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6 mag 2012

la disoccupazione creativa

È LA DISOCCUPAZIONE CREATIVA CHE CI DIFENDERÀ DAL MERCATO
di FRANCO LA CECLA, da “la Repubblica” del 13/4/2012
 
   Sono passati più di trent’ anni da quando Ivan Illich scrisse un corrosivo pamphlet, “Il diritto alla disoccupazione creativa“, nel quale teorizzava che contrariamente alle preoccupazioni sulla piena occupazione e al verbo di sinistra e di destra sul valore del lavoro c’era un’altra via, quella di concepire la propria disoccupazione come un’occasione straordinaria per uscire dalle logiche solite del salario e del mercato.
   Illich rivendicava uno spazio alla disoccupazione creativa nel quale si mettevano in dubbio le logiche che avevano trasformato il lavoro in qualcosa da fare per un salario e invece si riscattava la natura liberatoria di pratiche, azioni, saper fare, attività individuali e collettive che lui chiamava vernacolari. Vernacolare era secondo lui quello che nasceva dalla logica del fare qualcosa per sé o per gli altri, dall’orto all’asilo gestito in comune, dal mutuo appoggio al fare artigiano, artistico o letterario.
   Il diritto alla disoccupazione creativa leggeva nella schiavitù del lavoro salariato la peggiore delle maledizioni che l’uomo moderno si era inventato e nel recupero del fare per sé e per gli altri una magnifica strada per una società conviviale.
   Oggi le tesi di Ivan Illich sono riprese da Richard Sennett nel suo bel libro “Insieme” che racconta come i luoghi che più hanno costituito comunità e democrazia dal basso sono stati nella storia gli “workshop“, i laboratori artigiani proprio perché è nel fare con le mani, con il corpo e con gli altri che si crea quel legame che consente alle comunità di resistere alla stupidità suicida del capitalismo.
   L’ arte del fare cose belle, utili, insieme cioè dell’avere un saper fare individuale o collettivo è ben lontana dall’idea di lavoro propugnata da un neoliberalismo che vorrebbe tutti dequalificati e decentrati e che sembra diventato più un piagnisteo bancario che un progetto di società.
   Strano che in un paese come l’Italia che ha inventato la qualità del fare ci si faccia prendere in giro da formule di rilancio dell’economia che non tengono conto dello straordinario potenziale che hanno le pratiche in cui la gente si realizza, sente di essere utile, sente di possedere un mestiere.
   Mi sono commosso poco tempo fa visitando un laboratorio di sarti di altissimo livello in un paesino sperduto e bello dell’Abruzzo: le mani di sarti che vi lavoravano conoscevano stoffe e corpi che dovevano indossarle, sagomavano, davano il garbo a giacche, tendevano pantaloni e dettagliavano asole con una felicità che poi spiegava come mai tra i loro clienti c’era e c’è Obama, Clinton e tutti i James Bond.
   Ma la logica del lavoro artigiano di alta qualità è la stessa degli artisti che non pensano di “lavorare” quando dipingono o quando scolpiscono, o degli scrittori che non ragionano con un tanto a parola, ma con la soddisfazione che gli viene mentre buttano giù le righe. Effettivamente la crisi attuale potrebbe essere un modo di uscire finalmente dalla logica risicata dei banchieri e degli economisti nostrani.
   È solo l’ energia, la gioia, la creatività, quella che soprattutto hanno i giovani a potere inventare “valore”. Il valore, e questo gli economisti una volta lo sapevano, esiste prima del denaro. In altri paesi è così che si è fatto il salto in avanti, dando spazio proprio a queste arti e a queste culture del fare spremendo l’entusiasmo giovanile nelle passioni pratiche.
   Ma come si fa ad aspettarsi una cosa del genere in un paese come l’Italia che ha pianificato il genocidio dei propri giovani, che è stata la prima generazione a ricordo d’uomo ad avere deciso che per i giovani non c’era altra strada che quella di mettersi in ginocchio di fronte agli sdentati e pavidi adulti.
   In Cina, in Brasile, in Argentina, in India gli artisti, gli artigiani, coloro che si riappropriano delle risorse della terra, le cooperative di consumo, le cooperative di autocostruzione, l’educazione autogestita, i social network, l’informatica come accesso alle informazioni e come dibattito e discussione, tutto questo ha consentito e consente il “grande balzo in avanti”.
   E non si tratta della banalizzazione delle idee di Ivan Illich operata oggi da coloro che si battono per la decrescita. La decrescita è ancora nella logica economica. Qui si tratta di riappropriarsi del valore del tempo, dei gesti, delle pratiche, dei saper fare e saper dire, del saper stare insieme e sapere gestire le risorse naturali e culturali. Il tesoro che i banchieri tanto cercano sta qui, e non si tratta di tirare la cinghia ma proprio del contrario dell’avere della vita e della società una concezione ricca e creativa.
   Quella che l’Italia ha insegnato al mondo nella sua passione per il bello, l’interessante, il fatto bene e che è stata cancellata dal ventennio più volgare che questo paese abbia avuto. Ma chissà che invece la crisi non aiuti anche noi a riscoprire il “valore” del valore. – FRANCO LA CECLA

11 mar 2012

i confini del progresso

di SALVATORE SETTIS 
La denuncia di Roberto Saviano è un grido d`allarme che costringe a ricondurre sul piano suo proprio, quello degli affari, ogni discorso sull`alta velocità. Gli affari sporchissimi (delle mafie) e quelli, si suppone puliti, delle imprese e delle banche. Ma che vi siano fra gli uni e gli altri intrecci e convergenze di interessi non occorre dimostrare. La storia del riciclaggio di denaro sporco di tutte le mafie, in Italia e fuori, semplicemente non esisterebbe, se non si fosse trovata ogni volta l`impresa “pulita” ma disponibile a trasformare capitali sporchi in condominii, alberghi, autostrade. Lo scontro pro e contro il progetto Tav in Val di Susa (ma anche altrove, come nel “passante” di Firenze) non si deve svolgere dunque solo sulla fattibilità dei percorsi o i volumi del traffico. Altrettanto importante è chi partecipa agli appalti, e se quel che intende guadagnare corrisponde alla legalità e al pubblico interesse. Ha troppa fretta chi considera i paladini proTav come moderni alfieri dello Sviluppo, bollando i loro oppositori come arcaici cultori del Ristagno. Il volume degli affari qui in ballo (compresi quelli delle mafie) è tale che sulla stessa parola “sviluppo” pesa un gigantesco equivoco. Per sviluppo, infatti, dovremmo intendere il beneficio che deriverà al Paese e ai cittadini da una “grande opera” dopo che sia stata eseguita e sia entrata in funzione. Sempre più spesso, invece, si tende a considerare “sviluppo” l’opera stessa, la mera mobilitazione di banche e imprese, capitali (pubblici) e manodopera. Sterile progetto, se la “grande opera” si rivelasse inutile o producesse guasti ambientali e sociali. La linea Tav già realizzata fra Bologna e Firenze è certo un vantaggio per chi la usa, ma ha provocato la morte di 81 torrenti, 37 sorgenti, 30 pozzi e 5 acquedotti, inquinando con sostanze tossiche 24 corsi d’acqua. I responsabili delle imprese, condannati per disastro ambientale dal Tribunale di Firenze, sono stati poi assolti in appello: insomma, la strage ambientale c`è stata, ma nessuno è colpevole. Era possibile evitare lo scempio? Secondo il Sole-24 ore, il costo per chilometro delle linee Tav in Italia è il quadruplo che in Francia: quanto di questo enorme divario si poteva spendere per salvare agricoltura e ambiente? Quanto, invece, hanno incassato le imprese interessate, e come lo stanno reinvestendo? Quale sviluppo, e a vantaggio di chi, hanno innescato quegli utili, mentre si devastavano valli e fiumi? Il loro reinvestimento sta contribuendo a risolvere la crisi senza dirottarne il costo sui più deboli e più giovani? Tramontata ogni ipotesi di project financing sui progetti Tav, la Corte dei conti ha osservato che l`assenza di «una realistica analisi dinamica della copertura economica», ha provocato «un onere rilevantissimo per la finanza pubblica», a causa di «specifici comportamenti del management delle società in questione», nella «penombra che ha circondato importanti negoziazioni», con «decisioni irrazionali o immotivate» che hanno «inciso direttamente o indirettamente sul patrimonio pubblico». Nonostante questo, si è tirato diritto, sulla base di una «connotazione chiaramente apodittica». Anche in Val di Susa, pur senza un’attendibile analisi costi-benefici, la Tav è considerata ineluttabile. Ma il progetto ha oltre vent’anni, le previsioni di traffico su cui si basava si sono rivelate erronee e hanno obbligato a destinarlo principalmente al traffico merci, la condivisione dei costi con la Francia è svantaggiosa. Eppure su questi ed altri motivi di perplessità, a quel che pare, è vietato discutere. Si parla, per un futuro più o meno remoto, di consultazioni con le popolazioni del luogo: un obbligo della convenzione di Aarhus, ratificata dall`Italia nel 2001 ma finora disattesa. Ma più che alle convenzioni internazionali si dà peso agli impegni con le imprese, a costo di darvi corso manu militari. In un racconto di Mario Soldati, Il berretto di cuoio (1967), il protagonista, Aduo, è «lo scemo del villaggio», che però «non era affatto uno scemo», era anzi« aperto, simpaticissimo, intelligente». Ma non lavorava, non aveva un mestiere; un caso, dicevano i medici, «di sviluppo arrestato». Finché, affascinato dal cantiere dell’autostrada Torino-Piacenza, scatta la scintilla: assunto come guardiano, «lavorò per dieci», senza limiti di tempo, dall`alba a notte fonda»; sempre «scrutando con rapide occhiate» i lavori dell`autostrada, felice e attonito, con «lo sguardo che avrebbe potuto avere un assoluto responsabile, unico appaltatore, unico progettista, unico azionista dell`autostrada». Quando l`autostrada è finita, il tracollo: Aduo non può vivere senza, non mangia e non beve, viene ricoverato. Una specie di “complesso di Aduo” sembra aver preso alla gola troppi italiani, che non sanno immaginare altro sviluppo che la cementificazione del suolo. Distraendoci da altri investimenti più lungimiranti e produttivi, questo modello di crescita alla cieca è, come quello di Aduo, uno “sviluppo arrestato” che inceppa il Paese. Una risposta autoritaria non è accettabile. È necessaria una discussione aperta e radicale, tanto più in tempi di contenimento della spesa pubblica. È giusto spendere per la Tav, quando sono allo sfascio ferrovie minori e treni notturni, anche internazionali? Non sarebbe meglio potenziare le strutture esistenti, a cominciare dalla cintura ferroviaria di Torino? È meglio costruire nuove grandi opere o arrestare il degrado dei servizi sociali e della scuola? Viene prima la difesa del paesaggio, dell`agricoltura e dell`ambiente o la (presunta) convenienza economica della Tav? Unica bussola per rispondere a queste domande, la Costituzione consacra la tutela del paesaggio e dell`ambiente: «La primarietà del valore estetico-culturale», anzi, non può essere «subordinata ad altri valori, ivi compresi quelli economici», e pertanto dev`essere «capace di influire profondamente sull`ordine economico-sociale» (Corte Costituzionale, 151/1986). I portatori (sani?) del “complesso di Aduo” dicono il contrario: che le ragioni economiche sovrastano i principi del bene comune. Un “governo tecnico” dovrebbe avere la forza di aprire sul tema un vero tavolo di confronto. Parlare di” campagne ‘informazione” a una direzione, il cui esito si dia per scontato, non ha nulla di “tecnico”. Sarebbe un gesto politico: e non è di questa politica che il Paese ha bisogno.

