatte a papillon, che indossava con molto stile. Negli ultimi anni aveva avuto qualche piccolo attacco, ma anche quest’inverno era comunque andato qualche mese a Roma. Oltre alla moglie lascia due figli e tre nipoti. È sepoloto al Cimitero dei Veterani di Middletown. Molto adatto a lui, commenta la moglie: tutti con la medesima lapide, indipendentemente dal grado o dalla posizione sociale. Col rumore delle auto che ricorda a tutti quanto nonostante il prato verde si sia sempre in città. “Aveva un senso egualitario difficile da descrivere” ricorda Bill Breetz, vicino di casa ed ex collega di insegnamento. “Una cosa che ha attraversato tutta la sua opera: le case popolari, un’urbanistica inclusiva, la tutela per tutti della Weir Farm, e fare delle città posti migliori per viverci”.
18 mag 2012
Social Media Marketing
Digital marketing is confusing—really confusing—as this insane graphic shows (below).
Trying to navigate through the various new social media categories,
blogs, sharing sites, and social media firms is an absolute mess.
This depiction of the digital marketing landscape was shown at a Buddy Media event marking the launch of the social marketing software agency's new suite of measurement tools.
You can click to enlarge it, but that won't make it look any simpler.
Bonus points for reader Ryan, who realized Pinterest isn't on there.
6 mag 2012
la disoccupazione creativa
È LA DISOCCUPAZIONE CREATIVA CHE CI DIFENDERÀ DAL MERCATO
di FRANCO LA CECLA, da “la Repubblica” del 13/4/2012
Sono passati più di trent’ anni da quando Ivan Illich scrisse un corrosivo pamphlet, “Il diritto alla disoccupazione creativa“,
nel quale teorizzava che contrariamente alle preoccupazioni sulla piena
occupazione e al verbo di sinistra e di destra sul valore del lavoro
c’era un’altra via, quella di concepire la propria disoccupazione come
un’occasione straordinaria per uscire dalle logiche solite del salario e
del mercato.
Illich rivendicava uno spazio alla
disoccupazione creativa nel quale si mettevano in dubbio le logiche che
avevano trasformato il lavoro in qualcosa da fare per un salario e
invece si riscattava la natura liberatoria di pratiche, azioni, saper
fare, attività individuali e collettive che lui chiamava vernacolari.
Vernacolare era secondo lui quello che nasceva dalla logica del fare
qualcosa per sé o per gli altri, dall’orto all’asilo gestito in comune,
dal mutuo appoggio al fare artigiano, artistico o letterario.
Il diritto alla disoccupazione
creativa leggeva nella schiavitù del lavoro salariato la peggiore delle
maledizioni che l’uomo moderno si era inventato e nel recupero del fare
per sé e per gli altri una magnifica strada per una società conviviale.
Oggi le tesi di Ivan Illich sono riprese da Richard Sennett nel suo bel libro “Insieme” che racconta come i luoghi che più hanno costituito comunità e democrazia dal basso sono stati nella storia gli “workshop“, i laboratori artigiani
proprio perché è nel fare con le mani, con il corpo e con gli altri che
si crea quel legame che consente alle comunità di resistere alla
stupidità suicida del capitalismo.
L’ arte del fare cose belle, utili,
insieme cioè dell’avere un saper fare individuale o collettivo è ben
lontana dall’idea di lavoro propugnata da un neoliberalismo che vorrebbe
tutti dequalificati e decentrati e che sembra diventato più un
piagnisteo bancario che un progetto di società.
Strano che in un paese come l’Italia
che ha inventato la qualità del fare ci si faccia prendere in giro da
formule di rilancio dell’economia che non tengono conto dello
straordinario potenziale che hanno le pratiche in cui la gente si
realizza, sente di essere utile, sente di possedere un mestiere.
Mi sono commosso poco tempo fa
visitando un laboratorio di sarti di altissimo livello in un paesino
sperduto e bello dell’Abruzzo: le mani di sarti che vi lavoravano
conoscevano stoffe e corpi che dovevano indossarle, sagomavano, davano
il garbo a giacche, tendevano pantaloni e dettagliavano asole con una
felicità che poi spiegava come mai tra i loro clienti c’era e c’è Obama,
Clinton e tutti i James Bond.
Ma la logica del lavoro
artigiano di alta qualità è la stessa degli artisti che non pensano di
“lavorare” quando dipingono o quando scolpiscono, o degli scrittori che
non ragionano con un tanto a parola, ma con la soddisfazione
che gli viene mentre buttano giù le righe. Effettivamente la crisi
attuale potrebbe essere un modo di uscire finalmente dalla logica
risicata dei banchieri e degli economisti nostrani.
È solo l’ energia, la gioia, la creatività, quella che soprattutto hanno i giovani a potere inventare “valore”.
Il valore, e questo gli economisti una volta lo sapevano, esiste prima
del denaro. In altri paesi è così che si è fatto il salto in avanti,
dando spazio proprio a queste arti e a queste culture del fare spremendo
l’entusiasmo giovanile nelle passioni pratiche.
Ma come si fa ad aspettarsi una cosa del genere in un paese come l’Italia che ha pianificato il genocidio dei propri giovani,
che è stata la prima generazione a ricordo d’uomo ad avere deciso che
per i giovani non c’era altra strada che quella di mettersi in ginocchio
di fronte agli sdentati e pavidi adulti.
In Cina, in Brasile, in Argentina, in
India gli artisti, gli artigiani, coloro che si riappropriano delle
risorse della terra, le cooperative di consumo, le cooperative di
autocostruzione, l’educazione autogestita, i social network,
l’informatica come accesso alle informazioni e come dibattito e
discussione, tutto questo ha consentito e consente il “grande balzo in
avanti”.
E non si tratta della banalizzazione
delle idee di Ivan Illich operata oggi da coloro che si battono per la
decrescita. La decrescita è ancora nella logica economica. Qui si tratta
di riappropriarsi del valore del tempo, dei gesti, delle
pratiche, dei saper fare e saper dire, del saper stare insieme e sapere
gestire le risorse naturali e culturali. Il tesoro che i
banchieri tanto cercano sta qui, e non si tratta di tirare la cinghia ma
proprio del contrario dell’avere della vita e della società una
concezione ricca e creativa.
