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21 giu 2012

Naerum Allotment Gardens

Naerum Allotment Gardens by Carl Theodor Sorensen, Denmark, 1952



Nærum, Denmark, are considered one of C. Th. Sørensen 's most important creations. In 1948 40 oval allotment gardens, each measuring c.25 × 15 m/80 × 50 ft, were laid out on a rolling lawn, a common green, in a fluid progression. The gardens are mostly placed so that the oval lies across the curves of the slope. This use of the rolling terrain, combined with the sweeps and curves of the hedges, accentuates the dynamic impression. The individual garden plots are enclosed compartments surrounded by hedges; their cottages may be situated in different ways, but comply with the overall plan. The hedges were originally intended to be both clipped and unclipped, using such species as hornbeam, hawthorn, privet, and roses, but today there are mostly privet and hawthorn, clipped in different heights and forms. The design of the individual garden plots was left up to each owner, but a guide from C. Th. Sørensen shows various models. The allotment gardens are situated close to a large public housing scheme, Nærumvænge, with flats and terraced houses, characterized by its homogeneous look and red hipped roofs. C. Th. Sørensen landscaped the green spaces here also.





9 set 2011

api in città

da http://www.ilpost.it/lucamolinari/2011/09/09/agricoltura-citta/

Nei giorni scorsi la Stampa ha riportato una notizia curiosa riprendendo un articolo dell’Independent in cui si annunciava la decisione di Xavier Rolet, presidente del London Stock Exchange, di impiantare due alveari sul tetto dell’edificio nel cuore della City. Tralasciando la passione per l’apicultura di Rolet, il tema preoccupante della moria crescente di api nel pianeta, il valore economico incrementale del miele, trovo significativo che alcuni monumenti contemporanei come appunto la LSE, ma anche la stazione di St.Pancras e la Tate Modern sempre a Londra, la Banca Nomura a Tokyo e il Grand Palais a Parigi, si stiamo attrezzando offrendo i propri tetti alle celle di milioni di api operaie.
Questa notizia, come altre che popolano i media sotto la voce “curiosità e stranezze”, a volte non sono che spie impercettibili che indicano una trasformazione profonda che andrà a incidere sempre di più sulle nostre metropoli riportandoci ad un immaginario inaspettato, quasi medioevale: il ritorno deciso e sempre più visibile dell’agricoltura e di una natura non addomesticata nelle città.
Alveari sui tetti, orti urbani negli spazi pubblici e sulle terrazze comuni dei grandi palazzi residenziali, campi produttivi nei lotti liberi non costruiti all’interno della città, piccoli allevamenti animali, sono alcuni degli elementi che popoleranno le nostre metropoli modificandone la percezione e l’immagine.
Non si tratta di una nuova moda, ma di una pressante e crescente esigenza economica oltre che sociale che modifica inevitabilmente i luoghi che viviamo. La pratica del chilometro zero deriva dalla volontà di evitare sprechi e di controllare la qualità dei prodotti, ma risponderà sempre di più all’esigenza delle singole comunità di produrre alimenti stagionali rispondendo a quella che sarà una pressante diminuzione dei generi alimentari e un conseguente aumento dei costi.
Uno dei grandi temi e problemi dei prossimi decenni sarà sicuramente l’individuazione di nuove strategie di produzione alimentare per una massa crescente di popolazione, ed è interessante notare come in ogni grande metropoli mondiale (da New York alla megalopoli asiatica) si stiano sviluppando strategie dal basso per aggredire il problema e progettare soluzioni adeguate.
E una delle conseguenze più interessanti di questo processo sarà la metamorfosi degli spazi comunitari sulla base di un diverso patto sociale solidale, che modificherà inevitabilmente l’immagine diffusa delle nostre città. Un’azione che rimescolerà le carte della nostra vita minuta in una relazione inedita con la natura in città tutta da sperimentare e vivere. E tutto questo cosa c’entra con l’architettura? Non dimentichiamoci che solo il 10 per cento del costruito nel mondo è a malapena firmato da progettisti e che, spesso, incide di più un’azione diffusa, anonima di questo tipo per modificare i luoghi che viviamo quotidianamente che un grande progetto d’archistar.

13 giu 2011

città e decrescita

Di Serge Latouche, 13 giu, da www.eddyburg.it 
La Carta.org un interessante articolo nel quale il filosofo ed economista esamina la crisi della città e ne argomenta la soluzione ; «La crisi è politica e dunque il rimedio deve anche essere politico»