9 dic 2011

il grido silenzioso dell’agricoltura italiana

Scritto da Uomo Zappiens Giovedì 08 Dicembre 2011

superfarmer
di Uomo Zappiens – Megachip.
Dal 2000 al 2010 hanno chiuso i battenti il 32,2 per cento delle aziende agricole italiane. Lo dicono i dati provvisori del 6° Censimento dell’Istat (http://censimentoagricoltura.istat.it) pubblicati pochi mesi fa. Queste le cifre: alla data del 24 ottobre 2010 in Italia risultano attive 1.630.420 aziende agricole e zootecniche di cui 209.996 con allevamento di bestiame destinato alla vendita: il 32,3 per cento in meno, appunto, dell’anno 2000. E’ il risultato di un processo pluriennale di concentrazione dei terreni agricoli come effetto delle politiche comunitarie e, anche, dell’andamento del mercato.
Infatti la dimensione media aziendale è passata, in un decennio, da 5,5 ettari di Superficie Agricola Utilizzata (SAU) per azienda a 7,9 ettari (+44,4%) sebbene la Superficie Aziendale Totale (SAT) sia diminuita dell’8% e la SAU in termini assoluti del 2,3%.
Siamo di fronte a una vera e propria catastrofe. Questa catastrofe è accolta dal silenzio generale e le grida degli agricoltori sono sepolte dall’indifferenza.  Perché?
Ma perché il dato è considerato positivo. Questo infatti è ciò che doveva avvenire secondo la teoria della modernizzazione agricola e di superamento delle forme considerate arretrate di produzione, connessa a quella dello sviluppo misurato in termini di crescita economica. Teoria utilizzata come fondamento per le politiche agrarie nella seconda metà del novecento e che è diventata l'asse portante delle politiche agricole dell'Unione Europea. 
Ce lo spiega Jan Douwe Van der Ploeg titolare della cattedra di sociologia rurale presso l’Università di Wageningen in Olanda e punto di riferimento per gli studiosi di politica agraria europei.
La teoria della modernizzazione in agricoltura -ci spiega lo studioso- ha costruito un modello di azienda agricola moderna o convenzionale, quella che la politica e la rappresentanza si sono date come obiettivo. Tale azienda è un’impresa gestita secondo regole comuni e che segue un modello produttivo standardizzato, con l’obiettivo di produrre quantità e non qualità. 
I fattori produttivi vengono dall’esterno, cioè non sono generati dall’azienda o dal territorio (fertilizzanti, sementi, pesticidi, trattori ecc.);i prodotti devono essere trasformati secondo logica industriale e non artigianale e vengono inseriti in filiere lunghe finendo anche a migliaia di km. Il valore aggiunto che si accumula negli spostamenti viene sottratto all’agricoltore e drenato da altri settori e dagli intermediari.
L’Azienda inoltre è costretta all’interno di un quadro normativo stabilito dallo Stato e/o dalla UE. L’organismo pubblico legittima questo sistema e le politiche sono orientate a difenderlo.
La macchina ideologico-giuridico-istituzionale è interamente impegnata a eliminare ogni possibile alternativa a questo disegno. 
Per questo i dati provvisori del Censimento non sono stati accolti da un giusto allarme e le grida di dolore degli agricoltori sono state coperte dal silenzio mediatico.
Perché? Ma perché ci stiamo modernizzando. Perché l’Italia si mette al passo con l’Europa per quanto riguarda la dimensione delle aziende. Tutto bene? Non proprio. Perché, come ci ricorda Van Der Ploeg, questo modello di azienda si è rivelato insostenibile.
Innanzitutto a livello economico. Esiste infatti, rispetto ai primi anni della modernizzazione, una tendenziale caduta del reddito degli agricoltori che vede restringere pericolosamente la forbice tra costi e ricavi.  Questo è motivo della chiusura di tante aziende ma anche della vita difficile delle molte altre che lottano per rimanere sul mercato.
In secondo luogo l’agricoltore non è più autonomo, perde le sue abilità e il suo sapere, non può più decidere cosa coltivare e dove vendere e diventa un puro esecutore del sistema tecnologico-industriale, costretto oltretutto a passare molte ore del suo lavoro in adempimenti burocratici. E’ stato espropriato delle proprie capacità gestionali. Ridotto ad essere un semplice fornitore di materia prima.
Infine l’insostenibilità ambientale: la terra, l’acqua, l’aria sono profondamente inquinate dal sistema di produzione, trasformazione e commercializzazione agricola. L’agricoltura industriale è responsabile del 30 per cento dei gas serra sul pianeta. L’impoverimento dei suoli a causa dell’uso intensivo di fertilizzanti chimici, invece dell’utilizzo dei metodi che per millenni hanno garantito la fertilità dei suoli come la rotazione e la multicultura, contribuisce, impermeabilizzando i terreni, anche alle inondazioni continue a cui assistiamo. Gli effetti esterni dell’industrializzazione dell’agricoltura sono gravissimi sull’ambiente e sulla salute dei consumatori.
Van der Ploeg analizza però soprattutto gli effetti interni concentrandosi sulla progressiva espropriazione della capacità gestionale dell’agricoltore, la rottura dell’unità tra produzione e riproduzione dei fattori naturali (acqua, terra, piante, animali) e il progressivo sganciamento dell’agricoltura dal contesto locale, inteso come ecosistema e come prodotto di rapporti sociali.
Si determina, ci spiega, una standardizzazione dei processi produttivi sempre più dipendenti da prescrizioni esterne. L’agricoltore viene espropriato anche della sua attitudine a sperimentare per migliorare le condizioni produttive. Si genera una figura di agricoltore virtuale capace di eseguire correttamente un complesso di operazioni prescritte dall’esterno e trasmesse attraverso un apparato di divulgazione e assistenza tecnica.
L’innovazione tecnologica diffusa dall’apparato di divulgazione era considerata condizione essenziale per il superamento delle forme arretrate di produzione. Le resistenze al cambiamento, chiaramente visibili,  da parte degli agricoltori erano interpretate dai teorici della modernizzazione come prodotto di “arretratezza culturale” anche se invece si trattava di comportamenti logici basati su una corretta analisi del rapporto tra costi e benefici.
Van der Ploeg interpreta il fenomeno dell’insostenibilità economica come una crisi strutturale della modernizzazione agricola e fornisce come risposta la rivalutazione del modello di produzione contadino.
Pur inserito nel quadro di un sistema regolato dal mercato capitalistico, infatti, il modello di produzione contadino garantisce un basso grado di mercificazione, un alto grado di autosufficienza, la passione per il lavoro e la cura delle risorse; la conoscenza localmente trasmessa, garantisce la relazione tra natura (viva e non morta questa volta) e società, la padronanza del mestiere e un rapporto di continuità tra passato presente e futuro.
Il modello contadino è basato sulla necessità non solo di realizzare il prodotto ma anche di riprodurre le risorse produttive (acqua, terra, semi). Il suolo non viene impoverito. La natura non è nemica da dominare e da cui si può prescindere. 
La modernizzazione in 50-60 anni avrebbe dovuto far scomparire i contadini. Ma le cose non sono andate come previsto. Si è manifestata infatti una forte resistenza anche in Europa e sono molti i luoghi dove si riafferma un modo di produzione alternativo.
I paesi del sud del mondo sono quelli che hanno la guida di questo processo.
Il movimento Sem terra in Brasile (anni 80) nato anche grazie al sostegno della chiesa cattolica, ha consentito il ritorno alla terra di milioni di persone che vivevano nelle periferie urbane e nelle favelas. 
[.....]
Le pratiche innovative che gli agricoltori già mettono in atto per assicurare nuove fonti di reddito vanno dalla filiera corta alla trasformazione dei prodotti in azienda all’agricoltura biologica, agriturismo, agricoltura sociale ed altro.
Iniziative come Terra Madre (Piemonte dal 2004) e Terra Futura (Toscana) sono dei grandi momenti di confronto globale su questi temi.
L’Italia ha i migliori prodotti agroalimentari del mondo e una varietà enormemente superiore a molte altre parti del pianeta. La pretesa di devastare la biodiversità ma anche la diversità culturale è una tendenza che dovrebbe trovare un muro invalicabile a difesa della nostra elevatissima cultura alimentare. Sarebbe ora di manifestare l’amore per questo paese in modo concreto difendendo la bellezza del paesaggio rurale, la preziosità dei prodotti alimentari, la varietà delle culture e praticando, da subito, un modello di agricoltura sostenibile.
Molta gente lo fa da anni, senza sostegno, senza aiuto, senza un supporto politico e a fronte di una enorme pressione contraria.
E’ urgente mettersi alla testa di questo nuovo modo di pensare ed è ancora più urgente superare la rimozione dell’anima rurale di questo paese facendo rientrare a pieno titolo l’agricoltura nelle priorità politiche del futuro.