Quella che l’Italia ha insegnato al
mondo nella sua passione per il bello, l’interessante, il fatto bene e
che è stata cancellata dal ventennio più volgare che questo paese abbia
avuto. Ma chissà che invece la crisi non aiuti anche noi a riscoprire il
“valore” del valore. – FRANCO LA CECLA
11 mar 2012
i confini del progresso
di SALVATORE SETTIS
La denuncia di Roberto Saviano è un grido d`allarme che costringe a ricondurre sul piano suo proprio, quello degli affari, ogni discorso sull`alta velocità. Gli affari sporchissimi (delle mafie) e quelli, si suppone puliti, delle imprese e delle banche. Ma che vi siano fra gli uni e gli altri intrecci e convergenze di interessi non occorre dimostrare. La storia del riciclaggio di denaro sporco di tutte le mafie, in Italia e fuori, semplicemente non esisterebbe, se non si fosse trovata ogni volta l`impresa “pulita” ma disponibile a trasformare capitali sporchi in condominii, alberghi, autostrade.
Lo scontro pro e contro il progetto Tav in Val di Susa (ma anche altrove, come nel “passante” di Firenze) non si deve svolgere dunque solo sulla fattibilità dei percorsi o i volumi del traffico. Altrettanto importante è chi partecipa agli appalti, e se quel che intende guadagnare corrisponde alla legalità e al pubblico interesse. Ha troppa fretta chi considera i paladini proTav come moderni alfieri dello Sviluppo, bollando i loro oppositori come arcaici cultori del Ristagno. Il volume degli affari qui in ballo (compresi quelli delle mafie) è tale che sulla stessa parola “sviluppo” pesa un gigantesco equivoco. Per sviluppo, infatti, dovremmo intendere il beneficio che deriverà al Paese e ai cittadini da una “grande opera” dopo che sia stata eseguita e sia entrata in funzione. Sempre più spesso, invece, si tende a considerare “sviluppo” l’opera stessa, la mera mobilitazione di banche e imprese, capitali (pubblici) e manodopera. Sterile progetto, se la “grande opera” si rivelasse inutile o producesse guasti ambientali e sociali.
La linea Tav già realizzata fra Bologna e Firenze è certo un vantaggio per chi la usa, ma ha provocato la morte di 81 torrenti, 37 sorgenti, 30 pozzi e 5 acquedotti, inquinando con sostanze tossiche 24 corsi d’acqua. I responsabili delle imprese, condannati per disastro ambientale dal Tribunale di Firenze, sono stati poi assolti in appello: insomma, la strage ambientale c`è stata, ma nessuno è colpevole. Era possibile evitare lo scempio? Secondo il Sole-24 ore, il costo per chilometro delle linee Tav in Italia è il quadruplo che in Francia: quanto di questo enorme divario si poteva spendere per salvare agricoltura e ambiente? Quanto, invece, hanno incassato le imprese interessate, e come lo stanno reinvestendo? Quale sviluppo, e a vantaggio di chi, hanno innescato quegli utili, mentre si devastavano valli e fiumi? Il loro reinvestimento sta contribuendo a risolvere la crisi senza dirottarne il costo sui più deboli e più giovani? Tramontata ogni ipotesi di project financing sui progetti Tav, la Corte dei conti ha osservato che l`assenza di «una realistica analisi dinamica della copertura economica», ha provocato «un onere rilevantissimo per la finanza pubblica», a causa di «specifici comportamenti del management delle società in questione», nella «penombra che ha circondato importanti negoziazioni», con «decisioni irrazionali o immotivate» che hanno «inciso direttamente o indirettamente sul patrimonio pubblico».
Nonostante questo, si è tirato diritto, sulla base di una «connotazione chiaramente apodittica». Anche in Val di Susa, pur senza un’attendibile analisi costi-benefici, la Tav è considerata ineluttabile. Ma il progetto ha oltre vent’anni, le previsioni di traffico su cui si basava si sono rivelate erronee e hanno obbligato a destinarlo principalmente al traffico merci, la condivisione dei costi con la Francia è svantaggiosa. Eppure su questi ed altri motivi di perplessità, a quel che pare, è vietato discutere.
Si parla, per un futuro più o meno remoto, di consultazioni con le popolazioni del luogo: un obbligo della convenzione di Aarhus, ratificata dall`Italia nel 2001 ma finora disattesa. Ma più che alle convenzioni internazionali si dà peso agli impegni con le imprese, a costo di darvi corso manu militari.
In un racconto di Mario Soldati, Il berretto di cuoio (1967), il protagonista, Aduo, è «lo scemo del villaggio», che però «non era affatto uno scemo», era anzi« aperto, simpaticissimo, intelligente». Ma non lavorava, non aveva un mestiere; un caso, dicevano i medici, «di sviluppo arrestato». Finché, affascinato dal cantiere dell’autostrada Torino-Piacenza, scatta la scintilla: assunto come guardiano, «lavorò per dieci», senza limiti di tempo, dall`alba a notte fonda»; sempre «scrutando con rapide occhiate» i lavori dell`autostrada, felice e attonito, con «lo sguardo che avrebbe potuto avere un assoluto responsabile, unico appaltatore, unico progettista, unico azionista dell`autostrada». Quando l`autostrada è finita, il tracollo: Aduo non può vivere senza, non mangia e non beve, viene ricoverato.
Una specie di “complesso di Aduo” sembra aver preso alla gola troppi italiani, che non sanno immaginare altro sviluppo che la cementificazione del suolo. Distraendoci da altri investimenti più lungimiranti e produttivi, questo modello di crescita alla cieca è, come quello di Aduo, uno “sviluppo arrestato” che inceppa il Paese.
Una risposta autoritaria non è accettabile. È necessaria una discussione aperta e radicale, tanto più in tempi di contenimento della spesa pubblica. È giusto spendere per la Tav, quando sono allo sfascio ferrovie minori e treni notturni, anche internazionali? Non sarebbe meglio potenziare le strutture esistenti, a cominciare dalla cintura ferroviaria di Torino? È meglio costruire nuove grandi opere o arrestare il degrado dei servizi sociali e della scuola? Viene prima la difesa del paesaggio, dell`agricoltura e dell`ambiente o la (presunta) convenienza economica della Tav? Unica bussola per rispondere a queste domande, la Costituzione consacra la tutela del paesaggio e dell`ambiente: «La primarietà del valore estetico-culturale», anzi, non può essere «subordinata ad altri valori, ivi compresi quelli economici», e pertanto dev`essere «capace di influire profondamente sull`ordine economico-sociale» (Corte Costituzionale, 151/1986). I portatori (sani?) del “complesso di Aduo” dicono il contrario: che le ragioni economiche sovrastano i principi del bene comune. Un “governo tecnico” dovrebbe avere la forza di aprire sul tema un vero tavolo di confronto.
Parlare di” campagne ‘informazione” a una direzione, il cui esito si dia per scontato, non ha nulla di “tecnico”. Sarebbe un gesto politico: e non è di questa politica che il Paese ha bisogno.