Il disastro urbano della società della crescita
Il disastro urbano che ciascuno può constatare, è il risultato di logiche che sfuggono palesemente agli architetti ed agli urbanisti. Abbiamo una quantità di architetti e urbanisti di ottima qualità [compresi quelli del campo dell’abitare ecologico] ma questo non impedisce il caos urbano e paesaggistico attuale nel quale il mondo è rinchiuso. Il problema è che questa architettura è spesso molto seducente quando si tratta di ville individuali o di palazzi prestigiosi, ma è molto deludente nel’insieme. Fallisce «a fare città» e sopratutto ha fallito nell’impedire la decomposizione del tessuto urbano, le mitage du paysage [tarmatizzazione del paessaggio], la cementificazione del territorrio, la crescita dello squallore del quadro della vita e la distruzione del’ambiente, per non parlare dello scacco nel ridurre il consumo di energia e l’impronta ecologica. Tuttavia questi architetti e urbanisti ne sono stati i complici e al medesimo tempo hanno cercato di porvi rimedio. Siamo di fronte a una forma di schizofrenia. Questo disastro urbano è stato constatato anche dal grande architetto portoghese, Alvaro Siza. «La cosa più grave è la devastazione del territorio, lo scacco di questa disciplina è l’uso della terra… Noi assistiamo alla fine di un ordine delle cose che prefigura forse un’altra cosa, che noi non connosciamo ancora. E, senza dubbio questa era inevitabile. Ma nell’immediato, la qualità è emarginata e siamo di fronte a un disastro». Noi viviamo ancora nella città produttivista, pensata e strutturata in funzione del’automobile sotto forme che pretendono di essere razionali [basta pensare alla città radiosa di Le Corbusier] con le sue segregazionì degli spazi, sue zone industriali, i suoi quartieri residenziali senza vita.
Si è potuto parlare giustamente della distruzione delle città in tempo di pace con l’esplodere dei vecchi centri storici, la speculazione immobiliare sfrenata che caccia i ceti inferiori e medi verso le periferie, il proliferare dei centri commerciali, l’estensione delle zone residenziali, l’emergere dei gratttacieli, la lacerazione dello spazio dalle autostrade e la proliferazione dei non-luoghi [stazioni, aeroporti, ipermercati, ecc.]. L’asfissia del traffico automobilistico è uno dei sintomi di una crisi più ampia generata dalla «super» o «iper» modernità [parola che trovo più giusta di «post»-modernità]. Questo è il trionfo della brutezza.
Per poter abozzare ciò che potrebbe essere l’urbanismo e l’architettura in una sociétà della decrescita, bisogna capire prima, che cos’è la società della decrescita e le suoi implicazioni architetetoniche e urbanistiche, poi si potrà precisare a che cosa somiglierebbere la città decrescente.
Il progetto della decrescita e le sue implicazioni urbane
Che cosa è la decrescita? La parola d’ordine della decrescita ha soprattutto lo scopo di sottolineare con forza la necessità di abbandonare il progetto insensato dello sviluppo per lo sviluppo, della crescita per la crescita. Si può definire la società di crescita come una società dominata da una economia di crescita e che tende a lasciarsene assorbire. La crescita per la crescita diventa così l’obiettivo principale, se non l’unico, della vita. Il cancro della Crescita [con la «C» maiuscola] non distrugge soltanto la città, ma distrugge anche il senso dei luoghi lacerando il territorio. Questo è l’esplosione del’urbano, secondo la sociologa Tiziana Villani. Si tratta di un processo di artificializzazione della vita. L’uomo pretende di ricreare il mondo meglio di Dio e della Natura. Gli Ogm, le nanetecnologie, la clonazione, l’allevamento industriale dei pesci, ecc. Ne sono una illustrazione. L’esito finale sarebbe il cyberman, l’uomo artificiale. Ora, il resultato più visibile è la transformazione del mondo reale, del mondo nel quale siamo condannati a vivere, in discarica o pattumeria.
Il fallimento di Dubaï e della sua torre di ottocento metri inabitata, constituisce un simbolo del fallimento del sogno americano e del suo urbanismo. Il progetto della torre di un chilometro di altezza non sarà probabilmente mai costruito. La citta produttivista appartiene al passato, ma la distruzione del mondo si prosegue.
Ovviamenteil fine della società della decrescita non è un capovolgimento caricaturale consistente nel predicare la decrescita per la decrescita. Soprattutto la decrescita non è la crescita negativa. Si sa che il semplice rallentamento della crescita fa cadere le nostre società nello sconforto a causa della disoccupazione e dell’abbandono dei programmi sociali, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Si può ben immaginare quale catastrofe costituirebbe un tasso di crescita negativo! Così come non c’è niente di peggio che una società fondata sul lavoro senza lavoro, niente è peggio di una società di sviluppo senza sviluppo. Rigorosamente parlando, più una a-crescita [come si parla di a-teismo] che una de-crescita. Si tratta precisamente dell’abbandono di una fede e di una religione: quella dell’economia.
Il cambiamento reale di prospettiva necessario per costruire una società autonoma di decrescita può essere realizzato attraverso il programma radicale, sistematico, ambizioso delle otto «R»: rivalutare, ridifinire, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. Questi otto obiettivi interdipendenti scatenano un circolo virtuoso di decrescita serena, conviviale e sostenibile. Non si tratta di un programma, siamo al livello di concezione. Il progetto della società della decrescita si articola dunque intorno al circolo virtuoso delle otto «R». Si può dire delle otto «R» che sono tutte altrettanto importanti. Mi sembra comunque che tre abbiano un ruolo più «strategico» delle altre: la rivalutazione, perché dà origine a tutti cambiamenti, la riduzione perché tiene in sé tutti gli comandamenti pratici della decrescita e la rilocalizzazione perché ha a che fare con la vita quotidiana e il lavoro di milioni di persone. Il problema della città e del territorio ormai distrutti e tutto da ripensare si inscrive nel contesto più ampio del mondo lacerato, della perdita dei punti di riferimento e della crisi del locale. Il disastro urbano è al medesimo tempo un disastro rurale e paesagistico. Ma, nell’ottica della costruzione di una serena società di decrescita, la rilocalizzazione non può essere solo economica. Sono la politica, la cultura, il senso della vita che debbono ritrovare il loro ancorarsi territoriale. La parola chiave è l’autonomia.
