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21 giu 2012

Naerum Allotment Gardens

Naerum Allotment Gardens by Carl Theodor Sorensen, Denmark, 1952



Nærum, Denmark, are considered one of C. Th. Sørensen 's most important creations. In 1948 40 oval allotment gardens, each measuring c.25 × 15 m/80 × 50 ft, were laid out on a rolling lawn, a common green, in a fluid progression. The gardens are mostly placed so that the oval lies across the curves of the slope. This use of the rolling terrain, combined with the sweeps and curves of the hedges, accentuates the dynamic impression. The individual garden plots are enclosed compartments surrounded by hedges; their cottages may be situated in different ways, but comply with the overall plan. The hedges were originally intended to be both clipped and unclipped, using such species as hornbeam, hawthorn, privet, and roses, but today there are mostly privet and hawthorn, clipped in different heights and forms. The design of the individual garden plots was left up to each owner, but a guide from C. Th. Sørensen shows various models. The allotment gardens are situated close to a large public housing scheme, Nærumvænge, with flats and terraced houses, characterized by its homogeneous look and red hipped roofs. C. Th. Sørensen landscaped the green spaces here also.





19 giu 2012

Il lavoro secondo la decrescita

Il lavoro secondo la decrescita
di PAOLO CACCIARI

La terza Conferenza internazionale sulla decrescita, la sostenibilità ambientale e l’equità sociale che si terrà a Venezia dal 19 al 23 settembre (www.venezia2012.it)  si sta velocemente avvicinando. Essa si svolgerà lungo tre assi tematici: commons, democracy e work. Sui primi due la combinazione con i principi della decrescita è abbastanza facile da immaginare: la decrescita è prima di tutto riconoscimento del valore non monetario dei sistemi ecologici e l’auspicio di una loro gestione responsabile, condivisa, partecipata. Sul lavoro e, più precisamente, su come riuscire a ridurre l’impiego di lavoro comunque retribuito senza abbassare le disponibilità monetarie percepite dai lavoratori (lavorare tutti e meno e continuare a guadagnare lo stesso) è un problema più complicato e non di immediata comprensione se si rimane nella logiche del mercato. Come scriveva André Gorz è necessario “immaginare come vivere meglio consumando e lavorando meno e altrimenti”.
L’attacco più pesante che i critici lanciano all’idea della decrescita riguarda proprio il nodo dell’occupazione. Nel mondo contemporaneo il lavoro retribuito continua ad essere una necessità impellente per miliardi di esseri umani. Disinteressarsene sarebbe un po’ snobistico oltre che crudele.  Più in generale  l’etica del lavoro ci ha insegnato che  serve “sudare” per guadagnarsi da vivere. Una condanna biblica,  quasi come lo è per le donne il “partorire con dolore”.
Da queste premesse, nel concetto di lavoro, nel tempo, si sono fatte strada delle separazioni tra varie tipologie di lavoro. Tra arbeit e werke, tra lavoro libero/creativo e lavoro necessitato/subalterno, tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tra lavoro produttivo e riproduttivo, tra lavoro strutturato e lavoro informale. Fino a giungere ai giorni nostri, dominati dalla “razionalità economica”, in cui  per lavoro si intendono solo ed esclusivamente quelle attività capaci di ricevere del reddito. Peccato che in questo modo l’economia e la sua ancella, la politica, abbiano finito per disconoscere tutte quelle attività “fuori mercato” che pure ci permettono di vivere: il lavoro domestico, di assistenza e di cura gratuita (per esempio, il 59% delle ore impiegate dalle persone in Germania rientrano in questa categoria), il lavoro dedicato all’autoproduzione di beni e servizi utili a sé, donati o scambiati con altri senza il ricorso a mezzi monetari, le attività dedicate alle relazioni comunitarie (volontariato, impegno civile, ecc.), il tempo impegnato alla formazione e all’aggiornamento personale, tutte le attività che si svolgono nel mare immenso dell’economia informale, specie nei vari Sud del mondo.
Il primo passo che dovremmo compiere, allora, è attribuire valore e dignità a tutti i lavori.
L’economista gandhiano Joseph C.Kumarappa (Economia della permanenza, in: “Quaderni di Satyagrah”, 2012) affermava che nel lavoro vi sono due componenti inseparabili: l’elemento creativo e quello della fatica e del disagio. “La routine e il piacere si devono alternare, altrimenti la routine diventa fatica e il divertimento ozio (…) Il corpo umano ha bisogno di faticare. Un lavoro completo dà al nostro corpo energia e salute, come fa del resto una alimentazione equilibrata”. Questo equilibrio viene rotto quando interviene la violenza della divisione del lavoro. Allora gli “astuti” tentano di acquisire il maggiore guadagno con minore sforzo obbligando altri a lavorare per loro. Un’altra divisione del lavoro che va superata è quella sessuata, che costringe le donne in una condizione di sottomissione patriarcale.
Insomma non si tratta solo di distribuire meglio quel (poco, in Occidente) lavoro retribuito che l’economia di mercato è capace di offrire, ma di riconoscere, rivalutare, ricomprendere, restituire dignità a tutte le attività umane socialmente utili. Questo, in fondo, è il significato più vero del “basic income”, del reddito d’esistenza o di cittadinanza visto come ridistribuzione della ricchezza socialmente prodotta sulla base non di principi di efficienza e di produttività dei capitali investiti, ma del riconoscimento del contributo di ciascun membro della famiglia umana al mantenimento e alla riproduzione della vita. Un altro modo per dire che il lavoro, l’energia psicofisica umana, è un bene comune, esattamente come  lo è l’energia solare e quella generata dagli ecosytem service. La mercificazione del lavoro è una forma – forse la più odiosa e paradossale – di enclousures, di privatizzazione, di esproprio e di degradazione. Decrescita allora significa non solo demercificazione, ma anche disalienazione del lavoro.
Un percorso di decrescita non può quindi prescindere dal seguire una traiettoria di liberazione del lavoro dal giogo che lo tiene subalterno alle logiche mercantili. In altre parole la discussione sulla qualità e sul senso del lavoro (moltissime idee e indicazioni possono venire da: Il lavoro come questione di senso, curato da Francesco Totaro per la Edizioni Universitarie di Macerata) deve essere prioritaria rispetto alla pura logica della ricerca dei modi per sua moltiplicazione quantitativa.
Il primo passo, quindi, nella direzione della “piena occupazione”, è riconoscere e condividere equamente il lavoro nella sua interezza e completezza. Per attribuire al lavoro importanza, dignità e riconoscimento sociale è necessario restituirgli un significato alto e condiviso. Friedrich Schumacher (Piccolo è bello, nuova edizione a cura di Slow Food) affermava che la funzione del lavoro è triplice: “dare all’uomo una opportunità di utilizzare e sviluppare le sue facoltà; metterlo nelle condizioni di superare il suo egoismo unendosi ad altri in un’impresa comune; infine, produrre i beni e i servizi necessari a un’esistenza degna”.