15 feb 2012
l'economia del sufficiente
Tra Camus e Latouche l´economia del "Sufficiente"
di Angelo Carotenuto , 14.02.2012
Quando un giorno la Terra sarà troppo piccola per tutti, allora sì che
ce ne accorgeremo. Ci spareremo addosso per la sopravvivenza dopo averlo
fatto per il petrolio, per l´acqua e per l´uranio. Lo faremo per il
suolo e il sottosuolo, per il cibo e i serbatoi delle macchine. Andrea
Segrè, economista triestino e preside della facoltà di Agraria
all´Università di Bologna, immagina come sarà l´apocalisse del mondo
occidentale, schiavo della triade crescita-consumo-debito. Lo fa nel suo
Basta il giusto (quanto e quando) (Altreconomia), un libretto
sottile costruito come una lettera a uno studente universitario
diciottenne. Quando un giorno la Terra sarà troppo piccola per tutti,
sarà pure troppo tardi. Perciò bisogna agire adesso, e una strada per
Segrè esiste già. Sarà l´ossimoro a salvare il mondo, a garantire ancora
un futuro. La strada delle contraddizioni apparenti condurrà
"lentamente, ma per davvero" a meno benessere e più ben vivere. A una
società con un modello economico in grado di ridurre le diseguaglianze
riducendo il possesso, votandosi alla cultura della sufficienza.
Segrè cita "la società diversamente ricca di Riccardo Lombardi, la
povertà felice di Albert Camus, l´opulenza frugale di Serge Latouche".
Le chiama visioni, non utopie, giacché se utopie fossero sarebbero
"utopie concrete". L´elogio del limite e della vita responsabile passa
dunque attraverso un mondo nuovo che rinneghi "la pervasiva cultura del
consumo e del rifiuto che generano lo spreco di cui siamo circondati e
sommersi". Se entro il 2030 il 48% dei maschi inglesi e il 43% delle
donne sarà obeso; se il 40% della popolazione mondiale dispone di meno
di 50 litri d´acqua al giorno mentre ogni italiano di 250; se un
cittadino dell´India consuma 4 tonnellate annue fra minerali, carburanti
fossili e biomasse contro le 40 dei Paesi industrializzati; allora
servirà un pianeta di riserva che non c´è. L´utopia concreta e la strada
dell´ossimoro possono invece cambiare i comportamenti di consumo. Segrè
alla fine trova una formula per l´Homo Sufficiens: meno spreco, più
ecologia. Il microcredito, la filiera corta, il commercio equo. "Non è
un sacrificio, non è fare senza. Sapere che abbastanza è abbastanza
significa aver sempre a sufficienza".
alla vita
Nazim Hikmet, Alla vita
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non é uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla é più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non é uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla é più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.
9 dic 2011
il grido silenzioso dell’agricoltura italiana
Scritto da Uomo Zappiens
Giovedì 08 Dicembre 2011
di Uomo Zappiens – Megachip.
Dal
2000 al 2010 hanno chiuso i battenti il 32,2 per cento delle aziende
agricole italiane. Lo dicono i dati provvisori del 6° Censimento
dell’Istat (http://censimentoagricoltura.istat.it) pubblicati pochi mesi fa. Queste le cifre: alla data del 24 ottobre 2010 in Italia risultano attive 1.630.420 aziende agricole e zootecniche di cui 209.996 con allevamento di bestiame destinato alla vendita: il 32,3 per cento in meno, appunto, dell’anno 2000. E’
il risultato di un processo pluriennale di concentrazione dei terreni
agricoli come effetto delle politiche comunitarie e, anche,
dell’andamento del mercato.
Infatti
la dimensione media aziendale è passata, in un decennio, da 5,5 ettari
di Superficie Agricola Utilizzata (SAU) per azienda a 7,9 ettari
(+44,4%) sebbene la Superficie Aziendale Totale (SAT) sia diminuita
dell’8% e la SAU in termini assoluti del 2,3%.
Siamo di fronte a una vera e propria catastrofe. Questa catastrofe è accolta dal silenzio generale e le grida degli agricoltori sono sepolte dall’indifferenza. Perché?
Ma perché il dato è considerato positivo. Questo infatti è ciò che doveva avvenire
secondo la teoria della modernizzazione agricola e di superamento delle
forme considerate arretrate di produzione, connessa a quella dello
sviluppo misurato in termini di crescita economica. Teoria utilizzata
come fondamento per le politiche agrarie nella seconda metà del
novecento e che è diventata l'asse portante delle politiche agricole
dell'Unione Europea.
Ce lo spiega Jan Douwe Van der Ploeg
titolare della cattedra di sociologia rurale presso l’Università di
Wageningen in Olanda e punto di riferimento per gli studiosi di politica
agraria europei.
La
teoria della modernizzazione in agricoltura -ci spiega lo studioso- ha
costruito un modello di azienda agricola moderna o convenzionale, quella
che la politica e la rappresentanza si sono date come obiettivo. Tale
azienda è un’impresa gestita secondo regole comuni e che segue un
modello produttivo standardizzato, con l’obiettivo di produrre quantità e
non qualità.
I
fattori produttivi vengono dall’esterno, cioè non sono generati
dall’azienda o dal territorio (fertilizzanti, sementi, pesticidi,
trattori ecc.);i prodotti devono essere trasformati secondo logica
industriale e non artigianale e vengono inseriti in filiere lunghe
finendo anche a migliaia di km. Il valore aggiunto che si accumula negli
spostamenti viene sottratto all’agricoltore e drenato da altri settori e
dagli intermediari.
L’Azienda
inoltre è costretta all’interno di un quadro normativo stabilito dallo
Stato e/o dalla UE. L’organismo pubblico legittima questo sistema e le
politiche sono orientate a difenderlo.
La macchina
ideologico-giuridico-istituzionale è interamente impegnata a eliminare
ogni possibile alternativa a questo disegno.
Per
questo i dati provvisori del Censimento non sono stati accolti da un
giusto allarme e le grida di dolore degli agricoltori sono state coperte
dal silenzio mediatico.
Perché?
Ma perché ci stiamo modernizzando. Perché l’Italia si mette al passo
con l’Europa per quanto riguarda la dimensione delle aziende. Tutto
bene? Non proprio. Perché, come ci ricorda Van Der Ploeg, questo modello di azienda si è rivelato insostenibile.
Innanzitutto a livello economico. Esiste infatti, rispetto ai primi anni della modernizzazione, una tendenziale caduta del reddito degli agricoltori
che vede restringere pericolosamente la forbice tra costi e ricavi.