La rilocalizzazione svolge quindi un ruolo centrale nell’utopia concreta e feconda della decrescita, e si articola quasi subito in un programma politico. La decrescita sembra rinnovare la vecchia formula degli ecologisti: pensare globalmente, agire localmente. Rilocalizzare l’economia e la vita è una condizione non trascurabile della sostenibilità. Se l’utopia della decrescita implica un pensiero globale, oggi la si realizza solo partendo dai territori. Si tratta di Riterritorializzare [Alberto Magnaghi], ritrovare un sito e ri-abitarlo.
Tuttavia, l’architettura ecoresponsabile o l’habitat bioclimatico non è la soluzione, al meglio costituisce un elemento ipotetico della soluzione. La «città sostenibile» promossa dalla Carta d’Aalborg [1994] è più una forma di modernizzazione ecologica del capitalismo [greenwashing] che un vero rimedio al disastro del produttivismo. Gli ecoquartieri – quartiere Vauban a Friburgo [Germania], Houten [periferia di Utrecht, 40.000, in Olanda] e di Bedzed [Beddington zero energy development] nella città di Sutton a sud di Londra – sono alla fine delle isole di sostenibilità dentro un’mare di inquinamento urbano, e non riusciranno a trasformarlo. Il fallimento e lo scacco clamroso delle «ecocittà » cinesi sono sintomatiche. I rari progetti, lanciati con trombe e fanfare come Chongming, sono nel’impasse. L’ecocittà di Dongtan à Chongming di fronte a Shanghai è stata promossa con forza dal 2006-2008 per fare vetrina ecologica all’Esposizione Universale. Il padrino del progetto è stato eliminato nel 2008 per corruzione dopo di che il progetto, mal conçepito, è stato abandonnato. Gli altri progetti [Huangbaiyu e Tianjin] non vanno bene. L’economia ha vinto sull’ecologia. In questi progetti si tratta sempre di abitare meglio ma non di cambiare il rapporto con la natura, il paesaggio e con il consumismo. I tentativi onorevoli degli architetti e degli urbanisti di porre rimedio alla crisi urbana e sociale proponendo schemi ingegnosi – regioni urbane, città giardino, città totale, reti urbane, conurbazioni [Geddes], Broadacre city [Wright], città compatta, città distesa, ecc., che cercano una nuova articolazione tra città e campagna, sono condannati allo scacco per mancanza di un’analisi globale del fallimento della società della crescita.
Il funzionalismo formalizato nella Carta di Athene da Le Corbusier [1943] che pretendeva di lottare contro il «disordine urbano» ha generato finalamente un disordine più grande al prezzo di una esplosione dell’impronta ecologica delle città. Secondo la profezia di Lewis Mumford, la megapolis si trasforma in tyrannopolis, poi finisce come nekropolis. Questo sembra essere il destino de l’iperpolis virtuale, constituita dalla finanza e dai media globalizzati.
La crisi è politica e dunque il rimedio deve anche essere politico. È questa la ragione per cui il progetto della decrescita passa necessariamente attraverso una rifondazione del politico e quindi della polis, la città e del suo rapporto con la natura. Il progetto urbano è necessariamente secondo ripetto al progetto sociale, e il progetto architettonico è secondo rispetto al progetto urbano. Il «disastro» urbano non è il risultato di una mancanza degli architetti ne degli urbanisti, è il résultato di una crisi di civilità. Solo con l’inserimento dentro il progetto di costruzione di una società di decrescita il tessuto locale e urbano può essere ricomposto.
A che cosa somiglierà la città decrescente?
La città decrescente dovrebbeessere una città con una impronta ecologica ridotta, trattenendo un rapporto forte con l’ecosistema [una bio-regione]. Piutosto di sognare la construzione di città nuove, bisognerà imparare ad abitare le città in modo diverso, questo al Nord come al Sud. La città consuma bassa entropia [energia, risorse, cibo, ecc.] e esporta massiciamente alta entropia [rifiuti, inquinamento]. Si tratta di un predatore ecologico che consuma una superficie «fantasma» molto superiore alla sua superficie reale.
[...]
Più la citta è estesa, «funzionale» [Le Corbusier], più questa impronta è forte. Quello che non si vuole dire che bisogna verticalizzare le città. Le torri sono dei divoratori di energia e non accrescono veramente la densità. Bisogna sicuramente reinventare una città più «compatta». L’habitat individuale, isolato, anche pensato ecologicamente bene, è una eresia urbanistica, dal punto di vista della decrescita, perchè ogni anno spariscono ettari di terre agricole sotto l’asfalto e il cemento. La costruzione ragruppata e l’alloggiamento collettivo dimostrano una efficacia energetica più alta.
Invece delle megalopoli attuali, bisogna imaginare una città ecologica, fatta di villagi urbani dove ciclisti e pedoni utilizzano una energia rinovabile. Nella città decrescente, gli abitanti ritroverano cosi il piacere di gironzolare, come sognavano Baudelaire o Walter Benjamin. Riapprendere di abitare il mondo è quindi un imperativo.
Si può pensare a organizzare delle bioregioni urbani. La bioregione urbana, costituita da un insieme complesso di sistemi territoriali e locali dotati di una forta capacità di autosostenibilità, mira a ridurre il consumo di energia e le diseconomie esterne [o esternalità negative, cioè i danni provocati dall’attività di un soggetto che ne fa pagare i costi alla collettività]. Politicamente, una bioregione potrebbe essere concepita come una città di città, città di municipi, municipio di municipi o forse una città di villaggi, in breve una rete policentrica o moltipolare. Si potrebbe considerare un’area metropolitana come una articolazione di quartieri autonomi che funzionano come dei comuni giustapposti, secondo la proposta di Murray Bookchin. «La città, che da secoli ha funzionato secondo la formula del ‘luogo dove tutto si scambia’ – scrive Yona Friedman – diventerà un’arca di Noè destinata ad assicurare la sopravivvenza della specie nonostante il diluvio. Una grande autonomia, una grande autarchia saranno dunque necessarie». Questa autonomia comunque non significa ancora un’autarchia completa. Si potrà stimolare il commercio con le regioni che avranno fatto la stessa scelta e avranno abbandonato il produttivismo. Si ricercherà anche l’autonomia energetica locale: le energie rinnovabili sono adatte alle società decentralizzate, senza grandi concentrazioni umane. Questa dispersione ha il vantaggio che ogni regione del mondo possiede un potenziale naturale per sviluppare una o più filiera di energia rinnovabile.