6 mag 2012

la disoccupazione creativa

È LA DISOCCUPAZIONE CREATIVA CHE CI DIFENDERÀ DAL MERCATO
di FRANCO LA CECLA, da “la Repubblica” del 13/4/2012
 
   Sono passati più di trent’ anni da quando Ivan Illich scrisse un corrosivo pamphlet, “Il diritto alla disoccupazione creativa“, nel quale teorizzava che contrariamente alle preoccupazioni sulla piena occupazione e al verbo di sinistra e di destra sul valore del lavoro c’era un’altra via, quella di concepire la propria disoccupazione come un’occasione straordinaria per uscire dalle logiche solite del salario e del mercato.
   Illich rivendicava uno spazio alla disoccupazione creativa nel quale si mettevano in dubbio le logiche che avevano trasformato il lavoro in qualcosa da fare per un salario e invece si riscattava la natura liberatoria di pratiche, azioni, saper fare, attività individuali e collettive che lui chiamava vernacolari. Vernacolare era secondo lui quello che nasceva dalla logica del fare qualcosa per sé o per gli altri, dall’orto all’asilo gestito in comune, dal mutuo appoggio al fare artigiano, artistico o letterario.
   Il diritto alla disoccupazione creativa leggeva nella schiavitù del lavoro salariato la peggiore delle maledizioni che l’uomo moderno si era inventato e nel recupero del fare per sé e per gli altri una magnifica strada per una società conviviale.
   Oggi le tesi di Ivan Illich sono riprese da Richard Sennett nel suo bel libro “Insieme” che racconta come i luoghi che più hanno costituito comunità e democrazia dal basso sono stati nella storia gli “workshop“, i laboratori artigiani proprio perché è nel fare con le mani, con il corpo e con gli altri che si crea quel legame che consente alle comunità di resistere alla stupidità suicida del capitalismo.
   L’ arte del fare cose belle, utili, insieme cioè dell’avere un saper fare individuale o collettivo è ben lontana dall’idea di lavoro propugnata da un neoliberalismo che vorrebbe tutti dequalificati e decentrati e che sembra diventato più un piagnisteo bancario che un progetto di società.
   Strano che in un paese come l’Italia che ha inventato la qualità del fare ci si faccia prendere in giro da formule di rilancio dell’economia che non tengono conto dello straordinario potenziale che hanno le pratiche in cui la gente si realizza, sente di essere utile, sente di possedere un mestiere.
   Mi sono commosso poco tempo fa visitando un laboratorio di sarti di altissimo livello in un paesino sperduto e bello dell’Abruzzo: le mani di sarti che vi lavoravano conoscevano stoffe e corpi che dovevano indossarle, sagomavano, davano il garbo a giacche, tendevano pantaloni e dettagliavano asole con una felicità che poi spiegava come mai tra i loro clienti c’era e c’è Obama, Clinton e tutti i James Bond.
   Ma la logica del lavoro artigiano di alta qualità è la stessa degli artisti che non pensano di “lavorare” quando dipingono o quando scolpiscono, o degli scrittori che non ragionano con un tanto a parola, ma con la soddisfazione che gli viene mentre buttano giù le righe. Effettivamente la crisi attuale potrebbe essere un modo di uscire finalmente dalla logica risicata dei banchieri e degli economisti nostrani.
   È solo l’ energia, la gioia, la creatività, quella che soprattutto hanno i giovani a potere inventare “valore”. Il valore, e questo gli economisti una volta lo sapevano, esiste prima del denaro. In altri paesi è così che si è fatto il salto in avanti, dando spazio proprio a queste arti e a queste culture del fare spremendo l’entusiasmo giovanile nelle passioni pratiche.
   Ma come si fa ad aspettarsi una cosa del genere in un paese come l’Italia che ha pianificato il genocidio dei propri giovani, che è stata la prima generazione a ricordo d’uomo ad avere deciso che per i giovani non c’era altra strada che quella di mettersi in ginocchio di fronte agli sdentati e pavidi adulti.
   In Cina, in Brasile, in Argentina, in India gli artisti, gli artigiani, coloro che si riappropriano delle risorse della terra, le cooperative di consumo, le cooperative di autocostruzione, l’educazione autogestita, i social network, l’informatica come accesso alle informazioni e come dibattito e discussione, tutto questo ha consentito e consente il “grande balzo in avanti”.
   E non si tratta della banalizzazione delle idee di Ivan Illich operata oggi da coloro che si battono per la decrescita. La decrescita è ancora nella logica economica. Qui si tratta di riappropriarsi del valore del tempo, dei gesti, delle pratiche, dei saper fare e saper dire, del saper stare insieme e sapere gestire le risorse naturali e culturali. Il tesoro che i banchieri tanto cercano sta qui, e non si tratta di tirare la cinghia ma proprio del contrario dell’avere della vita e della società una concezione ricca e creativa.
   Quella che l’Italia ha insegnato al mondo nella sua passione per il bello, l’interessante, il fatto bene e che è stata cancellata dal ventennio più volgare che questo paese abbia avuto. Ma chissà che invece la crisi non aiuti anche noi a riscoprire il “valore” del valore. – FRANCO LA CECLA