Questo è motivo della chiusura di tante aziende ma anche della vita
difficile delle molte altre che lottano per rimanere sul mercato.
In secondo luogo l’agricoltore non è più autonomo, perde le sue abilità e il suo sapere, non può più decidere cosa coltivare e dove vendere e diventa un puro esecutore del sistema tecnologico-industriale,
costretto oltretutto a passare molte ore del suo lavoro in adempimenti
burocratici. E’ stato espropriato delle proprie capacità gestionali.
Ridotto ad essere un semplice fornitore di materia prima.
Infine l’insostenibilità ambientale:
la terra, l’acqua, l’aria sono profondamente inquinate dal sistema di
produzione, trasformazione e commercializzazione agricola. L’agricoltura industriale è responsabile del 30 per cento dei gas serra sul pianeta.
L’impoverimento dei suoli a causa dell’uso intensivo di fertilizzanti
chimici, invece dell’utilizzo dei metodi che per millenni hanno
garantito la fertilità dei suoli come la rotazione e la multicultura,
contribuisce, impermeabilizzando i terreni, anche alle inondazioni
continue a cui assistiamo. Gli effetti esterni dell’industrializzazione
dell’agricoltura sono gravissimi sull’ambiente e sulla salute dei
consumatori.
Van der Ploeg analizza però soprattutto gli effetti interni concentrandosi sulla progressiva espropriazione della capacità gestionale dell’agricoltore, la rottura dell’unità tra produzione e riproduzione dei fattori naturali (acqua, terra, piante, animali) e il progressivo sganciamento dell’agricoltura dal contesto locale, inteso come ecosistema e come prodotto di rapporti sociali.
Si
determina, ci spiega, una standardizzazione dei processi produttivi
sempre più dipendenti da prescrizioni esterne. L’agricoltore viene
espropriato anche della sua attitudine a sperimentare per migliorare le
condizioni produttive. Si genera una figura di agricoltore virtuale
capace di eseguire correttamente un complesso di operazioni prescritte
dall’esterno e trasmesse attraverso un apparato di divulgazione e
assistenza tecnica.
L’innovazione
tecnologica diffusa dall’apparato di divulgazione era considerata
condizione essenziale per il superamento delle forme arretrate di
produzione. Le resistenze al cambiamento, chiaramente visibili, da
parte degli agricoltori erano interpretate dai teorici della
modernizzazione come prodotto di “arretratezza culturale” anche se
invece si trattava di comportamenti logici basati su una corretta
analisi del rapporto tra costi e benefici.
Van der Ploeg interpreta il fenomeno dell’insostenibilità economica come una crisi strutturale della modernizzazione agricola e fornisce come risposta la rivalutazione del modello di produzione contadino.
Pur
inserito nel quadro di un sistema regolato dal mercato capitalistico,
infatti, il modello di produzione contadino garantisce un basso grado di
mercificazione, un alto grado di autosufficienza, la passione per il
lavoro e la cura delle risorse; la conoscenza localmente trasmessa,
garantisce la relazione tra natura (viva e non morta questa volta) e
società, la padronanza del mestiere e un rapporto di continuità tra
passato presente e futuro.
Il
modello contadino è basato sulla necessità non solo di realizzare il
prodotto ma anche di riprodurre le risorse produttive (acqua, terra,
semi). Il suolo non viene impoverito. La natura non è nemica da dominare
e da cui si può prescindere.
La
modernizzazione in 50-60 anni avrebbe dovuto far scomparire i
contadini. Ma le cose non sono andate come previsto. Si è manifestata
infatti una forte resistenza anche in Europa e sono molti i luoghi dove
si riafferma un modo di produzione alternativo.
I paesi del sud del mondo sono quelli che hanno la guida di questo processo.
Il movimento Sem terra in Brasile (anni 80) nato anche grazie al sostegno della chiesa
cattolica, ha consentito il ritorno alla terra di milioni di persone che
vivevano nelle periferie urbane e nelle favelas.
[.....]
Le
pratiche innovative che gli agricoltori già mettono in atto per
assicurare nuove fonti di reddito vanno dalla filiera corta alla
trasformazione dei prodotti in azienda all’agricoltura biologica,
agriturismo, agricoltura sociale ed altro.
Iniziative come Terra Madre (Piemonte dal 2004) e Terra Futura (Toscana) sono dei grandi momenti di confronto globale su questi temi.
L’Italia
ha i migliori prodotti agroalimentari del mondo e una varietà
enormemente superiore a molte altre parti del pianeta. La pretesa di
devastare la biodiversità ma anche la diversità culturale è una tendenza
che dovrebbe trovare un muro invalicabile a difesa della nostra
elevatissima cultura alimentare. Sarebbe ora di manifestare l’amore per
questo paese in modo concreto difendendo la bellezza del paesaggio
rurale, la preziosità dei prodotti alimentari, la varietà delle culture e
praticando, da subito, un modello di agricoltura sostenibile.
Molta gente lo fa da anni, senza sostegno, senza aiuto, senza un supporto politico e a fronte di una enorme pressione contraria.
E’
urgente mettersi alla testa di questo nuovo modo di pensare ed è ancora
più urgente superare la rimozione dell’anima rurale di questo paese
facendo rientrare a pieno titolo l’agricoltura nelle priorità politiche
del futuro.
28 nov 2011
Denaro-denaro-denaro: il ciclo della finanziarizzazione
di Francesco Indovina «Si può fare a meno del fallimento dell’Italia! Vediamo un po’»Sbilanciamoci newsletter, 26 novembre 2011
C’è un po’ di terrorismo in chi è contrario al fallimento nel
descriverne gli effetti. Mi è chiaro che giungere a una qualche forma di
fallimento non è come bere una tazza di caffè, ma il problema non è
questo, il tema è: se ne può fare a meno? Una risposta a questo
interrogativo presuppone una qualche considerazione sulle trasformazione
del capitalismo. Un po’ mi devo ripetere, mi scuso.
Si sostiene che la crisi attuale è una crisi da eccessiva capacità
produttiva e da mancanza di domanda solvibile. Due osservazioni: da una
parte questa interpretazione è contraddittoria con l’osservazione che la
crisi prende corpo da un eccesso di domanda a “credito”, quindi non la
domanda ma la sua finanziarizzazione è il problema; dall’altra parte è
vero che c’è una crisi di domanda dato che la popolazione viene
continuamente tosata per far fronte alle ingiunzioni della finanza.