«Saremo noi un giorno capaci – si chiede Christophe Laurens, architetto e paesaggista – abitare poeticamente le torri degli uffici, gli stadi, gli incroci, i centri commerciali, le discariche e tutti i parchi d’attrazione, tutto ciò quello che l’architetto olandese Rem Koolhaas chiama i junkspace?». La risposta viene forse da Yona Friedman: «Per trasformare il male in bene – dice – dovremo disfarci del condizionamento che abbiamo subito». Si tratta di abitare diversamente la stessa città. Pensare al Paris [Parigi/scommessa] della decrescita.
In un primo tempo, la città decrescente, potrebbe essere la cità attuale dalla quale sarebbe stati eliminati la publicità, le auto e la grande distribuzione e dove sarebberò stati introdotti i giardini condivisi, le piste ciclabili, una gestione publica dei beni comuni [acqua, servizi di base] e anche la coabitazione e le «botteghe di quartiere». Una riconversione sarà necessaria ma anche una certa disindustrialisazione. Il risultato di questa disindustrializzazione realizzata, grazie a degli attrezzi soffisticati ma conviviali, sarebbe la prova che si può produrre altrimenti. Anche se la parte autoprodotta non è totale, essa è comunque importante.
Nel suo bel libro «Manifesto per la félicita. Come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere» [Donzelli, 2010], Stefano Bartolini presenta così la città «relazionale» che corrisponde quasi-esattamente al progetto della decrescita: «La città relazionale è uno degli aspetti cruciali della mia proposta di assegnare ai bambini una priorità ben maggiore di quella attuale perché essi sono il paradigma dello stretto legame tra spazio e mobilità nel determinare l’esperienza relazionale. I bambini devono disporre di spazi pedonali di qualità vicino a casa e della possibilità di arrivarci da soli. Gli elementi chiave di una città relazionale sono: l’auto privato deve essere drasticamente limitata come misura strutturale, per fare in modo che tutti i cittadini usino i trasporti publici; la densità di popolazione deve essere alta; ci devono essere molte piazze, parchi, isole pedonali di qualità, centri sportivi ecc.; le aree pedonali ideali sono nei dintorni del mare, di un lago, un fiume, un ruscello, un canale; devono attraversare la città in modo da formare una rete pedonale e ciclabile; ci devono essere il più possibile marciapiedi spaziosi e piste ciclabili; ampi terreni di proprietà publica deveno circondare la città, per costruirvi parchi e case16».
E per il Sud? Bisogna partire dalla realtà. Due miliardi di persone vivono nei baraccopoli [bidonvilles] o delle favelas autoconstruite e non accederanno mai alla città produttivista. La visione di Yona Friedman dell’architettura e dell’urbanismo di sopravivvanza è certamente più realista per il Sud, e inoltre in coerenza con la città decrescente al Nord. La città povera è fatta di un insieme di bidonvillages. «Il bidonvillage – dice Friedman – è la società anarchica dei poveri e non ha che fare con una scelta ideologica o politica; questo tipo di società si è costituito semplicemente perché l’esperienza ha provato che questo assicura al bidonvillage le migliori probabilità di sopravvivenza».
Finalmente, «La risposta dell’architettura di sopravivvenza ai problemi correnti sarebbe dunque: costuire meno, ma imparare ad abitare in altro modo; sfruttare meno i nostri campi, e in compenso imparare a rivedere i nostri criteri di ‘commestibilità»; vivere nelle città in cui abitiamo, ma organizzarci con minori spostamenti e vivere all’interno del nostro villaggio urbano, isolato dagli altri villaggi urbani, non più frequentati da noi perché lontani».
In attesa dei cambiamenti necessari della governance mondiale e della salita al potere di governi nazionali intonati all’obiezione di crescita, numerosi sono gli attori locali che hanno implicitamente o esplicitamente imboccato la strada dell’utopia feconda della decrescita. Se il progetto locale comporta evidenti limiti, non si deve sottovalutare le possibilità di fare dei passi avanti nella politica a questo livello. Si può menzionare: la Rete del nuovo municipio, la rete delle città lenti [Slow cities], le città in transizione [Transition towns], le Città post carbone, le numerose esperienze di città virtuose come l’esperienza del comune di Mouans Sartoux sotto l’impulso del suo sindaco André Aschieri19, le esperienze di Barjac20 e di Correns, tutte collegate con iniziative più piccole [i Gruppi di acquisto solidale, Amap ecc]. `
Il movimento delle città in transizione [Transition towns] è forse la forma di costruzione dal basso che si avvicina di più a una società della decrescita. Queste città secondo la carta della rete ricercano l’autosufficienza energetica nella prospettiva della fine delle energie fossili; più generalmente ricercano la resilienza. Questo concetto, preso in prestito dalla fisica, passendo attraverso l’ecologia scientifica, può essere definito come la capacità di un’ecosistema di resistere ai cambiamenti della sua ambiente21. Per esempio, come i grandi agglomerati urbani potranno affrontare la fine del petrolio, l‘aumento della temperatura, e tutte le catastrofe prevedibili? La risposta dell’esperienza ecologica è che se la specializzazione consente di migliorare le performanze in un’campo, rende più fragile la resilienza dell’insieme. La diversità, al contrario, rinforza la resistanza e le capacità di adattarsi. Reintrodurre gli ortaggi, la policultura, l’agricultura di prossimità, piccole unità artigianali, moltiplicare le sorgenti di energia rinovabile, tutto questo rinforza di consequenza la resilienza.
Per concludere, si possono riprendere due citazioni di architetti
Enrico Frigerio [in Slow Architecture]: «L’architetto esteta, creatore di forme, credo sia oggi quasi anacronistico».
Yona Friedman: «Dopo tutto, stiamo forse riscoprendo che assicurarsi la sopravvivenza può anche essere la Festa».
In sintesi. La città decrescente, primo passo verso una società di abbondanza frugale, preserverà l’ambiente che è in ultima analisi la base di tutta la vita, aprirà a ciascuno un accesso più democratico all’economia, ridurrà la disoccupazione, rafforzerà la partecipazione [e dunque l’integrazione] e anche la solidarietà, fortificherà la salute dei cittadini grazie alla crescita della sobrietà e alla diminuzione dello stress. L’impatto sul paesaggio, anche se non fosse l’oggetto di una politica specifica, sarà necessariamente positivo.
[Questo saggio è il testo della relazione di Serge Latouche al meeting internazionale, il 19 e 20 maggio a Roma, dal titolo «The architecture of well tempered environment - Un'armonia di strumenti integrati», promosso dall'Unione internazionale degli architetti e dall'Union internationale des architectes, architecture and renewable energy sources].