29 nov 2011

Lasciateci seminare

di Daniela Passeri, 28 novembre , * http://www.venezia2012.it/
 

La Rete Semi Rurali, insieme con Acra e Crocevia, ha lanciato la campagna “Semi legali, semi locali” per chiedere alla Conferenza Stato-Regioni e al Ministero delle Politiche Agricole di riconoscere agli agricoltori il diritto alla selezione, conservazione e commercializzazione dei semi di antiche varietà locali. Diritto già scritto in una direttiva europea (98/95/CE), ma in Italia manca il solito decreto ministeriale che gli agricoltori aspettano da almeno tre anni.
I semi sono quanto di più strettamente regolamentato si possa immaginare. Il Catalogo delle varietà vegetali, una sorta di libro della natura ad uso dei burocrati, è molto rigoroso ed ha di fatto escluso dal business sementiero le varietà locali ed autoctone che hanno (quasi) perso il diritto di esistere: se non sei nel catalogo nessuno ti compra, nessuno ti coltiva. Per ovviare a questo sgarbo alla natura sono stati creati cataloghi paralleli di varietà “da conservazione”.
Ai produttori agricoli è riconosciuto (legge 1096/71)  il diritto alla vendita diretta “di modiche quantità” (sic!) di semi da conservazione, cioè di varietà locali, purché lo facciano in ambito locale, purché autorizzati, purché dimostrino di avere adeguate capacità tecniche, purché abbiano le macchine adatte alla pulizia….  Purché, in definitiva, siano un’industria sementiera.
Non solo: per ottenere i contributi dalla UE occorre dimostrare di aver acquistato semi certificati (da un anno questo non vale più per i cereali) dai soliti big delle sementi, cinque multinazionali (Monsanto, Du Pont, Syngenta, Groupe Limagrain, Land O’Lakes) che detengono il 57% del mercato mondiale dei semi, quindi delle colture. Ovvero, decidono quello che arriva in tavola.
E noi mangiamo pane e pasta ottenuti dalle farine “migliori” ma solo in termini di velocità di impasto (con maggiore azoto e maggiori proteine, che rendono l’impasto più “resistente” alle sollecitazioni delle macchine, ma povere di oligoelementi, cioè vitamine e minerali), e velocità di lievitazione (lievito di birra invece delle miscele di pasta madre, anche queste troppo slow), a scapito delle loro qualità organolettiche, nutrizionali, di durata (il pane la sera è già da buttare). Insomma, le farine bianche, superraffinate, ottenute dalla selezione di grani monovarietali concepiti dalla ricerca agronomica, dice Riccardo Bocci, coordinatore della Rete Semi Rurali (www.semirurali.net) “per essere venduti nei cinque continenti con l’idea che i campi possono essere resi tutti uguali, basta aggiungere più o meno acqua, più o meno fertilizzanti chimici, diserbanti, pesticidi, funghicidi. Questo aspetto pone forte la questione della ricerca sulle sementi, che, poiché determina quello che noi mangiamo, deve essere pubblica. E pone forte anche la questione del costo ambientale enorme di questa politica agricola che favorisce soltanto l’agricoltura industriale”.