È necessario riflettere che la finanziarizzazione dell’economia non è
solo una evoluzione del capitalismo ma la modificazione della sua
natura. Il processo è passato dalla proposizione denaro-merce-denaro
(D-M-D), attraverso il quale il capitale, con una distribuzione non equa
del valore prodotto tra capitale e lavoro, accumulava ricchezza, a
quella odierne denaro-denaro-denaro (D-D-D), che senza la “mediazione”
della produzione di merci (e servizi), permette di accumulare ricchezza
(in poche mani).
Si rifletta sui seguenti dati mondiali: il PIL ammonta a 74.000
miliardi; le Borse valgono 50.000 miliardi; le Obbligazioni ammontano a
95.000 miliardi; mentre gli “altri” strumenti finanziaria ammontano a
466.000 miliardi. Risulta così che la produzione reale, merci e servizi
(74.000 miliardi), è pari al 13% degli strumenti finanziari. Quanto
uomini e donne producono, in tutto il mondo, rappresenta poco più di
1/10 del valore della “ricchezza” finanziaria che circola. Questo dato
quantitativo ha modificato la qualità dell’organizzazione economica:
mentre resta attiva la parte di produzione materiale si è sviluppata
un’enorme massa di attività finanziaria che mentre trent’anni fa lucrava
sul “parco buoi”, nome affibbiato a chi affidava alla borsa i propri
risparmi nella speranza di arricchirsi, ora lucra sui popoli che da una
parte sono sottoposti a una distribuzione non equa di quanto producono
(gli indipendenti sono poco tali e sono entrati nella catena allungata
del valore aggiunto) e, dall’altra parte, sono tosati (più tasse e meno
servizi) in quanto cittadini.
Si tratta di un mutamento che investe la produzione, la distribuzione
della ricchezza, ma anche il processo politico e la stessa, tanta o poca
che sia, democrazia. Quando la ricchezza si produce attraverso la
mediazione della merce era attiva dentro lo stesso corpo della
produzione, una forza antagonistica che cercava di imporre una diversa
distribuzione della ricchezza prodotta e l'affermarsi di diritti di
cittadinanza. Nessun regalo, conquiste frutto di lotte, di lacrime e
sangue. Al contrario quando diventa prevalente il meccanismo
finanziario, si scioglie il rapporto tra capitale e società, e diventa
impossibile ogni antagonismo specifico. Tutto si sposta sul piano
politico, un bene e un male insieme. Un male perché manca una cultura
alternativa, tutti viviamo entro la dimensione liberista e del mercato,
un bene perché è possibile andare alla radice del problema.
È diventato senso comune che il mercato (finanziario) vuole sicurezza e
credibilità! È una parte molto modesta della verità. La speculazione
finanziaria da se stessa, data la massa di risorse che muove, e le
tecnologie che usa (gli High Frequency Trading – HFT – che muovono due
terzi delle borse), si crea autonomamente le occasioni di successo per
speculare. Come ha scritto Prodi “i loro computer scattano tutti
insieme, comprano e vendono gli stessi titoli e forzano in tal modo il
compimento delle aspettative”. Contrastare la speculazione, come lo si
sta facendo, significa solo offrirle alimento continuo. Si può fare più
equamente, e sarebbe importante, ma questo non intaccherebbe il
meccanismo. Bisogna colpire direttamente la speculazione al cuore,
toglierle l’acqua nella quale nuota. Certo che ci vorrebbe un’azione
comune a livello internazionale, ma l’elite politica e tecnica è figlia
ideologica, qualche volta non solo ideologica, del liberismo e della
finanza; ambedue si possono “criticare” ma non toccare, bisogna farli
“operare meglio”. Come ha scritto Halevi, le maggiore banche tedesche e
francesi sono piene di titoli tossici, messi in bilancio al loro valore
nominale mentre valgono zero, ma il sistema (la governance europea
franco-tedesca) difende le banche tedesche e francesi, mettendo in primo
piano i debiti sovrani e le banche dei paesi sotto tiro (e quando
toccherà alla Francia? Perché toccherà!).
In sostanza il sistema non si tocca; si possono punire, anche
severamente, come in America, chi la fa grossa, ma poi si finanziano le
banche, né si riesce a mettere una qualche freno (amministrativo,
fiscale, legislativo, ecc.) alla speculazione. Come l’apprendista
stregone che non riesce a gestire le forze che ha scatenato.
Non voglio dire che il sistema è al collasso, ma è sulla strada; ci
vorrà tempo (anche secoli secondo Ruffolo) e ci vorranno forze, ma si
coglie “una condizione di insoddisfazione diffusa, di generale
incertezza e di sfiducia e timore del futuro”.
La Grecia ha fatto tutto quello che le era stato richiesto,
licenziamenti, diminuzione di stipendi, tagli, ecc. ed è giunta, di
fatto al fallimento (controllato). La speculazione finanziaria ha
aggredito la Grecia, ha tosato la popolazione, ha scarnificato la
società. Il furbo Papandreu ha tentato la mossa democratica del
referendum, è stato redarguito, bastonato ed ha fatto marcia indietro.
Oggi tocca all’Italia (un po’ alla Spagna, domani la Francia, nessuno è
al riparo. La finanza non ha patria, non ha terra, non ha sangue), che
si appresta (con serietà, si dice) a seguire le richieste della Banca
europea, del Fondo monetario, della Commissione della UE, cioè di fatto
della finanza, per scivolare lentamente in una versione diversa della
Grecia. Ha senso? Certo che no, ma la questione è: ha senso una politica
keynesiana? Ha senso una più equa distribuzione dei sacrifici? Ha senso
pensare a risposte più “riformiste” e civili alle indicazione della
Banca europea? Ha senso pensare ad operation twist (di che dimensione
dato l’ammontare del debito italiano), proposta da Bellofiore e
Toporowski? senza con tutto questo intaccare il potere e la capacità
operativa della speculazione (che costituisce parte strutturale del
sistema)?
Credo di no, e mi domando: è necessario continuare ad avere la Borsa che
ha perso ogni originale funzione? È possibile dividere le banche che
fanno finanza da quelle della raccolta e collocamento del risparmio? È
possibile avere una banca europea che operi come una banca nazionale? È
possibile avere un governo europeo, non solo economico ma generale? È
possibile tassare le rendite e i patrimoni? Ecc. Tutto è possibile ma
poche cose sono probabili.
Qual è l’ottica con la quale un governo di centro-sinistra (che si dice
probabile) deve guardare alla situazione? Certo c’è da ricostruire il
senso della società, come dice Rosy Bindi, c’è da ricostruire un ruolo
internazionale, c’è da rilanciare lo sviluppo (sostenibile, equilibrato,
ambientale, risparmiatore, ecc. lo si qualifichi quanto lo si vuole),
c’è da affrontare il problema del lavoro di giovani, donne, precari,
disoccupati, c’è da occuparsi di scuola, sanità, territorio, ecc. La
domanda è: tutto questo è fattibile insieme al pagamento del debito?