30 dic 2009

Vitoria Gasteiz


Vitoria-Gasteiz è il capoluogo basco che ha saputo conservare meglio il proprio centro storico medievale, dichiarato complesso monumentale nel 1997. Vitoria Gasteiz ha circa 220 mila abitanti.

Su un piccolo poggio nella Llanada Alavesa esisteva un villaggio denominato Gasteiz e nel 1181 il re di Navarra Sancio VI il Saggio decise di fondarvi la città di Nuova Victoria come avamposto difensivo del suo regno. II nucleo della città medievale, formato da tre strade e dalle mura subì l'assedio del re di Castiglia che lo conquistò nel 1200.

La parte vecchia della città, conosciuta con il nome di Casco Viejo, è conservata molto bene e contiene moltissimi monumenti. In particolare: Casa del Cordon del XV, la cattedrale Gotica, la cattedrale di Santa Maria, il museo archeologico e la Torre de Doña Otxanda.

Passeggiare in queste vie del centro storico, il cui tracciato è a forma di mandorla, significa trovarsi di fronte a magnifici edifici medievali: la casa del Cordon, la torre degli Anda, il Portalòn, ecc., e rinascimentali: palazzi di Escoriaza-Esquivel, Villa Suso, Bendana, Montehermoso che conservano intatti i loro elementi architettonici e che attualmente sono destinati a vari usi: la maggior parte ospita infatti musei e centri polifunzionali municipali.

L'opera di recupero del centro storico non si è limitata solo all'aspetto architettonico: le botteghe artigiane, i negozi e i numerosi bar fanno sì che la parte vecchia sia sempre una parte viva della città. I nomi di queste vie sono legati a diverse corporazioni di arti e mestieri medievali ed indicano che il carattere dì piazzaforte stava cambiando in quello di città dedita al commercio. Con l'arricchirsi delle famiglie che possedevano le botteghe artigiane, tra le costruzioni più modeste, si cominciarono ad erigere case signorili e veri e propri palazzi.
Dopo l'incendio, la città venne ricostruita e il primo nucleo venne allargato ad est con tre nuove vie (Correrla, Herrería e Zapatería) e pochi decenni dopo se ne aggiunsero altre tre ad ovest (Cuchillería, Pintoreria e Judería).