29 nov 2011

Lasciateci seminare

di Daniela Passeri, 28 novembre , * http://www.venezia2012.it/
 

La Rete Semi Rurali, insieme con Acra e Crocevia, ha lanciato la campagna “Semi legali, semi locali” per chiedere alla Conferenza Stato-Regioni e al Ministero delle Politiche Agricole di riconoscere agli agricoltori il diritto alla selezione, conservazione e commercializzazione dei semi di antiche varietà locali. Diritto già scritto in una direttiva europea (98/95/CE), ma in Italia manca il solito decreto ministeriale che gli agricoltori aspettano da almeno tre anni.
I semi sono quanto di più strettamente regolamentato si possa immaginare. Il Catalogo delle varietà vegetali, una sorta di libro della natura ad uso dei burocrati, è molto rigoroso ed ha di fatto escluso dal business sementiero le varietà locali ed autoctone che hanno (quasi) perso il diritto di esistere: se non sei nel catalogo nessuno ti compra, nessuno ti coltiva. Per ovviare a questo sgarbo alla natura sono stati creati cataloghi paralleli di varietà “da conservazione”.
Ai produttori agricoli è riconosciuto (legge 1096/71)  il diritto alla vendita diretta “di modiche quantità” (sic!) di semi da conservazione, cioè di varietà locali, purché lo facciano in ambito locale, purché autorizzati, purché dimostrino di avere adeguate capacità tecniche, purché abbiano le macchine adatte alla pulizia….  Purché, in definitiva, siano un’industria sementiera.
Non solo: per ottenere i contributi dalla UE occorre dimostrare di aver acquistato semi certificati (da un anno questo non vale più per i cereali) dai soliti big delle sementi, cinque multinazionali (Monsanto, Du Pont, Syngenta, Groupe Limagrain, Land O’Lakes) che detengono il 57% del mercato mondiale dei semi, quindi delle colture. Ovvero, decidono quello che arriva in tavola.
E noi mangiamo pane e pasta ottenuti dalle farine “migliori” ma solo in termini di velocità di impasto (con maggiore azoto e maggiori proteine, che rendono l’impasto più “resistente” alle sollecitazioni delle macchine, ma povere di oligoelementi, cioè vitamine e minerali), e velocità di lievitazione (lievito di birra invece delle miscele di pasta madre, anche queste troppo slow), a scapito delle loro qualità organolettiche, nutrizionali, di durata (il pane la sera è già da buttare). Insomma, le farine bianche, superraffinate, ottenute dalla selezione di grani monovarietali concepiti dalla ricerca agronomica, dice Riccardo Bocci, coordinatore della Rete Semi Rurali (www.semirurali.net) “per essere venduti nei cinque continenti con l’idea che i campi possono essere resi tutti uguali, basta aggiungere più o meno acqua, più o meno fertilizzanti chimici, diserbanti, pesticidi, funghicidi. Questo aspetto pone forte la questione della ricerca sulle sementi, che, poiché determina quello che noi mangiamo, deve essere pubblica. E pone forte anche la questione del costo ambientale enorme di questa politica agricola che favorisce soltanto l’agricoltura industriale”.
La campagna della Rete Semi Rurali pone dunque l’accento sulla necessità di tornare a “rilocalizzare” le colture, una delle 8 “R” (insieme con “ridurre”, “ridistribuire”, “rivalutare”…) con cui Serge Latouche spiega il pensiero della Decrescita. Per fare un esempio, si tratta di tornare a coltivare varietà di frumento autoctone o “antiche”, ciascuna nel suo territorio d’elezione, non per un nostalgico ritorno al passato, ma perché sono il risultato di novemila anni di adattamento all’ambiente e miglioramento varietale, quindi sono le più adatte a crescere in un certo territorio e le migliori per chi voglia abbandonare l’agricoltura convenzionale. “Sono le piante – sottolinea Bocci – che i nostri avi hanno coltivano nelle nostre campagne fino a circa 70-80 anni fa e sono quelle che meglio si adattano a ciascun terreno, ciascun micro-clima, a metodi agronomici naturali, precedenti l’introduzione massiccia della chimica, e quindi sono le più indicate per chi voglia passare al biologico, oltre che costituire una grande ricchezza per la biodiversità”.
Giuseppe Li Rosi, produttore di frumenti antichi a Raddusa (Catania), e oggi commissario straordinario della Stazione sperimentale di granicoltura per la Sicilia di Caltagirone, è uno degli agricoltori che, in sordina, al limite della legalità, ha ricominciato a produrre frumenti antichi con metodo biologico operando prima una lunga selezione, durata una decina d’anni, per capire quali sementi erano più adatte alla sua terra.
Dove avrà trovato i semi, visto che l’industria sementiera non tratta queste varietà marginali e non è possibile acquistarle da altri contadini? “In gran parte alla Stazione sperimentale di Caltagirone -  racconta Li Rosi – ma anche andando nelle campagne dai contadini più anziani, partendo da quantità minime, anche 700 grammi di semi, quindi in modo illegale e senza dichiararlo, altrimenti avrei perso pure i contributi. E’ stato mio padre ad intuire che la coltivazione biologica sarebbe stata più redditizia di quella convenzionale, per via delle sovvenzioni. Però, coltivare con metodi che io preferisco chiamare naturali, con semi che sono stati progettati per la chimica, non funziona. Ho dovuto mettermi alla ricerca dei semi più adatti ai miei campi con i quali oggi ottengo, in qualsiasi condizione, una resa omogenea di 25 quintali/ettaro contro i 40-60 quintali/ettaro del convenzionale, però i costi di produzione del biologico sono la metà di quelli del convenzionale. In più, la qualità non ha paragoni: il frumento antico si radica più in profondità, quindi contiene più microelementi, ovvero sali minerali, in particolare manganese e selenio, mentre i frumenti dell’agrobusiness si accontentano dell’azoto e del fosforo con cui sono pompati. Ma sono prodotti di sintesi, da combustibile fossile a cibo”.
Per essere competitivo sul mercato Li Rosi sa che deve chiudere la filiera: produrre solo materia prima – il cui prezzo viene deciso alla borsa dei cereali di Chicago – per un’azienda agricola non è più sufficiente, occorre trasformare il grano in farina, la farina in pane e pasta. Così il contadino recupera la sua dignità di produttore di cibo e riattiva l’artigianato che, su piccola scala, può produrre alimenti di altissima qualità, anche nutrizionale, che non hanno bisogno di essere raffinati per diventare stabili, essere trasportati, durare a lungo.
In Italia il 50 per cento dei semi viene acquistato dai sementieri ma c’è poi un 50 per cento, nell’industria cerealicola, che continua a produrre i semi da sé. “Questo si spiega – dice Bocci – perché esistono ancora tanti piccoli agricoltori che per varie ragioni, familiari, di tradizione, hanno continuato a produrre secondo un modello agricolo considerato da più “sottosviluppato”, ma che ha permesso una certa diversità nei campi. Però questi agricoltori hanno un’età che va dai 65 ai 90 anni: la sfida sarà creare un ponte tra generazioni per non disperdere semi e conoscenze”.

28 nov 2011

Denaro-denaro-denaro: il ciclo della finanziarizzazione

di Francesco Indovina «Si può fare a meno del fallimento dell’Italia! Vediamo un po’»Sbilanciamoci newsletter, 26 novembre 2011  

C’è un po’ di terrorismo in chi è contrario al fallimento nel descriverne gli effetti. Mi è chiaro che giungere a una qualche forma di fallimento non è come bere una tazza di caffè, ma il problema non è questo, il tema è: se ne può fare a meno? Una risposta a questo interrogativo presuppone una qualche considerazione sulle trasformazione del capitalismo. Un po’ mi devo ripetere, mi scuso.

Si sostiene che la crisi attuale è una crisi da eccessiva capacità produttiva e da mancanza di domanda solvibile. Due osservazioni: da una parte questa interpretazione è contraddittoria con l’osservazione che la crisi prende corpo da un eccesso di domanda a “credito”, quindi non la domanda ma la sua finanziarizzazione è il problema; dall’altra parte è vero che c’è una crisi di domanda dato che la popolazione viene continuamente tosata per far fronte alle ingiunzioni della finanza.

È necessario riflettere che la finanziarizzazione dell’economia non è solo una evoluzione del capitalismo ma la modificazione della sua natura. Il processo è passato dalla proposizione denaro-merce-denaro (D-M-D), attraverso il quale il capitale, con una distribuzione non equa del valore prodotto tra capitale e lavoro, accumulava ricchezza, a quella odierne denaro-denaro-denaro (D-D-D), che senza la “mediazione” della produzione di merci (e servizi), permette di accumulare ricchezza (in poche mani).

Si rifletta sui seguenti dati mondiali: il PIL ammonta a 74.000 miliardi; le Borse valgono 50.000 miliardi; le Obbligazioni ammontano a 95.000 miliardi; mentre gli “altri” strumenti finanziaria ammontano a 466.000 miliardi. Risulta così che la produzione reale, merci e servizi (74.000 miliardi), è pari al 13% degli strumenti finanziari. Quanto uomini e donne producono, in tutto il mondo, rappresenta poco più di 1/10 del valore della “ricchezza” finanziaria che circola. Questo dato quantitativo ha modificato la qualità dell’organizzazione economica: mentre resta attiva la parte di produzione materiale si è sviluppata un’enorme massa di attività finanziaria che mentre trent’anni fa lucrava sul “parco buoi”, nome affibbiato a chi affidava alla borsa i propri risparmi nella speranza di arricchirsi, ora lucra sui popoli che da una parte sono sottoposti a una distribuzione non equa di quanto producono (gli indipendenti sono poco tali e sono entrati nella catena allungata del valore aggiunto) e, dall’altra parte, sono tosati (più tasse e meno servizi) in quanto cittadini.

Si tratta di un mutamento che investe la produzione, la distribuzione della ricchezza, ma anche il processo politico e la stessa, tanta o poca che sia, democrazia. Quando la ricchezza si produce attraverso la mediazione della merce era attiva dentro lo stesso corpo della produzione, una forza antagonistica che cercava di imporre una diversa distribuzione della ricchezza prodotta e l'affermarsi di diritti di cittadinanza. Nessun regalo, conquiste frutto di lotte, di lacrime e sangue. Al contrario quando diventa prevalente il meccanismo finanziario, si scioglie il rapporto tra capitale e società, e diventa impossibile ogni antagonismo specifico. Tutto si sposta sul piano politico, un bene e un male insieme. Un male perché manca una cultura alternativa, tutti viviamo entro la dimensione liberista e del mercato, un bene perché è possibile andare alla radice del problema.

È diventato senso comune che il mercato (finanziario) vuole sicurezza e credibilità! È una parte molto modesta della verità. La speculazione finanziaria da se stessa, data la massa di risorse che muove, e le tecnologie che usa (gli High Frequency Trading – HFT – che muovono due terzi delle borse), si crea autonomamente le occasioni di successo per speculare. Come ha scritto Prodi “i loro computer scattano tutti insieme, comprano e vendono gli stessi titoli e forzano in tal modo il compimento delle aspettative”. Contrastare la speculazione, come lo si sta facendo, significa solo offrirle alimento continuo. Si può fare più equamente, e sarebbe importante, ma questo non intaccherebbe il meccanismo. Bisogna colpire direttamente la speculazione al cuore, toglierle l’acqua nella quale nuota. Certo che ci vorrebbe un’azione comune a livello internazionale, ma l’elite politica e tecnica è figlia ideologica, qualche volta non solo ideologica, del liberismo e della finanza; ambedue si possono “criticare” ma non toccare, bisogna farli “operare meglio”. Come ha scritto Halevi, le maggiore banche tedesche e francesi sono piene di titoli tossici, messi in bilancio al loro valore nominale mentre valgono zero, ma il sistema (la governance europea franco-tedesca) difende le banche tedesche e francesi, mettendo in primo piano i debiti sovrani e le banche dei paesi sotto tiro (e quando toccherà alla Francia? Perché toccherà!).

In sostanza il sistema non si tocca; si possono punire, anche severamente, come in America, chi la fa grossa, ma poi si finanziano le banche, né si riesce a mettere una qualche freno (amministrativo, fiscale, legislativo, ecc.) alla speculazione. Come l’apprendista stregone che non riesce a gestire le forze che ha scatenato.

Non voglio dire che il sistema è al collasso, ma è sulla strada; ci vorrà tempo (anche secoli secondo Ruffolo) e ci vorranno forze, ma si coglie “una condizione di insoddisfazione diffusa, di generale incertezza e di sfiducia e timore del futuro”.

La Grecia ha fatto tutto quello che le era stato richiesto, licenziamenti, diminuzione di stipendi, tagli, ecc. ed è giunta, di fatto al fallimento (controllato). La speculazione finanziaria ha aggredito la Grecia, ha tosato la popolazione, ha scarnificato la società. Il furbo Papandreu ha tentato la mossa democratica del referendum, è stato redarguito, bastonato ed ha fatto marcia indietro.