La campagna della Rete Semi Rurali pone dunque l’accento sulla necessità di tornare a “rilocalizzare” le colture, una delle 8 “R” (insieme con “ridurre”, “ridistribuire”, “rivalutare”…) con cui Serge Latouche spiega il pensiero della Decrescita. Per fare un esempio, si tratta di tornare a coltivare varietà di frumento autoctone o “antiche”, ciascuna nel suo territorio d’elezione, non per un nostalgico ritorno al passato, ma perché sono il risultato di novemila anni di adattamento all’ambiente e miglioramento varietale, quindi sono le più adatte a crescere in un certo territorio e le migliori per chi voglia abbandonare l’agricoltura convenzionale. “Sono le piante – sottolinea Bocci – che i nostri avi hanno coltivano nelle nostre campagne fino a circa 70-80 anni fa e sono quelle che meglio si adattano a ciascun terreno, ciascun micro-clima, a metodi agronomici naturali, precedenti l’introduzione massiccia della chimica, e quindi sono le più indicate per chi voglia passare al biologico, oltre che costituire una grande ricchezza per la biodiversità”.
Giuseppe Li Rosi, produttore di frumenti antichi a Raddusa (Catania), e oggi commissario straordinario della Stazione sperimentale di granicoltura per la Sicilia di Caltagirone, è uno degli agricoltori che, in sordina, al limite della legalità, ha ricominciato a produrre frumenti antichi con metodo biologico operando prima una lunga selezione, durata una decina d’anni, per capire quali sementi erano più adatte alla sua terra.
Dove avrà trovato i semi, visto che l’industria sementiera non tratta queste varietà marginali e non è possibile acquistarle da altri contadini? “In gran parte alla Stazione sperimentale di Caltagirone -  racconta Li Rosi – ma anche andando nelle campagne dai contadini più anziani, partendo da quantità minime, anche 700 grammi di semi, quindi in modo illegale e senza dichiararlo, altrimenti avrei perso pure i contributi. E’ stato mio padre ad intuire che la coltivazione biologica sarebbe stata più redditizia di quella convenzionale, per via delle sovvenzioni. Però, coltivare con metodi che io preferisco chiamare naturali, con semi che sono stati progettati per la chimica, non funziona. Ho dovuto mettermi alla ricerca dei semi più adatti ai miei campi con i quali oggi ottengo, in qualsiasi condizione, una resa omogenea di 25 quintali/ettaro contro i 40-60 quintali/ettaro del convenzionale, però i costi di produzione del biologico sono la metà di quelli del convenzionale. In più, la qualità non ha paragoni: il frumento antico si radica più in profondità, quindi contiene più microelementi, ovvero sali minerali, in particolare manganese e selenio, mentre i frumenti dell’agrobusiness si accontentano dell’azoto e del fosforo con cui sono pompati. Ma sono prodotti di sintesi, da combustibile fossile a cibo”.
Per essere competitivo sul mercato Li Rosi sa che deve chiudere la filiera: produrre solo materia prima – il cui prezzo viene deciso alla borsa dei cereali di Chicago – per un’azienda agricola non è più sufficiente, occorre trasformare il grano in farina, la farina in pane e pasta. Così il contadino recupera la sua dignità di produttore di cibo e riattiva l’artigianato che, su piccola scala, può produrre alimenti di altissima qualità, anche nutrizionale, che non hanno bisogno di essere raffinati per diventare stabili, essere trasportati, durare a lungo.
In Italia il 50 per cento dei semi viene acquistato dai sementieri ma c’è poi un 50 per cento, nell’industria cerealicola, che continua a produrre i semi da sé. “Questo si spiega – dice Bocci – perché esistono ancora tanti piccoli agricoltori che per varie ragioni, familiari, di tradizione, hanno continuato a produrre secondo un modello agricolo considerato da più “sottosviluppato”, ma che ha permesso una certa diversità nei campi. Però questi agricoltori hanno un’età che va dai 65 ai 90 anni: la sfida sarà creare un ponte tra generazioni per non disperdere semi e conoscenze”.