La città ha avuto un forte sviluppo industriale soprattutto nel campo artigianale negli ultimi due secoli. Questo ha portato alla costruzione di nuovi edifici che di solito sono ben inseriti nel contesto urbano facendone sicuramente una delle città meglio amministrate di tutta l’Europa.


Nella città hanno luogo ogni anno due festival musicali di valore internazionale come il festival Jazz dal 10 al 16 luglio e l’Azkena Rock, Festival che ha luogo dalla fine di agosto ai primi di settembre.
Industria a parte Vitoria è una delle città dell’Europa con la percentuale più alta di parchi per abitanti. Ha ben 42 metri quadrati di verde per persona e anche i nuovi quartieri che hanno delle vie larghe e alberate sono immerse nel verde dei giardini.

(viaggio in Biscaglia, marzo 2007)



3 nov 2009

greenhouse


GreenHouse è un progetto cooperativo di cohousing sostenibile che prevede, tra gli altri, un importante spazio-servizio comune gestito dalle famiglie residenti nell’insediamento in cohousing: una serra di produzione verticale ad alta tecnologia - un vero e proprio orto in città - capace di garantire almeno il 50% del fabbisogno verdura fresca e piccoli frutti degli abitanti.
Le famiglie che abiteranno gli appartamenti di GreenHouse avranno a disposizione anche altri 500 mq di spazi comuni (lavanderia, hobby room, area relax, area fitness, biblioteca, stanza della musica, living con cucina, area giochi per i bambini, appartamento per gli ospiti e solarium.)
GreenHouse nascerà a Milano, quartiere Lambrate, in Via Ciletto Arrighi, all'interno dell’area Lambretto - Minerva, oggi oggetto di un ampio piano di recupero e riqualificazione. GreenHouse, pronto entro il 2012, sarà realizzato in cooperativa.

1 nov 2009

friedensreich hundertwasser

artista-architetto maestro della libertà creativa del pensiero organico (1928-2000)
" solo quando architetto, muratore e occupante formano una trinità come padre-figlio-spirito santo si può parlare di architettura ".


Friedensreich Hundertwasser nasce a Vienna nel 1928, pittore, architetto ed ecologista, si batte con ferma convinzione per una vita in armonia con la natura.
Nel 1949 ha cambiato il suo nome Friedrich Stowasser con Friedensreich Hundertwasser, che significa "l'cento-acqua di pace-regno."

Già negli anni 50 con i suoi manifesti attaccava il razionalismo dell' architettura e lottava per una architettura vicina alla natura ed a misura d' uomo. Grazie alla sua instancabile attività è riuscito a dare forma a questi suoi progetti. dagli anni 80 alcuni progetti realizzati da hundertwasser, come ad esempio il complesso di appartamenti nella kegelgasse, la ristrutturazione della chiesa di s. barbara a barnbach nella stiria, il kunsthauswien, l' impianto per l' incerenimento dei rifiuti di spittelau e molti altri, hanno riscosso un grande interesse a livello internazionale ed hanno aperto una nuova discussione sull' architettura.
Può essere definito un vero e proprio creatore di realtà paradisiache, non solo nella pittura; nessun altro artista si è infatti adoperato quanto lui per la tutela dell’ambiente e per una vita in armonia con la natura.

Il suo impegno ecologico ebbe origine ancora prima della nascita del movimento ambientalista. "al giorno d'oggi viviamo in un caos di linee rette, in una giungla di immorali linee rette. la livella e il metro dovrebbero essere vietati, sono il simbolo dell'ignoranza e il sintomo della disintegrazione della nostra civilizzazione". Emulo di Klimt e Schiele, era un artista di strada ("pittore metropolitano vegetativo" amava definirsi) ma teneva vibranti lezioni all'accademia. In un paio di occasioni lo ha fatto completamente nudo.

La sua produzione non si esaurisce nei dipinti e nei progetti architettonici: hundertwasser ha disegnato orologi, monete, targhe automobilistiche, schede telefoniche, bandiere e francobolli.
Lo stile architettonico del Hundertwasser mostra l'influenza del lavoro di Antoni Gaudi a Barcellona così come alcuni architetti di jugendstil. Ciò può essere vista nell'inclusione del hundertwasser delle forme quasi accidentali irregolari nel suo disegno della costruzione. H. esprime un'antipatia alla severità ed all'austerità nell'architettura che vede nell'uso delle linee rette . L'abitante per H. dovrebbe essere direttamente responsabile della progettazione e dell'esecuzione di sviluppo della sua casa. "Tutti dovrebbero fare la loro propria architettura, dovrebbero potere costruire che cosa gradiscono, con le piume, l'erba o la carta, anche se la costruzione sprofonda."
Le idee architettoniche rivoluzionarie del hundertwasser inoltre includono costruzioni che inglobano gli alberi e zone verdi dove gli animali possono pascere.