Oggi tocca all’Italia (un po’ alla Spagna, domani la Francia, nessuno è al riparo. La finanza non ha patria, non ha terra, non ha sangue), che si appresta (con serietà, si dice) a seguire le richieste della Banca europea, del Fondo monetario, della Commissione della UE, cioè di fatto della finanza, per scivolare lentamente in una versione diversa della Grecia. Ha senso? Certo che no, ma la questione è: ha senso una politica keynesiana? Ha senso una più equa distribuzione dei sacrifici? Ha senso pensare a risposte più “riformiste” e civili alle indicazione della Banca europea? Ha senso pensare ad operation twist (di che dimensione dato l’ammontare del debito italiano), proposta da Bellofiore e Toporowski? senza con tutto questo intaccare il potere e la capacità operativa della speculazione (che costituisce parte strutturale del sistema)?

Credo di no, e mi domando: è necessario continuare ad avere la Borsa che ha perso ogni originale funzione? È possibile dividere le banche che fanno finanza da quelle della raccolta e collocamento del risparmio? È possibile avere una banca europea che operi come una banca nazionale? È possibile avere un governo europeo, non solo economico ma generale? È possibile tassare le rendite e i patrimoni? Ecc. Tutto è possibile ma poche cose sono probabili.

Qual è l’ottica con la quale un governo di centro-sinistra (che si dice probabile) deve guardare alla situazione? Certo c’è da ricostruire il senso della società, come dice Rosy Bindi, c’è da ricostruire un ruolo internazionale, c’è da rilanciare lo sviluppo (sostenibile, equilibrato, ambientale, risparmiatore, ecc. lo si qualifichi quanto lo si vuole), c’è da affrontare il problema del lavoro di giovani, donne, precari, disoccupati, c’è da occuparsi di scuola, sanità, territorio, ecc. La domanda è: tutto questo è fattibile insieme al pagamento del debito? Qualcuno (Amato) parla di una patrimoniale di 300-400 miliardi per ridurre drasticamente il debito. Bene, ma tutto il resto come lo si fa? Sacrifici, per piacere no, riforme impopolari per piacere no, e non solo per collocazione politica ma perché inutili e dannosi per fare tutte le cose elencate prima.

Penso che bisogna mettere mano al debito. Il come, dipende da volontà e forza: un concordato con i creditori (via il 30%); una moratoria di 3-5 anni; differenziato rispetto alle persone fisiche e alle istituzioni (le banche che hanno in bilancio titoli tossici potrebbero benissimo tenersi anche i titoli sovrani, con buona pace del Cancelliere tedesco), ecc. La patrimoniale certo che ci vuole, ma dovrebbe servire ad avviare tutte le altre cose, così come una ristrutturazione della spesa pubblica (spese militari, ecc.) potrebbe liberare risorse. Mentre la lotta all’evasione (mancati introiti per 120 miliardi l’anno) e alla corruzione (60 miliardi l’anno) potrebbero servire alla diminuzione delle imposte dei lavoratori. Insomma ci sarebbe tanto da fare, ma bisogna in parte, in toto, o per un certo numero di anni, liberarsi del debito.

Non dovrebbe essere una iniziativa europea? Certo, ma in sua mancanza facciamo da soli, non c’è da salvare una astratta Italia, ma una concreta popolazione di uomini e donne. Questo è il tema.

Oggi ci avviamo al governo del “grande” Mario; che si tratti di persona onesta e retta è molto probabile, ma è il suo pensiero che preoccupa, un pensiero tanto forte quanto inefficace.

13 nov 2011

Quei pozzi avvelenati dalla giustizia alla Rai

È certo che anche se Berlusconi andasse via, per molto tempo rimarrà tra noi come categoria dello spirito. Durante questo ventennio ha terremotato l'apparato statale infilandovi dentro la Lega antistatale e secessionista. Dalle abitudini al linguaggio, ha "smontato" lo Stato 
di FRANCESCO MERLO
È la normalità, la tanto attesa normalità, che ha reso storica la lunga giornata di ieri anche se ci vorrebbe un governo Monti delle anime e dei sentimenti e dei valori per liberare l'Italia dal berlusconismo. Nessuno dunque si illuda che sia davvero scaduto il tempo. Certo, alla Camera lo hanno giubilato, gli hanno fatto un applauso da sipario: è così che si chiude e si dimentica, con l'applauso più forte e più fragoroso che è sempre il definitivo.

Poi Napolitano è riuscito a dare solennità anche all'addio di Berlusconi che sino all'altro ieri si era comportato da genio dell'impunità inventando le dimissioni a rate. Che lui nascondesse una fregatura sotto forma di sorpresa è stato il brivido di ieri, e difatti, inconsapevolmente, nessuno si è lasciato troppo andare e la festa, sino all'annuncio ufficiale delle dimissioni, più che sobria è stata cauta. Di sicuro Berlusconi non ha avuto il lieto fine. Entrato in scena cantando My Way ne è uscito con lo Zarathustra che premia "il folgorante destino di chi tramonta".

Dunque non c'è stato il 25 luglio, non la fuga dei Savoia né la fine della Dc, né tanto meno la tragedia craxiana, nessuno ha mangiato mortadella in Parlamento come avvenne quando cadde Prodi, non c'è stato neppure l'addio ai monti di Renzo anche se nessuno sa cosa farà Berlusconi, se rimarrà in Italia o invece andrà in uno dei degli ospedali che dice di avere regalato nei luoghi
del Terzo Mondo. Tutti parlano, probabilmente a vanvera, di una trattativa parallela e coperta sui processi, di un salvacondotto e di un'amnistia che non hanno mai riguardato in Italia reati come la corruzione e lo sfruttamento della prostituzione. In un Paese normale la rimozione di un capo non produce mai sconquassi e siamo sicuri che il pedaggio che paghiamo alla normalità non sarà l'enorme anormalità di un pasticcio giuridico.

È comunque certo che, anche se Berlusconi si rifugiasse ad Antigua, per molto tempo rimarrà tra noi come categoria dello spirito. Ecco perché ci vorrebbe una banca centrale della civiltà per commissariare il Paese dove Berlusconi "ha tolto l'aureola a tutte le attività fino a quel momento rispettate e piamente considerate. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l'uomo di scienza in salariati da lui dipendenti".
Dunque neppure nello storico giorno in cui è stato accompagnato fuori con il suo grumo di rancore invincibile e lo sguardo per sempre livido, è stato possibile accorarsi e simpatizzare. Non c'è da intonare il requiem di Mozart o di Brahms per l'uomo più ricco d'Italia che ha comprato metà del Parlamento e ha ordinato di approvare almeno 25 leggi ad personam. E ha terremotato lo Stato infilandovi dentro la Lega antistatale e secessionista. E mentre i suoi ministri leghisti attaccavano la bandiera e l'unità dello Stato, Berlusconi organizzava la piazza contro i tribunali di Stato, la Corte costituzionale, il capo dello Stato. Anche il federalismo non ha preso, come negli Usa e in Germania, la forma dello Stato ma dell'attacco al cuore dello Stato. Avevamo avuto di tutto nella storia: mai lo statista che lavorava per demolire lo Stato. Quanto tempo ci vorrà per rilegittimare i servitori dello Stato, dai magistrati ai partiti politici, dagli insegnanti ai bidelli ai poliziotti senza soldi e con le volanti a secco?

E quante generazioni ci vorranno per restituire un po' di valore all'università, alla scuola e alla cultura che Berlusconi ha depresso e umiliato: contro i maestri, contro gli insegnanti, contro tutti i dipendenti pubblici considerati la base elettorale del centrosinistra, e contro la scuola pubblica, contro il liceo classico visto come fucina di comunisti. E ha degradato la più grande casa editrice del Paese a strumento di propaganda (escono in questi giorni i saggi di Alfano, Sacconi, Bondi, Lupi....). Ha corrotto una grande quantità di giornalisti come mai era avvenuto. Ha definitivamente distrutto la Rai affidata ad una gang di male intenzionati che hanno manipolato, cacciato via i dissidenti, lavorando in combutta con i concorrenti di Mediaset. E con i suoi giornali e le sue televisioni ha sfigurato il giornalismo di destra che aveva avuto campioni del calibro di Longanesi e Montanelli. Con lui la faziosità militante è diventata macchina del fango. Testate storiche sono state ridotte a rotocalchi agiografici. E ha smoderato i moderati, ha liberato i mascalzoni dando dignità allo spavaldo malandrino, ai Previti e ai Verdini, ai pregiudicati, e c'è un po' di Lavitola, di Lele Mora e di Tarantini in tutti quelli che gli stanno intorno, anche se ora li chiama traditori. Berlusconi, che fu il primo a circondarsi di creativi, di geniacci come Freccero e Gori ha umiliato la modernità dei nuovi mestieri, della sua stessa comitiva, l'idea di squadra che all'esordio schierava a simbolo Lucio Colletti e alla fine ha schierato a capibranco Tarantini, Ponzellini, Anemone, Bisgnani, Papa, Scajola, Bertolaso, Dell'Utri, Verdini, Romani, Cosentino. Eroi dei giornali di destra sono stati Igor Marini e Pio Pompa. I campioni dell'informazione berlusconiana in tv sono Vespa, Fede e Minzolini. Persino il lessico è diventato molto più volgare, il berlusconismo ha introdotto nelle istituzioni lo slang lavitoilese, malavitoso e sbruffone. E'stato il governo del dito medio e del turpiloquio, è aumentato lo 'spread'tra la lingua italiana e la buona educazione.

E la corruzione è diventata sacco di Stato e basta pensare agli appalti per la ricostruzione dell'Aquila, assegnati tra le risate della cricca. Berlusconi ha dissolto "tutti i tradizionali e irrigiditi rapporti sociali, con il loro corollario di credenze e venerati pregiudizi. E tutto ciò che era solido e stabile è stato scosso, tutto ciò che era sacro è stato profanato". Persino la bestemmia è diventata simonia spicciola, ufficialmente perdonata dalla Chiesa in cambio di privilegi, scuole e mense. Toccò, nientemeno, a monsignor Rino Fisichella spiegare che, sì, la legge di Dio è legge di Dio, ma "in alcuni casi, occorre "contestualizzare" anche la bestemmia". E quanto ci vorrà per far dimenticare la diplomazia del cucù e delle corna, lo slittamento dal tradizionale atlantismo verso i paesi dell'ex Unione Sovietica, la speciale amicizia con i peggiori satrapi del mondo?

E mai c'era stata una classe dirigente maschile così in arretrato di femmina verrebbe da dire con il linguaggio dell'ex premier: femmina d'alcova, esibita e valutata come una giumenta, con il Tricolore sostituito con quella grottesca statuetta di Priapo in erezione che circolava - ricordate? - nelle notti di Arcore. Persino il mito maschile della donna perduta e nella quale perdersi, persino la malafemmina italiana è stata guastata da Berlusconi, ridotta a ragazza squillo della politica: l'utilitaria, il mutuo, seimila euro, l'appartamentino, un posto di deputato e forse di ministro per lucrare il compenso - "il regalino" - agli italiani. Lo scandalo del berlusconismo non è stato comprare sesso in un mondo dove tutto è in vendita ma nel pagare con pezzi di Stato, nell'uso della prostituzione per formare il personale politico e selezionare la classe dirigente. E non è finita: se la prostituzione ha cambiato la politica, anche la politica ha cambiato la prostituzione. La Maddalena ha perso la densità morale che fu una forza della nostra civiltà, è diventata la scialba ragazzotta rifatta dal chirurgo ed educata dalla mamma-maitresse a darla via a tariffa.