27 ott 2011

Jeremy Rifkin: «La prossima rivoluzione sarà quella ambientale»

Jeremy Rifkin: «La prossima rivoluzione sarà quella ambientale» di Antonio Cianciullo, 26.10.2011



«Non è l'austerità a essere sbagliata. E' la mancanza di un piano di sviluppo che crea i problemi». La Repubblica, 25 ottobre 2011, con postilla

Italia ha tagliato drasticamente i suoi bilanci obbedendo alle disposizioni della finanza internazionale. E adesso che succede? Si sente dire che non è credibile perché non ha i fondi per sostenere la crescita. Ma questo è il comma 22, una via cieca. Non si può pensare di continuare a cancellare posti di lavoro e futuro senza che si moltiplichino moti di rivolta come quelli che stanno prendendo piede in Italia e in Grecia. La Germania ha dimostrato che uno sviluppo diverso è possibile. Perché non seguite quella strada?». Jeremy Rifkin, il presidente della Foundation on Economic Trends, è venuto a Roma per presentare il suo ultimo libro, La terza rivoluzione industriale, edito da Mondadori. L´appuntamento doveva essere un momento di confronto accademico, è diventato parte di un´attualità drammatica.

L´austerità dei bilanci è sbagliata?
«Non è l´austerità ad essere sbagliata, è la mancanza di un piano di sviluppo che crea i problemi. Per uscire dalla crisi ci vuole una visione del futuro. Bisogna comprendere il nesso fra le tre crisi che abbiamo di fronte, quella finanziaria, quella energetica e quella ambientale. Il carbone e il petrolio, che hanno animato la prima e la seconda rivoluzione industriale, sono in fase di esaurimento, un ciclo di crescita che si pensava come inesauribile è finito. E nel frattempo emergono i danni ambientali prodotti dall´uso dei combustibili fossili perché il carbonio, accumulato sotto terra in milioni di anni e rilasciato all´improvviso in atmosfera, sta modificando il clima».

Insomma abbiamo tre crisi invece di una.
«Ma la somma delle tre crisi offre una possibile soluzione. A patto di sostituire la speranza alla paura, di abbandonare la logica dei divieti e di guardare all´obiettivo da raggiungere: far decollare le aziende impegnate nell´edilizia sostenibile, nelle fonti rinnovabili, nelle telecomunicazioni, nella chimica verde, nella logistica a emissioni zero, nell´agricoltura biologica. La difesa dell´ambiente è un formidabile motore di sviluppo e di occupazione, non un peso: in Italia può dare centinaia di migliaia di posti di lavoro».