29 ott 2009

aquaviva

Acqua Viva è un sistema di recupero acque piovane che si basa sulle teorie e ricerche di Viktor Schauberger, Theodore Schwenk e John Wilkes, nel metodo di gestione dell’acqua come risorsa preziosa, metodo unico in grado di rispettare le proprietà vitali dell’elemento.
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Nella natura l’acqua si muove in vortici, mulinelli e creando meandri. Questo movimento innato aiuta il prezioso elemento ad acquisire tutte le sostanze necessarie per sostenere la vita oltre ad accelerare il suo flusso, abbassando cosi la sua temperatura ed eliminando di conseguenza microbi dannosi.
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La nostra prassi quotidiana nella gestione delle acque ignora completamente tutti questi fatti, deteriorando notevolmente la qualità dell’acqua e per conseguenza la salute di tutti gli esseri viventi che dipendono da essa. Acqua Viva è soltanto uno sguardo furtivo a ciò che si potrebbe realizzare per migliorare la qualità della nostra acqua e restituirla al suo ciclo naturale intatta, viva. Gli stessi principi utilizzati in Acqua Viva possono essere applicati ad un’intera gamma di prodotti per la gestione delle acque; sistemi innovativi, creativi e di supporto a questo elemento così fondamentale per la vita.

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Acqua Viva è un sistema che viene applicato ai sistemi di recupero acque piovane già esistenti sui tetti dei palazzi. Le tubature vengono rimpiazzate dal sistema Acqua Viva che consiste in una serie di sculture Flowform sospese da cavi fissati al muro.

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Le sculture agevolano il comportamento innato dell’acqua, ossia quello di creare vortici, mulinelli e meandri. A livello di ogni piano viene installato un deposito a forma di uovo per l’utilizzo immediato dell’acqua piovana, questa infatti raccolta è adatta all’irrigazione delle piante domestiche, così da ridurre la quantità di acqua potabile usata a questo scopo. Quando il deposito ad un piano viene riempito dall’acqua, l’eccedente scorre sulle sue pareti verso la prossima scultura Flowform e cosi via fino al primo piano. I materiali da utilizzare sono da individuare in base al luogo di implementazione e le risorse disponibili.

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Sviluppate da John Wilkes, le sculture Flowform migliorano le qualità dell’acqua sostenendone i processi biologici interni e quelli degli organismi che sostenta. Queste sculture sono state utilizzate in processi di depurazione delle acque essendo state in grado di aumentare le loro qualità chimico-fisiche e proprietà organolettiche. Nel caso delle sculture Flowform, l’acqua non palpita all’interno di un oggetto ma è guidata su di una superficie che ne agevola il movimento in vortici. Questa superficie è identificata da una geometria basata sulla spirale d’oro o lemniscata.

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La forma ad uovo agevola la circolazione dell’acqua impedendo che quella immagazzinata si riscaldi restando immobile e diventando stantia, morta e facilitando lo sviluppo di batteri. Già le culture antiche utilizzavano questa forma ad uovo (amphorae) perché erano a conoscenza di queste sue proprietà utilizzandola per immagazzinare liquidi e bevande.

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Nel sistema Acqua Viva la forma ad uovo è progettata seguendo le proporzioni d’oro; il deposito ha un’apertura superiore dove l’acqua penetra dalla scultura Flowform posta al di sopra di esso. Un anello di legno mantiene il contenitore al proprio posto mentre una leva ed un beccuccio si inseriscono al di sotto per avere accesso all’acqua immagazzinata. Questo contenitore idealmente dovrebbe essere realizzato in terracotta viste le sue proprietà traspiranti.

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Il Compostaggio negli Spazi Verdi Pubblici. Progetto presentato da Araceli de la Parra

Durante la seconda edizione della mostra NOSEASON 2008 Tradizione Innovazione, Araceli de la Parra di GenitronSviluppo.com ha presentato un sistema di recupero delle acque piovane da lei progettato basato sul lavoro di John Wilkes (che utilizza la tecnologia Flowform) e di cui abbiamo già trattato in una precedente articolo e intervista

Presso lo spazio Cobianchi si trovava in esposizione materiale grafico che illustrava completamente il progetto oltre ad un video (immagine completa creata da Hopr) ed una fontana realizzata da Silvano Angelini per l’assaggio dell’acqua “rivitalizzata”. L’acqua utilizzata durante l’assaggio era semplicemente uscita dal rubinetto e posta nelle bottiglie di vetro (su cui era posta l’etichetta vincitrice che promuoveva l’iniziativa svolta da Terre di Mezzo pro acqua da rubinetto e contro la pubblicità continua delle acque in bottiglia).

Per la conferenza stampa del 19 settembre è stato invitato il Dott. Costantino Giorgetti collaboratore di John Wilkes alla Healing Water Foundation, ed è stato un onore averlo accanto con una presentazione che ha lasciato il pubblico senza fiato e colmo d’entusiasmo.

http://flowform.net/

http://www.youtube.com/watch?v=oFWTkIZmvaI&feature=player_embedded

http://www.youtube.com/watch?v=rJDj586Jghg

22 ott 2009

carta

Tubi di cartone usati come pilastri, travi, pareti: per case, chiese, musei. È il modo di costruire di Shigeru Ban , un progettista giapponese, maestro della leggerezza e del riciclaggio ecologico.