Qualcuno (Amato) parla di una patrimoniale di 300-400 miliardi per
ridurre drasticamente il debito. Bene, ma tutto il resto come lo si fa?
Sacrifici, per piacere no, riforme impopolari per piacere no, e non solo
per collocazione politica ma perché inutili e dannosi per fare tutte le
cose elencate prima.
Penso che bisogna mettere mano al debito. Il come, dipende da volontà e
forza: un concordato con i creditori (via il 30%); una moratoria di 3-5
anni; differenziato rispetto alle persone fisiche e alle istituzioni (le
banche che hanno in bilancio titoli tossici potrebbero benissimo
tenersi anche i titoli sovrani, con buona pace del Cancelliere tedesco),
ecc. La patrimoniale certo che ci vuole, ma dovrebbe servire ad avviare
tutte le altre cose, così come una ristrutturazione della spesa
pubblica (spese militari, ecc.) potrebbe liberare risorse. Mentre la
lotta all’evasione (mancati introiti per 120 miliardi l’anno) e alla
corruzione (60 miliardi l’anno) potrebbero servire alla diminuzione
delle imposte dei lavoratori. Insomma ci sarebbe tanto da fare, ma
bisogna in parte, in toto, o per un certo numero di anni, liberarsi del
debito.
Non dovrebbe essere una iniziativa europea? Certo, ma in sua mancanza
facciamo da soli, non c’è da salvare una astratta Italia, ma una
concreta popolazione di uomini e donne. Questo è il tema.
Oggi ci avviamo al governo del “grande” Mario; che si tratti di persona
onesta e retta è molto probabile, ma è il suo pensiero che preoccupa, un
pensiero tanto forte quanto inefficace.
26 set 2011
una crescita senza benessere
| di Guido Viale , 25.09.2011 |
La crescita (che non c'è e, dove c'era, svanisce) è trattata sempre più
come un obbligo. Ma quella di cui si parla è solo una crescita
contabile (del Pil), finalizzata a riequilibrare i rapporti tra deficit -
e debito - e Pil con un aumento del denominatore (Pil) e non solo con
una riduzione dei numeratori (deficit e debito). Il tutto soprattutto
per «rassicurare i mercati». Dalla crescita ci si attende anche un
aumento dei redditi tassabili (non tutti i redditi lo sono, o lo sono
nella stessa misura: alcuni, per legge; altri, per violazione della
legge) e, quindi, delle entrate dello Stato, rendendo più facile il
pareggio di bilancio (assurto al rango di obbligo costituzionale) e,
forse, anche una riduzione del debito (anch'essa resa obbligatoria dal
cosiddetto patto euro-plus). Tuttavia meno spesa e più entrate non
bastano a garantire il pareggio; non è detto che l'avanzo primario
programmato (il surplus delle entrate sulle spese) sia compatibile con
l'andamento dei tassi. Così gli interessi si accumulano in nuovo debito,
una spirale, in contesti di deflazione come questo, senza fine.
La Grecia è da tempo in stato fallimentare (default): la sua economia
non potrà più crescere per decenni; meno che mai in misura sufficiente
ad azzerare il deficit o ripagare anche solo in parte il debito. Perché,
allora, economisti e statisti non ne prendono atto? In parte perché non
sanno che fare (era una sopravvenienza prevedibile, ma mai presa in
considerazione); in parte per rapinarla; pensioni, salari, posti di
lavoro, servizi pubblici, isole, riserve auree: tutto quello di cui ci
si può appropriare (privatizzandolo) va preso prima di ammettere
l'irreversibilità della situazione. La posizione dell'Italia non è molto
diversa anche se il suo tessuto industriale è più robusto: una crescita
sufficiente a pareggiare i conti non arriverà più; soprattutto
strangolando così la sua economia. Ma qui i beni da saccheggiare - in
barba ai risultati dei referendum - sono più succosi, mentre una presa
d'atto del fallimento farebbe saltare, insieme all'euro, anche l'Unione
europea. Per questo il gioco è destinato a durare più a lungo. Se però
un governo ne prendesse atto, annunciando un default concordato - e
selettivo: per colpire meno i piccoli risparmiatori - l'Europa
correrebbe ai ripari e gli eurobond salterebbero fuori dall'oggi al
domani. Ma così, dicono gli economisti, si blocca il circuito bancario e
si arresta tutto il processo economico.
Certo le cose non sarebbero facili; ma non lo sono, per i più, neanche ora. Però il circuito bancario si era già bloccato dopo il fallimento Lehman Brothers, e sono intervenuti gli Stati nazionalizzando di fatto, per un po', le banche. Succederebbe di nuovo; e anche senza uscire dall'Euro, perché a intervenire dovrebbe essere la Bce.
Quella spirale del debito non è una novità: nella seconda metà del secolo scorso quasi tutti i paesi del Sud del mondo si sono indebitati per promuovere una crescita (allora si chiamava "sviluppo") che non è mai venuta. Poi, non potendo ripagare il servizio del debito, sono stati tutti presi sotto tutela dal Fmi, che ha loro imposto privatizzazioni e riduzioni di spesa analoghe a quelle imposte oggi dalla Bce e dal Fmi ai paesi cosiddetti Piigs: con la conseguenza di avvitare sempre più la spirale del debito. La letterina (segreta) che la Bce ha spedito al governo italiano per dirgli che cosa deve fare quei paesi la conoscono bene: ne hanno ricevute a bizzeffe, e sono andati sempre peggio. Viceversa, le economie cosiddette emergenti sono quelle che avevano scelto di non indebitarsi, o che ne sono uscite con un default: cioè decidendo di non pagare - in parte - il loro debito.