Eppure in molti, dovendo tagliare le spese, fanno cadere la scure proprio sugli investimenti ambientali: il governo italiano era arrivato a ridurli del 90 per cento.
«Vuol dire tagliare via il futuro, restare impantanati. Bisogna fare il contrario: traghettare l´economia dalla parte del nuovo perché siamo nel mezzo di un passaggio epocale, il salto dalla seconda alla terza rivoluzione industriale. Il nuovo modello si basa su cinque pilastri: le fonti rinnovabili; la trasformazione delle case in centri di produzione di energia grazie alle micro centrali domestiche; l´idrogeno per immagazzinare l´energia fornita dal sole e dal vento durante i momenti di picco; la creazione delle smart grid, che sono l´Internet dell´energia; le auto con la spina. È una rivoluzione che si completerà entro la metà del secolo».

Tempi lunghi, non scoraggiano gli investimenti immediati?
«No, perché il processo è già iniziato e sia i pericoli da evitare che i vantaggi da ottenere sono presenti qui e ora. Dagli anni Settanta a oggi il numero degli uragani più gravi è raddoppiato. E nell´agosto del 2008, per la prima volta da 125 mila anni, si poteva navigare attorno al Polo Nord perché i ghiacci si erano fusi».

E i vantaggi?
«Faccio un paio di esempi. Rendere più efficienti le case negli Stati Uniti costerebbe 100 miliardi di dollari l´anno ma permetterebbe di risparmiare energia per 163 miliardi di dollari l´anno. E la mobilità, nell´era in cui l´attenzione si sposta dalla proprietà all´accesso alle reti, offre analoghe opportunità. Zipcar, la più importante società di car sharing, in un decennio di attività ha aperto migliaia di sedi per mettere le auto condivise a disposizione dei suoi clienti: cresce del 30 per cento l'anno e nel 2009 ha fatturato 130 milioni di dollari».

Non c´è il rischio che questa prospettiva affascini i paesi più industrializzati, mentre gli altri continuano a produrre e inquinare sulla vecchia strada?
«La cronaca ci racconta una storia diversa: in Cina si moltiplicano le battaglie per conquistare uno spazio libero all´interno delle reti globali, in Nord Africa abbiamo visto che dittature brutali sono state rovesciate attraverso il tam tam dei social media. Il potere laterale, cioè il diritto all´accesso alle reti dell´informazione e dell´energia è la nuova frontiera capace di mobilitare la generazione di Internet. Oggi lo scontro non è tra destra e sinistra ma tra un modello accentrato, autoritario e inefficiente e un modello basato sul decentramento, sulla trasparenza e sulla libertà di accesso alle reti».

Postilla

Giustissima le tesi di Rifkin. Il fatto è che, per ottenere quel risultato, la locomotiva non può essere costituita un sistema economico che ha nella produzione di merci finalizzata alla massima accumulazione di profitto il suo obiettivo determinante. Uscire dalla triplice crisi (che è la crisi del capitalismo) senza uscire dalle finalità del sistema capitalistico non più facile che far passare un cammello (o anche un topo) dalla cruna di un ago.

12 ott 2011

desertificazione

.... ci mancava solo questo. 
di Debora Billi da http://petrolio.blogosfere.it/ 

Tutti coloro che domenica hanno visto la bell'inchiesta di Riccardo Iacona sullo smantellamento dell'agricoltura in Italia, hanno avuto lo stesso pensiero: "E se succede qualcosa?". Se lo è chiesto anche uno dei contadini intervistati, peraltro: "Se succede una crisi, una guerra, con questi campi abbandonati come faremo a sfamare la popolazione?" Non si sa. D'altronde, le multinazionali dell'agroalimentare hanno tutto il diritto di fare business e muoversi nel mercato, quindi perché lamentarsi se poi non c'è da mangiare?
Siccome non siamo paghi di tale pessima prospettiva, l'ONU ne aggiunge un'altra: l'Italia è uno dei Paesi europei a maggior rischio desertificazione. Se ne parla in questi giorni a Changwon, in Corea, dove si tiene la decima Sessione dell'UNCCD, l'agenzia ONU che si occupa dell'argomento.
Le regioni italiane più colpite sono Sicilia, Puglia, Calabria, Basilicata e Sardegna, ma anche altre "insospettabili", come Piemonte, Liguria, Abruzzo e Toscana, di cui ci dice in dettaglio qui Marco Pagani