Il berlusconismo è stato l'autobiografia della nazione per dirla con Croce, non un accidente della storia. Non basta certo una giornata solennemente normale per liberarcene. C'è bisogno di anni di giornate normali. E per la prima volta non saranno gli storici a mettere in ordine gli archivi di un'epoca. Ci vorranno gli antropologi per classificare il berlusconismo come involuzione della specie italiana, perché anche noi, che siamo stati contro, l'abbiamo avuto addosso: "Non temo il Berlusconi in sé - cantava Gaber - ma il Berlusconi in me".  
(13 novembre 2011)

27 ott 2011

Jeremy Rifkin: «La prossima rivoluzione sarà quella ambientale»

Jeremy Rifkin: «La prossima rivoluzione sarà quella ambientale» di Antonio Cianciullo, 26.10.2011



«Non è l'austerità a essere sbagliata. E' la mancanza di un piano di sviluppo che crea i problemi». La Repubblica, 25 ottobre 2011, con postilla

Italia ha tagliato drasticamente i suoi bilanci obbedendo alle disposizioni della finanza internazionale. E adesso che succede? Si sente dire che non è credibile perché non ha i fondi per sostenere la crescita. Ma questo è il comma 22, una via cieca. Non si può pensare di continuare a cancellare posti di lavoro e futuro senza che si moltiplichino moti di rivolta come quelli che stanno prendendo piede in Italia e in Grecia. La Germania ha dimostrato che uno sviluppo diverso è possibile. Perché non seguite quella strada?». Jeremy Rifkin, il presidente della Foundation on Economic Trends, è venuto a Roma per presentare il suo ultimo libro, La terza rivoluzione industriale, edito da Mondadori. L´appuntamento doveva essere un momento di confronto accademico, è diventato parte di un´attualità drammatica.

L´austerità dei bilanci è sbagliata?
«Non è l´austerità ad essere sbagliata, è la mancanza di un piano di sviluppo che crea i problemi. Per uscire dalla crisi ci vuole una visione del futuro. Bisogna comprendere il nesso fra le tre crisi che abbiamo di fronte, quella finanziaria, quella energetica e quella ambientale. Il carbone e il petrolio, che hanno animato la prima e la seconda rivoluzione industriale, sono in fase di esaurimento, un ciclo di crescita che si pensava come inesauribile è finito. E nel frattempo emergono i danni ambientali prodotti dall´uso dei combustibili fossili perché il carbonio, accumulato sotto terra in milioni di anni e rilasciato all´improvviso in atmosfera, sta modificando il clima».

Insomma abbiamo tre crisi invece di una.
«Ma la somma delle tre crisi offre una possibile soluzione. A patto di sostituire la speranza alla paura, di abbandonare la logica dei divieti e di guardare all´obiettivo da raggiungere: far decollare le aziende impegnate nell´edilizia sostenibile, nelle fonti rinnovabili, nelle telecomunicazioni, nella chimica verde, nella logistica a emissioni zero, nell´agricoltura biologica. La difesa dell´ambiente è un formidabile motore di sviluppo e di occupazione, non un peso: in Italia può dare centinaia di migliaia di posti di lavoro».

Eppure in molti, dovendo tagliare le spese, fanno cadere la scure proprio sugli investimenti ambientali: il governo italiano era arrivato a ridurli del 90 per cento.
«Vuol dire tagliare via il futuro, restare impantanati. Bisogna fare il contrario: traghettare l´economia dalla parte del nuovo perché siamo nel mezzo di un passaggio epocale, il salto dalla seconda alla terza rivoluzione industriale. Il nuovo modello si basa su cinque pilastri: le fonti rinnovabili; la trasformazione delle case in centri di produzione di energia grazie alle micro centrali domestiche; l´idrogeno per immagazzinare l´energia fornita dal sole e dal vento durante i momenti di picco; la creazione delle smart grid, che sono l´Internet dell´energia; le auto con la spina. È una rivoluzione che si completerà entro la metà del secolo».

Tempi lunghi, non scoraggiano gli investimenti immediati?
«No, perché il processo è già iniziato e sia i pericoli da evitare che i vantaggi da ottenere sono presenti qui e ora. Dagli anni Settanta a oggi il numero degli uragani più gravi è raddoppiato. E nell´agosto del 2008, per la prima volta da 125 mila anni, si poteva navigare attorno al Polo Nord perché i ghiacci si erano fusi».

E i vantaggi?
«Faccio un paio di esempi. Rendere più efficienti le case negli Stati Uniti costerebbe 100 miliardi di dollari l´anno ma permetterebbe di risparmiare energia per 163 miliardi di dollari l´anno. E la mobilità, nell´era in cui l´attenzione si sposta dalla proprietà all´accesso alle reti, offre analoghe opportunità. Zipcar, la più importante società di car sharing, in un decennio di attività ha aperto migliaia di sedi per mettere le auto condivise a disposizione dei suoi clienti: cresce del 30 per cento l'anno e nel 2009 ha fatturato 130 milioni di dollari».

Non c´è il rischio che questa prospettiva affascini i paesi più industrializzati, mentre gli altri continuano a produrre e inquinare sulla vecchia strada?
«La cronaca ci racconta una storia diversa: in Cina si moltiplicano le battaglie per conquistare uno spazio libero all´interno delle reti globali, in Nord Africa abbiamo visto che dittature brutali sono state rovesciate attraverso il tam tam dei social media. Il potere laterale, cioè il diritto all´accesso alle reti dell´informazione e dell´energia è la nuova frontiera capace di mobilitare la generazione di Internet. Oggi lo scontro non è tra destra e sinistra ma tra un modello accentrato, autoritario e inefficiente e un modello basato sul decentramento, sulla trasparenza e sulla libertà di accesso alle reti».

Postilla

Giustissima le tesi di Rifkin. Il fatto è che, per ottenere quel risultato, la locomotiva non può essere costituita un sistema economico che ha nella produzione di merci finalizzata alla massima accumulazione di profitto il suo obiettivo determinante. Uscire dalla triplice crisi (che è la crisi del capitalismo) senza uscire dalle finalità del sistema capitalistico non più facile che far passare un cammello (o anche un topo) dalla cruna di un ago.

24 ott 2011

Alla fine ci salva sempre la cara vecchia agricoltura

Di Carlo Petrini, 23.10.2011
«Per garantire il futuro non sarà tanto questione di quali tecnologie ci inventeremo, ma in quale paradigma le vorremo calare». La Repubblica, 22 ottobre 2011

Premettendo che ogni previsione su come sarà il mondo tra duecento anni è un esercizio che si lascia volentieri ai premi Nobel, la visione nel nuovo libro di Robert B. Laughlin offre spunti interessanti. Il tema è l´energia, ma soprattutto l´agricoltura. La tanto bistrattata agricoltura, ritenuta da moltissimi un settore marginale, data così tanto per scontata da essere trascurata, lasciata per troppo tempo e con troppo potere in mano a un sistema agroindustriale globale che ha finito con il metterla in ginocchio, prima nei paesi poveri e ora anche in quelli ricchi. E sempre con effetti nefasti per ambiente, contadini e consumatori.

Laughlin sostiene che tra due secoli l´agricoltura sarà fondamentale per continuare a garantirci la vita. Dice che il settore agricolo sarà il principale produttore di energia nell´era post-fossile. L´idea di coltivare oceani e deserti per non far entrare in competizione cibo ed energia è molto affascinante e neanche tanto fantascientifica. Però bisogna ricordare che il cibo stesso è energia, perché ci nutre e ci fa muovere e perché cresce grazie alla fotosintesi clorofilliana, dunque all´energia del sole. L´agricoltura è sempre stata, lo è oggi e sempre sarà ciò che ci garantisce la vita.

Una volta presa coscienza di questo assunto banale ma un po´ troppo spesso dimenticato, va però fatto un discorso su come dovrebbe essere l´agricoltura del futuro. Che si debba cambiare profondamente, che la si debba rinnovare è un atto dovuto anche per il palese fallimento del modello intensivo-industriale che ha dominato l´ultima metà di secolo. Che l´interazione tra produzione di cibo e produzione di energia sia già nelle cose è dimostrato poi da come facilmente molte aziende agricole facciano già le due cose insieme. Il problema è che quando prevalgono la concentrazione, l´inseguimento di presunte economie di scala, l´idea per cui l´agricoltura è come uno qualsiasi dei settori industriali - e risponde alle stesse leggi economico-produttive - cibo ed energia saranno sempre in competizione tra di loro. Non bisogna fare "cibo o energia", ma "cibo e energia". Potremo coltivare gli oceani, i deserti e anche gli altri pianeti, ma senza cambiare il nostro modo di pensare continueremo sempre a risolvere un problema creandone un altro.

Sono sicuro che ci saranno innovazioni importanti in campo energetico, e tecnologie sempre più pulite per sfruttare direttamente o indirettamente l´energia solare (l´unica vera, enorme, sicura, perenne centrale che ci fa piovere addosso, in ogni momento, enormi quantità di energia) con tutte le forme che ne derivano. Ma ci vorrà la consapevolezza che tutto questo andrà realizzato in un sistema complesso che non dovrà più essere governato in maniera centralizzata. Ci vorrà un sistema capillare, diffuso, in cui le comunità e le persone diventano produttrici di cibo ed energia prima di tutto per se stesse e poi per gli altri, in rete tra di loro. È necessaria una democratizzazione della produzione energetico-agricola, con tecnologie accessibili che si diano come obiettivo primario la sostenibilità dei processi e non la possibilità di realizzare speculazioni. Già ora vediamo come biogas e fotovoltaico, che potrebbero essere dei modi perfetti per integrare la produzione agricola a livello aziendale, in nome del profitto e dei grandi numeri possano diventare altamente insostenibili, ponendosi come alternative, e non complementari, a un´agricoltura che così com´è risulterà sempre perdente, siccome non riesce più a generare entrate dignitose per i contadini. Per garantire il futuro non sarà tanto questione di quali tecnologie ci inventeremo, ma piuttosto in quale paradigma le vorremo calare.   