L’uso di carta e cartone, materiali non convenzionali in ambito di design e architettura, lo rendono uno dei giovani architetti più in vista sulla scena internazionale. Il suo nome figurava tra quelli dei progettisti di uno dei due progetti finalisti per la ricostruzione del World Trade Center di New York.

L’opera di Shigeru Ban richiama non solo la sperimentazione architettonica, ma anche il valore concreto dei programmi di riciclo di carta e cartone e di tutela dell’ambiente. Divenne popolare in Giappone nel 1995, quando disegnò e realizzò, su larga scala, abitazioni economiche e di rapido montaggio per i terremotati di Kobe, impiegando come materia prima essenziale tubi realizzati con carta riciclata.

Per la realizzazione delle sue opere egli avvolge, con dei collanti naturali, della carta riciclata attorno un tubo di alluminio. Una volta seccata la carta, il tubo di alluminio si sfila e le colonne di carta vengono trattate con cera per renderle impermeabili. Con quegli stessi materiali di base, interamente riciclabili, Shigeru Ban realizza anche pezzi di design.

Minimalismo, sperimentazione e sostenibilità sono le costanti entro le quali si muove la ricerca di Shigeru Ban, architetto orientale, in netta posizione antitetica rispetto alla declinazione hi-tech di molta architettura contemporanea.

23 set 2009

Eugene Tsui

Dr. Eugene Tsui, architetto, urbanista, designer industriale, artista, docente, ricercatore, inventore, musicista, atleta agonista, editore e presidente del Tsui Design and Research Inc. Presidente della Fondazione Telos, fondazione senza scopo di lucro per la divulgazione e l'insegnamento alla progettazione.
















E' forse il primo architetto e designer della storia a studiare ed analizzare profondamente il funzionamento dei fenomeni naturali attraverso un approccio interdisciplinare e olistico creandone una base per la progettazione di materiali e metodi di costruzione. I suoi progetti si espandono e si estendono al di là del paradigma "progettazione sostenibile". L'opera di Eugene Tsui ci mostra l'ineffabile e fantastica intelligenza della Natura e la possibilità di allineare il genio dell'architettura ad essa.
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Eugene Tsui, nato a Cleveland nell'Ohio, da genitori cinesi parla correntemente il mandarino e l'inglese. I suoi titoli professionali provengono dall'Università dell'Oregon, dalla Columbia University Graduate School e dalla Berkeley University dove ha ricevuto un dottorato di ricerca interdisciplinare in architettura e insegnamento. Oltre ad aver ricevuto numerose borse di studio è il più giovane membro del comitato di organizzazione delle olimpiadi estive nel 1976 mentre nel 1996, '97, '98, '99, 2000 e '02 gli è stato assegnato il premio Presidential Sports Award e 4 volte il Senior Olympics Gymnastics All-Around Champion.

http://www.genitronsviluppo.com/2008/05/02/%e2%96%ba-eugene-tsui-larchitettura-possibile-contro-lutopia-verso-la-natura-e-il-mito-lintervista-al-poliedrico-uomo-in-grado-di-superare-larchitettura-sostenibile-mens-sana-in-corpore-sa/

23 lug 2009

Costantino Nivola


Nato a Orani nel 1911.

È manovale nell’adolescenza: primo importante approccio con calce, pietra, terra e sabbia.
Con Mario Delitala, pittore nativo di Orani, inizia l’apprendistato artistico. L’occasione è la decorazione degli ambienti dell’Università sassarese, nel 1929. Il soggiorno cittadino apre al ragazzo l’agognata finestra su una realtà differente da quella sinora vissuta.



Lascia Orani nel 1931 alla volta dell’ Istituto Statale per le Industrie Artistiche (ISIA) di Monza. Il penultimo anno di studi arriva Ruth Guggenheim: la sua cultura ebraico-tedesca, romantica e filosofica, trova immediate affinità col giovane Nivola, instaurando un legame che li terrà uniti da lì in avanti.


La fine degli studi, il matrimonio, l’impiego nell’ Ufficio Grafico della Olivetti, precedono la fuga dall’Italia causata dalle leggi antisemite. La coppia si trasferisce a Parigi e poi a New York, dove la loro abitazione definitiva, a Long Island, sorge vicina a quella di Jackson Pollock e di Willem De Kooning.

Conosce Le Corbusier con il quale nasce un intenso scambio di idee e di esperienze.


Mette a punto la tecnica della colata di cemento sulla sabbia modellata, sand-casting, con la quale esegue grandi pannelli decorativi per importanti edifici: showroom Olivetti a New York, Mutual Hartford Insurance Company nel Connecticut, Harvard University, McCormick Plaza Exposition Center di Chicago e Yale University.

Nel 1958 per le strade di Orani allestisce una mostra di sculture e decora con un grande graffito la facciata della chiesa della Madonna d’Itria. Per Nuoro realizza, nel 1966, una piazza-monumento dedicata al poeta Sebastiano Satta.

Il suo impegno artistico si divide tra esposizioni e commissioni per interventi in edifici pubblici e privati e incarichi d’insegnamento nelle Università di Berkeley e di Harvard. Alla fine degli anni Ottanta realizza le sculture del nuovo Palazzo del Consiglio Regionale a Cagliari. Muore il 5 maggio 1988 nella sua casa di East Hampton, lasciando “nipoti americani”.