La causa della desertificazione non è il destino ingrato, e neppure, udite udite, il solo cambiamento climatico. La verità è che anche i suoli sono una risorsa non rinnovabile, a differenza di quel che potrebbe sembrare. Per formare uno strato di qualche centimetro di terra fertile ci vogliono secoli, e solo pochi anni di sfruttamento intensivo bastano a rendere il suolo del tutto sterile. Non solo: anche l'abbandono delle terre, specialmente in zone calde, porta ad erosione e desertificazione.
Così, sommando i terreni ormai abbandonati e incolti a quelli progressivamente sempre più aridi, si potrà ottenere la misura di quanti italiani sarà possibile sfamare autonomamente nel giro di qualche anno. Io questo conto non oso farlo.
(La mappa qui sotto, dal sito ONU, mostra la situazione della desertificazione in tutta l'area del Mediterraneo al 2009. Più ancora della situazione italiana, preoccupa lo stato critico dei suoli al di là del Mediterraneo. Decine di milioni di persone senza più terra da coltivare...)

desertificazione1.jpg

3 ott 2011

Crash Course

 Il Crash Course cerca di darvi una conoscenza di base dell'economia in modo che possiate capire meglio i rischi che stiamo correndo. E' stato ideato da Chris Martenson, cittadino statunitense laureato in Scienze Americane alla Duke University di Durham, North Carolina, ed ha riscosso un notevole successo nella sua versione originale in inglese. Quello che state per vedere e' la versione molto condensata di un seminario che sta facendo da circa 4 anni e nel quale presenta informazioni per la durata di circa 6/8 ore. Il Crash Course cerca di farvi capire la natura di alcune sfide e rischi estremamente gravi per la nostra economia e la sua futura prosperita'. Ci vogliono un totale di 4 ore e 15 minuti per guardare tutte e 30 le sezioni ma ne vale la pena. I video caricati in questa versione sono stati rallentati rispetto all'originale per facilitare la lettura dei sottotitoli e la comprensione dei concetti. Su http://www.chrismartenson.com si trova, oltre ad altre informazioni, il Crash Course completo in inglese, francese, spagnolo. Altre traduzioni (libri, video, documenti) sono disponibili su http://www.indipendenzaenergetica.it