12 ott 2011

desertificazione

.... ci mancava solo questo. 
di Debora Billi da http://petrolio.blogosfere.it/ 

Tutti coloro che domenica hanno visto la bell'inchiesta di Riccardo Iacona sullo smantellamento dell'agricoltura in Italia, hanno avuto lo stesso pensiero: "E se succede qualcosa?". Se lo è chiesto anche uno dei contadini intervistati, peraltro: "Se succede una crisi, una guerra, con questi campi abbandonati come faremo a sfamare la popolazione?" Non si sa. D'altronde, le multinazionali dell'agroalimentare hanno tutto il diritto di fare business e muoversi nel mercato, quindi perché lamentarsi se poi non c'è da mangiare?
Siccome non siamo paghi di tale pessima prospettiva, l'ONU ne aggiunge un'altra: l'Italia è uno dei Paesi europei a maggior rischio desertificazione. Se ne parla in questi giorni a Changwon, in Corea, dove si tiene la decima Sessione dell'UNCCD, l'agenzia ONU che si occupa dell'argomento.
Le regioni italiane più colpite sono Sicilia, Puglia, Calabria, Basilicata e Sardegna, ma anche altre "insospettabili", come Piemonte, Liguria, Abruzzo e Toscana, di cui ci dice in dettaglio qui Marco Pagani

La causa della desertificazione non è il destino ingrato, e neppure, udite udite, il solo cambiamento climatico. La verità è che anche i suoli sono una risorsa non rinnovabile, a differenza di quel che potrebbe sembrare. Per formare uno strato di qualche centimetro di terra fertile ci vogliono secoli, e solo pochi anni di sfruttamento intensivo bastano a rendere il suolo del tutto sterile. Non solo: anche l'abbandono delle terre, specialmente in zone calde, porta ad erosione e desertificazione.
Così, sommando i terreni ormai abbandonati e incolti a quelli progressivamente sempre più aridi, si potrà ottenere la misura di quanti italiani sarà possibile sfamare autonomamente nel giro di qualche anno. Io questo conto non oso farlo.
(La mappa qui sotto, dal sito ONU, mostra la situazione della desertificazione in tutta l'area del Mediterraneo al 2009. Più ancora della situazione italiana, preoccupa lo stato critico dei suoli al di là del Mediterraneo. Decine di milioni di persone senza più terra da coltivare...)

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5 ott 2011

riconquistare il futuro

di Barbara Spinelli, 5 ott.

Un aspetto impressionante, nella crisi che traversiamo, è l´impreparazione dei popoli. Non è l´impreparazione di chi si sente riparato. La crisi, inasprendo ineguaglianze divenute smisurate lungo gli anni, pesa sui popoli da tempo. Ma questa volta gli animi sono impauriti, disorientati, come se mancasse loro una bussola che indichi dove sta, veramente, il Nord. Nei Paesi più colpiti, come la Grecia, la disperazione può sfociare in guerra civile: come può sdebitarsi una nazione così sprofondata nella recessione, senza sfasciarsi? Nei Paesi che stanno meglio, come la Germania, cresce un isolazionismo antieuropeo non meno intirizzito. In Italia il disorientamento è diverso: la democrazia è talmente guastata, il legame sociale talmente liso, l´opinione talmente disinformata, che ciascuno scorge nella crisi qualcosa che concerne gli altri, mai se stesso.

Anche se diversi, i popoli hanno però questo, in comune: non sanno la storia che fanno. Vivono come in una caverna: fuori c´è un aperto da cui dipendono - l´Europa, il mondo - ma di cui non sanno nulla. Non vedono il futuro, sempre aperto visto che lo scriviamo noi. Non vedono che il futuro è ormai cosmopolitico nei fatti, non nella teoria. La cosa che più temono è cambiare ottica. Ogni novità appare ominosa, mai si presenta come occasione d´imparare la vita all´aperto. Come in Balzac, gli impauriti accettano che il passato domini il presente, e del presente diventano i proscritti.

Questa impreparazione non è tuttavia priva di speranze, in Italia. Basta una cifra - 1 milione 200 mila che condannano la legge elettorale - e subito si capisce come il popolo voglia riprendersi il futuro, partecipare al suo farsi. Come sia disgustato da politici che usano il popolo, che gli tolgono sovranità nell´attimo in cui ne magnificano il primato. L´essenza del populismo è questo bluff. Nei quattro ultimi referendum c´è sete non solo di verità ma di società maggiorenne, e non stupisce che tanti partiti li abbiano avversati o vissuti passivamente.

È stato difficile, trovare i banchetti per affossare il Porcellum: indicazioni assenti, orari fasulli, reticenze nelle sedi del Pd. Se fosse stato facile, forse avrebbero votato 3-4 milioni. Cosa dicono infatti i referendum? Dicono che sì, i popoli sono impreparati, ma perché qualcuno li vuole così: incavernati, frammentati, dunque malleabili. Dicono che la formazione dell´opinione pubblica - ingrediente fondamentale in democrazia - è stata guastata dal dominio politico sulle tv. I firmatari del referendum giudicano che la politica, come organizzatrice del bene comune, non fa il suo mestiere ma protegge poteri e ricchezze di clan.
Paul Krugman spiega bene come tali poteri si nutrano di dottrine economiche «completamente divorziate dalla realtà», fondate sulla menzogna: la menzogna secondo cui non c´è crescita se vengono tassati i ricchi, e quella secondo cui la crisi nasce da troppi regolamenti e non, come i fatti dimostrano, da assenza di regole (New York Times, 29-9-11). Le parole di Napolitano, venerdì a Napoli, smascherano questo fallimento: non sono parole politiche, quelle che promettono mini-Stati padani, ma «grida che si levano dai prati». Così come è grida la difesa di una legge elettorale nella quale «conta soprattutto mantenere buoni rapporti con il partito che ti nomina, non con gli elettori».
In questo la crisi economica somiglia alla guerra che Samuel Johnson descrive nel ´700: le sue «maggiori calamità sono la diminuzione dell´amore della verità, e la falsità dettata dall´interesse e incoraggiata dalla credulità». Questo fanno i moderni pretendenti politici: invece di guidare incoraggiano la credulità, assecondano gli interessi di chi vuol conservare privilegi e ineguaglianze che la deregolamentazione liberista ha creato.

Ma soprattutto di Europa i politici non sanno parlare, in nessun Paese dell´Unione: la evocano sempre come nostro obbligo, mai come nostra opportunità. Denunciano sempre la sua inconsistenza, senza chiarire che se l´Europa è debole è perché i governi la mantengono in questo stato, non affidandole poteri e aggrappandosi al proprio diritto di veto. Loro compito sarebbe di far capire come stiano davvero le cose, di smettere le illusioni di cui nutrono se stessi e gli altri.
È perché i politici non sono all´altezza - la politica è nulla, senza pedagogia delle crisi - che i popoli s´immobilizzano. Il populismo lusingandoli li sfrutta, per occultare quel che accade: una crisi che rovina non solo l´economia, ma quel che tiene unite le società e dunque la democrazia. Una diserzione delle classi dirigenti, restie a spiegare come solo in un governo europeo ritroveremo la padronanza (la sovranità) che tutti stiamo perdendo, governati e governanti. Secondo alcuni, il populismo è il marchio del XXI secolo. Orfano di alfabeto, proscritto dal presente: ecco il popolo-Golem che i populisti plasmano. Ora i popoli gli si rivoltano contro. Erano consumatori, anziché cittadini. Costretti d´un colpo a consumare meno, sgomenti, si riscoprono cittadini.

La paura può divorare l´anima, la storia non essendo progressista lo testimonia. Ma può anche aguzzare la vista. Nell´800, una prima previdenza pubblica nacque perché il socialismo incuteva spavento. Bismarck, in Germania, fu il primo a creare lo Stato che protegge i deboli e l´interesse generale, trasformando la paura di perdere il passato in costruzione del futuro. Così la destra storica in Italia. Le prime norme a tutela del lavoro, della vecchiaia, dell´invalidità, degli infortuni vennero dal liberale Giolitti. La destra di oggi non somiglia in niente a quella di ieri.

Va detto che l´Italia, pur anomala, non è un caso isolato. È venditrice di illusioni perfino la Germania, sono populisti Sarkozy e Cameron, per non parlare di governi liberticidi o corrotti come Ungheria o Bulgaria. Se oggi i governanti volessero ritentare la via di Bismarck, dovrebbero abituare i popoli a pensare che da soli non ce la faranno. Ogni giorno constatiamo che la statura conta, nella globalizzazione: sei forte se rappresenti non uno staterello (la Padania ad esempio) ma se competi con le grandezze demografiche della Cina, dell´India, del Brasile, degli Usa, della Russia.

Inizialmente il populismo sorge come risposta democratica alle oligarchie. Un laccio stringe il capo al suo popolo, e questo laccio, simbolo della sovranità popolare, comanda su tutto, non tollerando né istituzioni intermedie né autorità sovranazionali. Il populismo semplifica, quando per uscire dalla crisi urge complicare, differenziare i poteri. Si parla spesso di una ricaduta nel Trattato di Westfalia, che consacrò gli Stati sovrani assoluti. Si dimentica che l´Europa nel 1648 era in ascesa, mentre oggi precipita frantumandosi. Due guerre mondiali l´hanno emarginata storicamente, e resuscitare Westfalia è grottesco oltre che pericoloso.

L´Italia è in questo un laboratorio. Il deserto tra leader e popolo non resta vuoto, viene occupato da nuove oligarchie: più mafiose di prima, indifferenti al bene comune. Al posto del legame sociale s´insedia l´identità (etnica, religiosa, sessuale) fondata sul rigetto dell´altro. Le liste di politici gay, apparse in rete giorni fa, è un episodio da Ultimi Giorni dell´Umanità. In una democrazia decente i giornali le ignorano. Se non lo fanno è perché il populismo è l´aria che tutti respiriamo.
La crisi diventa occasione se si dice la verità. Bisogna cominciare a dire che in Occidente non riusciremo a crescere come ieri. Secondo gli esperti, ci vorranno 40-50 anni perché i salari dei Paesi emergenti (Cina, India, Brasile, Russia) raggiungano i nostri. Il nostro futuro sarà fatto di meno consumi. Non di crescita zero, purché sia un crescere diverso. Fu inventata per questo l´Europa unita. Perché non aveva più senso, costruire il futuro facendosi governare dalle menzogne sul passato.

3 ott 2011

Crash Course

 Il Crash Course cerca di darvi una conoscenza di base dell'economia in modo che possiate capire meglio i rischi che stiamo correndo. E' stato ideato da Chris Martenson, cittadino statunitense laureato in Scienze Americane alla Duke University di Durham, North Carolina, ed ha riscosso un notevole successo nella sua versione originale in inglese. Quello che state per vedere e' la versione molto condensata di un seminario che sta facendo da circa 4 anni e nel quale presenta informazioni per la durata di circa 6/8 ore. Il Crash Course cerca di farvi capire la natura di alcune sfide e rischi estremamente gravi per la nostra economia e la sua futura prosperita'. Ci vogliono un totale di 4 ore e 15 minuti per guardare tutte e 30 le sezioni ma ne vale la pena. I video caricati in questa versione sono stati rallentati rispetto all'originale per facilitare la lettura dei sottotitoli e la comprensione dei concetti. Su http://www.chrismartenson.com si trova, oltre ad altre informazioni, il Crash Course completo in inglese, francese, spagnolo. Altre traduzioni (libri, video, documenti) sono disponibili su http://www.indipendenzaenergetica.it


http://www.youtube.com/playlist?list=PLB048101DAAD68046

26 set 2011

una crescita senza benessere


di Guido Viale , 25.09.2011

La crescita (che non c'è e, dove c'era, svanisce) è trattata sempre più come un obbligo. Ma quella di cui si parla è solo una crescita contabile (del Pil), finalizzata a riequilibrare i rapporti tra deficit - e debito - e Pil con un aumento del denominatore (Pil) e non solo con una riduzione dei numeratori (deficit e debito). Il tutto soprattutto per «rassicurare i mercati». Dalla crescita ci si attende anche un aumento dei redditi tassabili (non tutti i redditi lo sono, o lo sono nella stessa misura: alcuni, per legge; altri, per violazione della legge) e, quindi, delle entrate dello Stato, rendendo più facile il pareggio di bilancio (assurto al rango di obbligo costituzionale) e, forse, anche una riduzione del debito (anch'essa resa obbligatoria dal cosiddetto patto euro-plus). Tuttavia meno spesa e più entrate non bastano a garantire il pareggio; non è detto che l'avanzo primario programmato (il surplus delle entrate sulle spese) sia compatibile con l'andamento dei tassi. Così gli interessi si accumulano in nuovo debito, una spirale, in contesti di deflazione come questo, senza fine.