La crescita di cui parlano gli economisti - e di cui blaterano tanti politici - è la ripresa, accelerata, del meccanismo che ha governato il mondo occidentale nella seconda metà del secolo scorso e che oggi torna a operare, tra l'invidia generale, nei paesi cosiddetti emergenti (i quali hanno ritmi di sviluppo accelerati solo perché sono partiti da zero, o quasi); mentre da noi quel meccanismo è ormai irripetibile anche in paesi considerati locomotive del mondo. Vorrebbero tornare a moltiplicare la produzione di automobili, di elettrodomestici, di gadget elettronici, in mercati ormai saturi e gravati da eccesso di capacità (vedi il fiasco di Marchionne); di moda e di articoli di lusso in un mondo in cui i ricchi non sanno più che cosa comprare perché hanno già tutto e di più (mentre le produzioni a basso costo sono state delocalizzate in paesi emergenti; per cui ogni eventuale, quanto improbabile, aumento dei redditi da lavoro non avrebbe comunque conseguenze sull'occupazione in Occidente); di turismo in ambienti naturali sempre più degradati e - soprattutto: questa dovrebbe essere la "molla" della ripresa - di Grandi opere. Si tratta di un modello di impresa fondato su finanziamenti pubblici (spesso contrabbandati come finanza di progetto); su catene senza fine di subappalti (con conseguente corruzione, evasione fiscale, caporalato e mafia: non sono guai solo italiani); guasti irreversibili ai territori; inganni e violenze sulle popolazioni locali per imporre l'opera per poi, alla fine dei lavori, destinare all'abbandono territori e tessuti sociali degradati. Il Tav in Val di Susa ne è il paradigma. Per la protezione dell'ambiente, invece, niente. Dicono che per favorire il ritorno alla crescita va - temporaneamente - sospesa. Così si succedono i summit mondiali che non decidono niente, mentre il pianeta corre verso il collasso. Per l'equità - tra paesi ricchi e paesi poveri; tra ricchi e poveri di uno stesso paese; tra l'oggi e le generazioni future - meno ancora.
La crescita per fare fronte al debito non riguarda quindi né l'occupazione (c'è da tempo un disaccoppiamento tra occupazione e aumento del Pil, dei fatturati e dei profitti); né la qualità del lavoro (è sempre più precario in tutto il mondo e si investe sempre meno in formazione); né i redditi da lavoro diretti o differiti (le pensioni); né il benessere delle comunità, messo sotto scacco dal degrado ambientale, dal taglio dei servizi e del welfare, dall'aumento delle persone disoccupate, scoraggiate o emarginate (sospinte sempre più numerose sotto la soglia della povertà); né dalla distruzione della socialità e della socievolezza. Infine, la crescita affidata ai meccanismi di mercato aborre dalle politiche industriali; e se le propone o le invoca, è solo per dare una spinta - con incentivi, sgravi fiscali, tassi di interesse sotto zero o investimenti pubblici in Grandi opere - a un meccanismo che poi dovrebbe andare avanti da sé: non ci sono obiettivi generali da perseguire, perché deve essere il mercato a selezionare quelli che corrispondono alle propensioni del consumatore (esaltato come sovrano quanto più viene soggiogato dai meccanismi della pubblicità e della moda); non ci sono problemi di governance - intesa come composizione degli interessi e partecipazione dei lavoratori e delle comunità alla gestione delle attività che si svolgono su un territorio - perché è l'impresa che deve avere il controllo assoluto su di esse (come sostiene Marchionne tra gli applausi generali). Le privatizzazioni sono la traduzione di questa logica: il trasferimento della sovranità da quel che resta degli istituti della democrazia rappresentativa al dispotismo di imprese sempre più grandi, potenti, centralizzate, lontane dai territori e dalle comunità. Anche questa è una spirale senza fine: più si smantella quanto di pubblico, condiviso, egualitario è stato conquistato negli anni, più si imputa la mancanza di risultati al fatto che non si è ancora smantellato abbastanza. Il liberismo è un dogma senza possibilità di verifiche praticato da una setta incapace di tornare sui suoi passi.
Per far fronte alla crisi - che è innanzitutto crisi delle condizioni di vità della maggioranza della popolazione - valorizzando le risorse che territori, comunità e singoli sono in grado di mettere in campo - ci vuole invece una vera politica economica e industriale; che oggi non può che essere un programma di riconversione ecologica di consumi e produzioni, tra loro strettamente interconnessi. Non c'è spazio - né ambientale, né economico, né sociale - per rilanciare i consumi individuali: generazione ed efficienza energetiche, mobilità sostenibile, agricoltura e alimentazione a km0, cura del territorio, circolazione dei saperi e dell'informazione (e non della patonza) non possono che essere imprese condivise, portate avanti congiuntamente dai lavoratori, dalle loro organizzazioni, dalle iniziative comunitarie, dalle amministrazioni locali, dalle imprese legate o che intendono legarsi a un territorio di riferimento (rime tra le quali, i servizi pubblici locali: non a caso sotto attavvo). Le produzioni che hanno un avvenire, e per questo anche un mercato vero, sono quelle che corrispondono a questi orientamenti; ad esse dovrebbero essere riservate tutte le risorse finanziarie impiantistiche, tecniche e soprattutto umane che è possibile mobilitare. Questo è anche un preciso indirizzo di governance per prendere in carico la conversione ecologica. Sostituire un'economia fondata sul consumo individuale e compulsivo con un sistema orientato al consumo condiviso (che non vuol dire collettivo o omologato: la condivisione esige attenzione per le differenze e per la loro realizzazione) non può essere programmata in modo verticistico; né gestita con i meccanismi autoritari delle Grandi opere. La conversione ecologica è un processo decentrato, diffuso, differenziato sulla base delle esigenze e delle risorse di ogni territorio, integrato e coordinato da reti di rapporti consensuali, basato sulla valorizzazione di tutti i saperi disponibili. Una politica economica e industriale che si ponga questi obiettivi può anche affrontare, in modo selettivo e programmato, l'azzardo di un default: per non destinare più le risorse disponibili al pozzo senza fondo del debito pubblico. Ma certo questo richiede l'esautoramento di gran parte delle attuali classi dirigenti (e di molti economisti). L'alternativa non è dunque tra crescita e decrescita, ma tra cose da fare e cose da non fare più.
Certo le cose non sarebbero facili; ma non lo sono, per i più, neanche ora. Però il circuito bancario si era già bloccato dopo il fallimento Lehman Brothers, e sono intervenuti gli Stati nazionalizzando di fatto, per un po', le banche. Succederebbe di nuovo; e anche senza uscire dall'Euro, perché a intervenire dovrebbe essere la Bce.
Quella spirale del debito non è una novità: nella seconda metà del secolo scorso quasi tutti i paesi del Sud del mondo si sono indebitati per promuovere una crescita (allora si chiamava "sviluppo") che non è mai venuta. Poi, non potendo ripagare il servizio del debito, sono stati tutti presi sotto tutela dal Fmi, che ha loro imposto privatizzazioni e riduzioni di spesa analoghe a quelle imposte oggi dalla Bce e dal Fmi ai paesi cosiddetti Piigs: con la conseguenza di avvitare sempre più la spirale del debito. La letterina (segreta) che la Bce ha spedito al governo italiano per dirgli che cosa deve fare quei paesi la conoscono bene: ne hanno ricevute a bizzeffe, e sono andati sempre peggio. Viceversa, le economie cosiddette emergenti sono quelle che avevano scelto di non indebitarsi, o che ne sono uscite con un default: cioè decidendo di non pagare - in parte - il loro debito.
La crescita di cui parlano gli economisti - e di cui blaterano tanti politici - è la ripresa, accelerata, del meccanismo che ha governato il mondo occidentale nella seconda metà del secolo scorso e che oggi torna a operare, tra l'invidia generale, nei paesi cosiddetti emergenti (i quali hanno ritmi di sviluppo accelerati solo perché sono partiti da zero, o quasi); mentre da noi quel meccanismo è ormai irripetibile anche in paesi considerati locomotive del mondo. Vorrebbero tornare a moltiplicare la produzione di automobili, di elettrodomestici, di gadget elettronici, in mercati ormai saturi e gravati da eccesso di capacità (vedi il fiasco di Marchionne); di moda e di articoli di lusso in un mondo in cui i ricchi non sanno più che cosa comprare perché hanno già tutto e di più (mentre le produzioni a basso costo sono state delocalizzate in paesi emergenti; per cui ogni eventuale, quanto improbabile, aumento dei redditi da lavoro non avrebbe comunque conseguenze sull'occupazione in Occidente); di turismo in ambienti naturali sempre più degradati e - soprattutto: questa dovrebbe essere la "molla" della ripresa - di Grandi opere. Si tratta di un modello di impresa fondato su finanziamenti pubblici (spesso contrabbandati come finanza di progetto); su catene senza fine di subappalti (con conseguente corruzione, evasione fiscale, caporalato e mafia: non sono guai solo italiani); guasti irreversibili ai territori; inganni e violenze sulle popolazioni locali per imporre l'opera per poi, alla fine dei lavori, destinare all'abbandono territori e tessuti sociali degradati. Il Tav in Val di Susa ne è il paradigma. Per la protezione dell'ambiente, invece, niente. Dicono che per favorire il ritorno alla crescita va - temporaneamente - sospesa. Così si succedono i summit mondiali che non decidono niente, mentre il pianeta corre verso il collasso. Per l'equità - tra paesi ricchi e paesi poveri; tra ricchi e poveri di uno stesso paese; tra l'oggi e le generazioni future - meno ancora.
La crescita per fare fronte al debito non riguarda quindi né l'occupazione (c'è da tempo un disaccoppiamento tra occupazione e aumento del Pil, dei fatturati e dei profitti); né la qualità del lavoro (è sempre più precario in tutto il mondo e si investe sempre meno in formazione); né i redditi da lavoro diretti o differiti (le pensioni); né il benessere delle comunità, messo sotto scacco dal degrado ambientale, dal taglio dei servizi e del welfare, dall'aumento delle persone disoccupate, scoraggiate o emarginate (sospinte sempre più numerose sotto la soglia della povertà); né dalla distruzione della socialità e della socievolezza. Infine, la crescita affidata ai meccanismi di mercato aborre dalle politiche industriali; e se le propone o le invoca, è solo per dare una spinta - con incentivi, sgravi fiscali, tassi di interesse sotto zero o investimenti pubblici in Grandi opere - a un meccanismo che poi dovrebbe andare avanti da sé: non ci sono obiettivi generali da perseguire, perché deve essere il mercato a selezionare quelli che corrispondono alle propensioni del consumatore (esaltato come sovrano quanto più viene soggiogato dai meccanismi della pubblicità e della moda); non ci sono problemi di governance - intesa come composizione degli interessi e partecipazione dei lavoratori e delle comunità alla gestione delle attività che si svolgono su un territorio - perché è l'impresa che deve avere il controllo assoluto su di esse (come sostiene Marchionne tra gli applausi generali). Le privatizzazioni sono la traduzione di questa logica: il trasferimento della sovranità da quel che resta degli istituti della democrazia rappresentativa al dispotismo di imprese sempre più grandi, potenti, centralizzate, lontane dai territori e dalle comunità. Anche questa è una spirale senza fine: più si smantella quanto di pubblico, condiviso, egualitario è stato conquistato negli anni, più si imputa la mancanza di risultati al fatto che non si è ancora smantellato abbastanza. Il liberismo è un dogma senza possibilità di verifiche praticato da una setta incapace di tornare sui suoi passi.
Per far fronte alla crisi - che è innanzitutto crisi delle condizioni di vità della maggioranza della popolazione - valorizzando le risorse che territori, comunità e singoli sono in grado di mettere in campo - ci vuole invece una vera politica economica e industriale; che oggi non può che essere un programma di riconversione ecologica di consumi e produzioni, tra loro strettamente interconnessi. Non c'è spazio - né ambientale, né economico, né sociale - per rilanciare i consumi individuali: generazione ed efficienza energetiche, mobilità sostenibile, agricoltura e alimentazione a km0, cura del territorio, circolazione dei saperi e dell'informazione (e non della patonza) non possono che essere imprese condivise, portate avanti congiuntamente dai lavoratori, dalle loro organizzazioni, dalle iniziative comunitarie, dalle amministrazioni locali, dalle imprese legate o che intendono legarsi a un territorio di riferimento (rime tra le quali, i servizi pubblici locali: non a caso sotto attavvo). Le produzioni che hanno un avvenire, e per questo anche un mercato vero, sono quelle che corrispondono a questi orientamenti; ad esse dovrebbero essere riservate tutte le risorse finanziarie impiantistiche, tecniche e soprattutto umane che è possibile mobilitare. Questo è anche un preciso indirizzo di governance per prendere in carico la conversione ecologica. Sostituire un'economia fondata sul consumo individuale e compulsivo con un sistema orientato al consumo condiviso (che non vuol dire collettivo o omologato: la condivisione esige attenzione per le differenze e per la loro realizzazione) non può essere programmata in modo verticistico; né gestita con i meccanismi autoritari delle Grandi opere. La conversione ecologica è un processo decentrato, diffuso, differenziato sulla base delle esigenze e delle risorse di ogni territorio, integrato e coordinato da reti di rapporti consensuali, basato sulla valorizzazione di tutti i saperi disponibili. Una politica economica e industriale che si ponga questi obiettivi può anche affrontare, in modo selettivo e programmato, l'azzardo di un default: per non destinare più le risorse disponibili al pozzo senza fondo del debito pubblico. Ma certo questo richiede l'esautoramento di gran parte delle attuali classi dirigenti (e di molti economisti). L'alternativa non è dunque tra crescita e decrescita, ma tra cose da fare e cose da non fare più.
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