La Grecia è da tempo in stato fallimentare (default): la sua economia non potrà più crescere per decenni; meno che mai in misura sufficiente ad azzerare il deficit o ripagare anche solo in parte il debito. Perché, allora, economisti e statisti non ne prendono atto? In parte perché non sanno che fare (era una sopravvenienza prevedibile, ma mai presa in considerazione); in parte per rapinarla; pensioni, salari, posti di lavoro, servizi pubblici, isole, riserve auree: tutto quello di cui ci si può appropriare (privatizzandolo) va preso prima di ammettere l'irreversibilità della situazione. La posizione dell'Italia non è molto diversa anche se il suo tessuto industriale è più robusto: una crescita sufficiente a pareggiare i conti non arriverà più; soprattutto strangolando così la sua economia. Ma qui i beni da saccheggiare - in barba ai risultati dei referendum - sono più succosi, mentre una presa d'atto del fallimento farebbe saltare, insieme all'euro, anche l'Unione europea. Per questo il gioco è destinato a durare più a lungo. Se però un governo ne prendesse atto, annunciando un default concordato - e selettivo: per colpire meno i piccoli risparmiatori - l'Europa correrebbe ai ripari e gli eurobond salterebbero fuori dall'oggi al domani. Ma così, dicono gli economisti, si blocca il circuito bancario e si arresta tutto il processo economico.

Certo le cose non sarebbero facili; ma non lo sono, per i più, neanche ora. Però il circuito bancario si era già bloccato dopo il fallimento Lehman Brothers, e sono intervenuti gli Stati nazionalizzando di fatto, per un po', le banche. Succederebbe di nuovo; e anche senza uscire dall'Euro, perché a intervenire dovrebbe essere la Bce.

Quella spirale del debito non è una novità: nella seconda metà del secolo scorso quasi tutti i paesi del Sud del mondo si sono indebitati per promuovere una crescita (allora si chiamava "sviluppo") che non è mai venuta. Poi, non potendo ripagare il servizio del debito, sono stati tutti presi sotto tutela dal Fmi, che ha loro imposto privatizzazioni e riduzioni di spesa analoghe a quelle imposte oggi dalla Bce e dal Fmi ai paesi cosiddetti Piigs: con la conseguenza di avvitare sempre più la spirale del debito. La letterina (segreta) che la Bce ha spedito al governo italiano per dirgli che cosa deve fare quei paesi la conoscono bene: ne hanno ricevute a bizzeffe, e sono andati sempre peggio. Viceversa, le economie cosiddette emergenti sono quelle che avevano scelto di non indebitarsi, o che ne sono uscite con un default: cioè decidendo di non pagare - in parte - il loro debito.

La crescita di cui parlano gli economisti - e di cui blaterano tanti politici - è la ripresa, accelerata, del meccanismo che ha governato il mondo occidentale nella seconda metà del secolo scorso e che oggi torna a operare, tra l'invidia generale, nei paesi cosiddetti emergenti (i quali hanno ritmi di sviluppo accelerati solo perché sono partiti da zero, o quasi); mentre da noi quel meccanismo è ormai irripetibile anche in paesi considerati locomotive del mondo. Vorrebbero tornare a moltiplicare la produzione di automobili, di elettrodomestici, di gadget elettronici, in mercati ormai saturi e gravati da eccesso di capacità (vedi il fiasco di Marchionne); di moda e di articoli di lusso in un mondo in cui i ricchi non sanno più che cosa comprare perché hanno già tutto e di più (mentre le produzioni a basso costo sono state delocalizzate in paesi emergenti; per cui ogni eventuale, quanto improbabile, aumento dei redditi da lavoro non avrebbe comunque conseguenze sull'occupazione in Occidente); di turismo in ambienti naturali sempre più degradati e - soprattutto: questa dovrebbe essere la "molla" della ripresa - di Grandi opere. Si tratta di un modello di impresa fondato su finanziamenti pubblici (spesso contrabbandati come finanza di progetto); su catene senza fine di subappalti (con conseguente corruzione, evasione fiscale, caporalato e mafia: non sono guai solo italiani); guasti irreversibili ai territori; inganni e violenze sulle popolazioni locali per imporre l'opera per poi, alla fine dei lavori, destinare all'abbandono territori e tessuti sociali degradati. Il Tav in Val di Susa ne è il paradigma. Per la protezione dell'ambiente, invece, niente. Dicono che per favorire il ritorno alla crescita va - temporaneamente - sospesa. Così si succedono i summit mondiali che non decidono niente, mentre il pianeta corre verso il collasso. Per l'equità - tra paesi ricchi e paesi poveri; tra ricchi e poveri di uno stesso paese; tra l'oggi e le generazioni future - meno ancora.

La crescita per fare fronte al debito non riguarda quindi né l'occupazione (c'è da tempo un disaccoppiamento tra occupazione e aumento del Pil, dei fatturati e dei profitti); né la qualità del lavoro (è sempre più precario in tutto il mondo e si investe sempre meno in formazione); né i redditi da lavoro diretti o differiti (le pensioni); né il benessere delle comunità, messo sotto scacco dal degrado ambientale, dal taglio dei servizi e del welfare, dall'aumento delle persone disoccupate, scoraggiate o emarginate (sospinte sempre più numerose sotto la soglia della povertà); né dalla distruzione della socialità e della socievolezza. Infine, la crescita affidata ai meccanismi di mercato aborre dalle politiche industriali; e se le propone o le invoca, è solo per dare una spinta - con incentivi, sgravi fiscali, tassi di interesse sotto zero o investimenti pubblici in Grandi opere - a un meccanismo che poi dovrebbe andare avanti da sé: non ci sono obiettivi generali da perseguire, perché deve essere il mercato a selezionare quelli che corrispondono alle propensioni del consumatore (esaltato come sovrano quanto più viene soggiogato dai meccanismi della pubblicità e della moda); non ci sono problemi di governance - intesa come composizione degli interessi e partecipazione dei lavoratori e delle comunità alla gestione delle attività che si svolgono su un territorio - perché è l'impresa che deve avere il controllo assoluto su di esse (come sostiene Marchionne tra gli applausi generali). Le privatizzazioni sono la traduzione di questa logica: il trasferimento della sovranità da quel che resta degli istituti della democrazia rappresentativa al dispotismo di imprese sempre più grandi, potenti, centralizzate, lontane dai territori e dalle comunità. Anche questa è una spirale senza fine: più si smantella quanto di pubblico, condiviso, egualitario è stato conquistato negli anni, più si imputa la mancanza di risultati al fatto che non si è ancora smantellato abbastanza. Il liberismo è un dogma senza possibilità di verifiche praticato da una setta incapace di tornare sui suoi passi.

Per far fronte alla crisi - che è innanzitutto crisi delle condizioni di vità della maggioranza della popolazione - valorizzando le risorse che territori, comunità e singoli sono in grado di mettere in campo - ci vuole invece una vera politica economica e industriale; che oggi non può che essere un programma di riconversione ecologica di consumi e produzioni, tra loro strettamente interconnessi. Non c'è spazio - né ambientale, né economico, né sociale - per rilanciare i consumi individuali: generazione ed efficienza energetiche, mobilità sostenibile, agricoltura e alimentazione a km0, cura del territorio, circolazione dei saperi e dell'informazione (e non della patonza) non possono che essere imprese condivise, portate avanti congiuntamente dai lavoratori, dalle loro organizzazioni, dalle iniziative comunitarie, dalle amministrazioni locali, dalle imprese legate o che intendono legarsi a un territorio di riferimento (rime tra le quali, i servizi pubblici locali: non a caso sotto attavvo). Le produzioni che hanno un avvenire, e per questo anche un mercato vero, sono quelle che corrispondono a questi orientamenti; ad esse dovrebbero essere riservate tutte le risorse finanziarie impiantistiche, tecniche e soprattutto umane che è possibile mobilitare. Questo è anche un preciso indirizzo di governance per prendere in carico la conversione ecologica. Sostituire un'economia fondata sul consumo individuale e compulsivo con un sistema orientato al consumo condiviso (che non vuol dire collettivo o omologato: la condivisione esige attenzione per le differenze e per la loro realizzazione) non può essere programmata in modo verticistico; né gestita con i meccanismi autoritari delle Grandi opere. La conversione ecologica è un processo decentrato, diffuso, differenziato sulla base delle esigenze e delle risorse di ogni territorio, integrato e coordinato da reti di rapporti consensuali, basato sulla valorizzazione di tutti i saperi disponibili. Una politica economica e industriale che si ponga questi obiettivi può anche affrontare, in modo selettivo e programmato, l'azzardo di un default: per non destinare più le risorse disponibili al pozzo senza fondo del debito pubblico. Ma certo questo richiede l'esautoramento di gran parte delle attuali classi dirigenti (e di molti economisti). L'alternativa non è dunque tra crescita e decrescita, ma tra cose da fare e cose da non fare più.

23 set 2011

la (ri)conversione ecologica


 
di MARIO AGOSTINELLI
Quato articolo è stato pubblicato dal numero di settembre della rivista Inchiesta.
Introduzione
Il concetto di conversione  richiama la categoria del comportamento e le convinzioni essenziali a cui si ispira  la coscienza individuale e/o sociale. E’ parola a dimensione prevalentemente etica, che riguarda innanzitutto la sfera personale e indica, anche metaforicamente, il percorso cosciente di un cammino altro da quello precedentemente compiuto. Quando invece parliamo di riconversione e la associamo, come in genere accade, alla produzione di merci o servizi, indichiamo per lo più  una decisione presa nella sfera economica – e talvolta politica -  per destinare a nuove finalità delle attività ritenute in qualche modo esaurite, o non più “convenienti”, o, addirittura, non più compatibili con l’evoluzione della situazione di cui hanno fatto parte.
In effetti, queste definizioni sono fornite qui in forma  approssimativa, ma mi servono per fornire la “cifra”  della crisi più profonda e più complessa che la modernità abbia fin qui affrontato. Davanti alla minaccia di sopravvivenza della biosfera , alla crisi autentica di civiltà e all’incapacità di alimentare il meccanismo di crescita sviluppato e portato al parossismo dalla dittatura di un potere finanziario avverso alla democrazia, conversione e riconversione avvicinano i loro campi di azione: nel dibattito in corso tutti convengono che non sarebbe possibile una efficace alternativa economica e politica al meccanismo economico distruttivo in atto senza una profonda revisione dei comportamenti, del rapporto uomo-natura, della finalità sociale, “extraeconomica” del lavoro.
La  “conversione ecologica”, che ho avuto l’occasione di apprendere da  Alex Langer quando già era in corso la mia esperienza sindacale, comunicando così lungo un crinale che allora sembrava dover mantenere separati due mondi,  oggi rimanda obbligatoriamente sia alla dimensione personale e soggettiva delle trasformazioni proposte, sia alla loro dimensione oggettiva e sociale (dai nuovi prodotti, ai nuovi rapporti di mercato e di cooperazione, alla nuova organizzazione del lavoro).
E, a sua volta, la riconversione produttiva non può più prescindere dalla sua desiderabilità sociale e ambientale. Lungo questo percorso, è stato soprattutto Wolfgang Sachs  negli anni ’90 a chiarire come giustizia sociale e giustizia ambientale dovessero ricongiungersi inevitabilmente. E a dieci anni da Porto Alegre e da Genova, il movimento può ormai far propria una lettura organica delle ragioni della crisi in corso e della sua irreversibilità, che riguardano una serie di rotture e conflitti oltre quello tradizionale-  pur sempre determinante – tra capitale e lavoro e che hanno ormai conquistato la parte più avanzata delle organizzazioni dei lavoratori.
Per l’ambito che riguarda queste note, ciò comporta di riportare, tanto in sede locale e nazionale, quanto in campo continentale e planetario, il sistema produttivo entro un quadro di sostenibilità imposto dai limiti fisici e biologici del pianeta in cui viviamo, salvaguardando, potenziando e qualificando l’occupazione e valorizzando la dotazione di tecnologia, di impianti e di conoscenze dell’apparato industriale e produttivo esistente, fino a farne il punto di partenza di una riconversione votata sì alla discontinuità, ma gestita democraticamente.
Si può finalmente aprire un dibattito nel Paese sulla mancanza di una politica industriale e sul declino del nostro sistema produttivo, che riproduce condizioni di lavoro dequalificate, perde posizioni nella competitività internazionale, è fonte primaria di una precarizzazione che investe l’intera esistenza e alimenta un sistema di consumi e uno spreco di risorse naturali che pregiudicano la salute e le possibilità di vita delle prossime generazioni. Si può partire da una coscienza individuale diffusa che percepisce il cambiamento in modo diverso dal passato e non più progressivo e che esige perciò valori e priorità da ridefinire. Si può tener conto di come il territorio, all’esperienza lavorativa, sia fonte di constatazione dell’inadeguatezza di una crescita che non redistribuisce ricchezza e spreca lavoro e natura. Si può, infine, considerare l’attuale sconfitta del sindacato come la perdita di rappresentanza e di potere all’interno di un conflitto a cui la politica, aderendo in blocco all’ideologia neoliberista, non riconosce più centralità. Ma proprio riconnettendo individui, produzione, territorio e organizzazione, si può prendere atto della crisi dell’attuale modello di sviluppo e dei danni sociali e ambientali da riparare, per suggerire come percorso di lotta indispensabile quello di una diffusa riconversione industriale e di una nuova organizzazione del modo di vivere e di consumare nel territorio.
Una proposta in tal senso può trovare così un punto di iniziale agglutinazione nel lavoro di elaborazione intorno all’obiettivo della riconversione dell’apparato produttivo: a livello sia locale – soprattutto nei punti di maggior crisi occupazionale – che regionale, nazionale e planetario (agire localmente, ma pensare globalmente). Riguarda sia il fronte del lavoro e della produzione che quello del consumo e della distribuzione, oltreché, ovviamente, quello di una cultura condivisa che tenga tutto insieme.  Ha poi il vantaggio di mettere alla prova o di far maturare le conoscenze che ogni gruppo ha del proprio territorio di riferimento e di chi ci vive e ci lavora e offre il vantaggio – e il rischio – di mettere a confronto i saperi acquisiti con le urgenze del mondo del lavoro – le fabbriche che chiudono, o che chiedono di sopravvivere sussidiando produzioni insostenibili,  il mondo dell’impresa,  quello del terzo settore, ma anche il mondo agricolo e della piccola distribuzione – e le amministrazioni locali.
Se si riflette sulla molteplicità di lotte in corso, saperi tecnico scientifici, conoscenze del territorio e buone pratiche sono già il punto di forza delle esperienze di autorganizzazione più rilevanti degli ultimi anni: sia nei confronti di esperienze passate (per esempio nei confronti del ’68),  sia nei confronti degli avversari con cui ci si confronta oggi. Valga per tutti l’esempio della Valle di Susa: ma così è un po’ in tutti i campi (energia, trasporto, agricoltura, alimentazione, urbanistica, educazione, gestione rifiuti, mobilità, salute). Di conseguenza, sulla valorizzazione di saperi, conoscenze e buone pratiche e sull’innesco diretto con le rivendicazioni territoriali e del mondo del lavoro può essere a mio avviso costituito un patrimonio comune e condiviso da tutte le aggregazioni impegnate nella costruzione di una alternativa radicale al pensiero unico e al sistema liberista.
Dopo i referendum
Interpreto la straordinaria vittoria ai referendum di giugno (tutti e 4 insieme!) come un esplicito richiamo alla supremazia della vita sull’economia, nella specifica riscoperta e valorizzazione  dei  cicli vitali sul territorio per acqua, sole, terra e aria e come un inedito privilegio riconosciuto alle leggi della natura rispetto a quelle dominanti dell’economia. La questione energetica, dentro il nostro ragionamento, assume allora un’importanza cruciale, dato che l’abbandono del nucleare prevede un passaggio accelerato da sistemi centralizzati ed extraterritoriali, propri dell’era fossile, a sistemi decentrati, alimentati da fonti rinnovabili e integrati e programmati   nel complesso delle risorse territoriali, anche per i loro riflessi sullo sviluppo dell’occupazione, oltre che per gli effetti sulla salubrità della produzione e sulla riduzione del consumo.
Vengono così portate in primo piano le ragioni di un modello che prende ad imitazione la natura, che si riappropria del tempo, che applica la parola tagli agli sprechi, anzichè ai bisogni e ai diritti e che punta a riarmonizzare lavoro e natura. In una simile prospettiva, che implica una gigantesca riconversione, c’è un assoluto bisogno di sindacati autonomi e di riportare al centro del conflitto l’impiego stabile, la sua qualità complessiva, i diritti di un potere democratico diffuso che non si ferma alle soglie del mondo del lavoro.
Altro che accettare, come improvvidamente ha fatto anche la Cgil, quel collegamento in negativo tra riconversione e investimenti imposto da Marchionne e dalla Confindustria con l’accordo del 28 giugno! Una sottrazione di titolarietà nei confronti di un soggetto costituzionalmente preposto a organizzare il negoziato per le scelte produttive e per le condizioni di lavoro e costretto invece a subire l’arbitrio dell’impresa, accettare deroghe al contratto nazionale, fino a rinunciare agli strumenti di lotta che conferiscono potere ai lavoratori.
Partire dal territorio
Le “parole chiave” di seguito riportate alludono a concetti e, più precisamente, a fratture, che contraddistinguono un’epoca in cui le trasformazioni risultano spesso più profonde delle nostre radici culturali e denotano conflitti che rivelano l’affanno della stessa democrazia liberale che conosciamo, segnalata dalla pesante estromissione cittadini dalla partecipazione e dalle decisioni che li riguardano. Si tratta di autentici “cleavages”, la cui ricomposizione si situa per ora ancora lontana nel tempo e evoca semplicisticamente, ma efficacemente,  un mondo diverso e possibile.
Ho provato a stilare un elenco di termini attorno al quale concretamente si stanno sviluppando pratiche, lotte, cenni di riunificazione: pace e multiculturalità; beni comuni e stili di vita; riconversione produttiva e senso del lavoro; rappresentanza e autogoverno.
Se dovessi indicare una linea di percorso, sosterrei  – a fronte di una crisi di civiltà – che il territorio è il luogo da cui ripartire, la riappropriazione del lavoro e i diritti dei lavoratori sono il passaggio cruciale per sostenere il conflitto per un mondo diverso, l’abbandono del concetto di crescita costituisce la direzione univoca verso cui procedere, la ricostruzione della rappresentanza il nodo politico da risolvere.
Per tornare al tema della riconversione, non possiamo prescindere dal fatto che, nel complesso, il futuro dell’economia dell’Occidente sarà dominato dalla stagnazione. Il percorso che cerchiamo di individuare – e che chiamerei “riconversione-conversione ecologica”-  deve pertanto potersi adattare, nel bene e nel male, ad una situazione per la cui soluzione non abbiamo ancora “una cassetta degli attrezzi” adeguata, ma per cui disponiamo di una analisi ormai matura, che ho sommariamente tentato di abbozzare in precedenza.
La riconversione-conversione ecologica dovrà essere un fattore di condivisione di orientamenti, di collegamento operativo e di coinvolgimento diretto per gli attori dei prossimi conflitti sociali, per i promotori di buone pratiche, per i soggetti delle mille forme di resistenza molecolare alle forme in cui si esercita il dominio attuale del capitale, a partire dalla finanza.
Il fulcro della riconversione possibile è costituito dal passaggio da un modello di consumo fondato su un accesso individuale ai beni e ai servizi a forme sempre più spinte di consumo condiviso.
In questa prospettiva il fattore determinante che si evidenzia è la territorializzazione dei processi, il collegamento più diretto possibile tra produzione e consumo, al fine di ricostituire legami sociali che non siano fondati esclusivamente sul mercato, bensì “governati” attraverso il conflitto e la ricostituzione di un controllo condiviso (una forma di autogoverno) sui processi economici e sociali. Non tutto ovviamente può o deve essere “riterritorializzato” e gli stessi poteri da contrastare hanno sovente dimensione extraterritoriale. Ma è molto importante cominciare con l’avvicinare quanto più possibile  la produzione di beni fisici ai luoghi del loro uso o del loro consumo.
Mi è chiaro che per le  produzioni industriali, i cicli richiedono spesso economie di scala che le collocano necessariamente al centro di “reti lunghe” di fornitura e di smercio che non possono essere ridimensionate oltre certi limiti. “Ciò non toglie che – come afferma Guido Viale – la conquista di nuove forme di controllo da parte delle comunità nel cui territorio questi impianti sono insediati (e che ne ricavano reddito e ne subiscono gli impatti sociali e ambientali) rientri a pieno titolo tra le finalità della conversione ecologica”.
Sono quattro le principali aree da porre sotto attenzione: le  reti energetiche decentrate e il passaggio alle fonti rinnovabili; la lotta al cambiamento climatico e l’accesso alla mobilità; la tutela e la manutenzione dei beni comuni (acqua, suolo, alimentazione, salubrità dell’aria);  la riqualificazione dell’assetto urbano e il non consumo di suolo. Gran parte di questi temi è già stata sviluppata in varie sedi. Si tratta di realizzarne una sintesi con una dimensione operativa, esplicitando le diversità di orientamenti e di valutazioni riscontrate, per renderla disponibile a una platea di “utenti” non specialistici e più ampia possibile.