http://www.youtube.com/playlist?list=PLB048101DAAD68046

23 set 2011

la (ri)conversione ecologica


 
di MARIO AGOSTINELLI
Quato articolo è stato pubblicato dal numero di settembre della rivista Inchiesta.
Introduzione
Il concetto di conversione  richiama la categoria del comportamento e le convinzioni essenziali a cui si ispira  la coscienza individuale e/o sociale. E’ parola a dimensione prevalentemente etica, che riguarda innanzitutto la sfera personale e indica, anche metaforicamente, il percorso cosciente di un cammino altro da quello precedentemente compiuto. Quando invece parliamo di riconversione e la associamo, come in genere accade, alla produzione di merci o servizi, indichiamo per lo più  una decisione presa nella sfera economica – e talvolta politica -  per destinare a nuove finalità delle attività ritenute in qualche modo esaurite, o non più “convenienti”, o, addirittura, non più compatibili con l’evoluzione della situazione di cui hanno fatto parte.
In effetti, queste definizioni sono fornite qui in forma  approssimativa, ma mi servono per fornire la “cifra”  della crisi più profonda e più complessa che la modernità abbia fin qui affrontato. Davanti alla minaccia di sopravvivenza della biosfera , alla crisi autentica di civiltà e all’incapacità di alimentare il meccanismo di crescita sviluppato e portato al parossismo dalla dittatura di un potere finanziario avverso alla democrazia, conversione e riconversione avvicinano i loro campi di azione: nel dibattito in corso tutti convengono che non sarebbe possibile una efficace alternativa economica e politica al meccanismo economico distruttivo in atto senza una profonda revisione dei comportamenti, del rapporto uomo-natura, della finalità sociale, “extraeconomica” del lavoro.
La  “conversione ecologica”, che ho avuto l’occasione di apprendere da  Alex Langer quando già era in corso la mia esperienza sindacale, comunicando così lungo un crinale che allora sembrava dover mantenere separati due mondi,  oggi rimanda obbligatoriamente sia alla dimensione personale e soggettiva delle trasformazioni proposte, sia alla loro dimensione oggettiva e sociale (dai nuovi prodotti, ai nuovi rapporti di mercato e di cooperazione, alla nuova organizzazione del lavoro).
E, a sua volta, la riconversione produttiva non può più prescindere dalla sua desiderabilità sociale e ambientale. Lungo questo percorso, è stato soprattutto Wolfgang Sachs  negli anni ’90 a chiarire come giustizia sociale e giustizia ambientale dovessero ricongiungersi inevitabilmente. E a dieci anni da Porto Alegre e da Genova, il movimento può ormai far propria una lettura organica delle ragioni della crisi in corso e della sua irreversibilità, che riguardano una serie di rotture e conflitti oltre quello tradizionale-  pur sempre determinante – tra capitale e lavoro e che hanno ormai conquistato la parte più avanzata delle organizzazioni dei lavoratori.
Per l’ambito che riguarda queste note, ciò comporta di riportare, tanto in sede locale e nazionale, quanto in campo continentale e planetario, il sistema produttivo entro un quadro di sostenibilità imposto dai limiti fisici e biologici del pianeta in cui viviamo, salvaguardando, potenziando e qualificando l’occupazione e valorizzando la dotazione di tecnologia, di impianti e di conoscenze dell’apparato industriale e produttivo esistente, fino a farne il punto di partenza di una riconversione votata sì alla discontinuità, ma gestita democraticamente.
Si può finalmente aprire un dibattito nel Paese sulla mancanza di una politica industriale e sul declino del nostro sistema produttivo, che riproduce condizioni di lavoro dequalificate, perde posizioni nella competitività internazionale, è fonte primaria di una precarizzazione che investe l’intera esistenza e alimenta un sistema di consumi e uno spreco di risorse naturali che pregiudicano la salute e le possibilità di vita delle prossime generazioni. Si può partire da una coscienza individuale diffusa che percepisce il cambiamento in modo diverso dal passato e non più progressivo e che esige perciò valori e priorità da ridefinire. Si può tener conto di come il territorio, all’esperienza lavorativa, sia fonte di constatazione dell’inadeguatezza di una crescita che non redistribuisce ricchezza e spreca lavoro e natura. Si può, infine, considerare l’attuale sconfitta del sindacato come la perdita di rappresentanza e di potere all’interno di un conflitto a cui la politica, aderendo in blocco all’ideologia neoliberista, non riconosce più centralità. Ma proprio riconnettendo individui, produzione, territorio e organizzazione, si può prendere atto della crisi dell’attuale modello di sviluppo e dei danni sociali e ambientali da riparare, per suggerire come percorso di lotta indispensabile quello di una diffusa riconversione industriale e di una nuova organizzazione del modo di vivere e di consumare nel territorio.
Una proposta in tal senso può trovare così un punto di iniziale agglutinazione nel lavoro di elaborazione intorno all’obiettivo della riconversione dell’apparato produttivo: a livello sia locale – soprattutto nei punti di maggior crisi occupazionale – che regionale, nazionale e planetario (agire localmente, ma pensare globalmente). Riguarda sia il fronte del lavoro e della produzione che quello del consumo e della distribuzione, oltreché, ovviamente, quello di una cultura condivisa che tenga tutto insieme.  Ha poi il vantaggio di mettere alla prova o di far maturare le conoscenze che ogni gruppo ha del proprio territorio di riferimento e di chi ci vive e ci lavora e offre il vantaggio – e il rischio – di mettere a confronto i saperi acquisiti con le urgenze del mondo del lavoro – le fabbriche che chiudono, o che chiedono di sopravvivere sussidiando produzioni insostenibili,  il mondo dell’impresa,  quello del terzo settore, ma anche il mondo agricolo e della piccola distribuzione – e le amministrazioni locali.
Se si riflette sulla molteplicità di lotte in corso, saperi tecnico scientifici, conoscenze del territorio e buone pratiche sono già il punto di forza delle esperienze di autorganizzazione più rilevanti degli ultimi anni: sia nei confronti di esperienze passate (per esempio nei confronti del ’68),  sia nei confronti degli avversari con cui ci si confronta oggi. Valga per tutti l’esempio della Valle di Susa: ma così è un po’ in tutti i campi (energia, trasporto, agricoltura, alimentazione, urbanistica, educazione, gestione rifiuti, mobilità, salute). Di conseguenza, sulla valorizzazione di saperi, conoscenze e buone pratiche e sull’innesco diretto con le rivendicazioni territoriali e del mondo del lavoro può essere a mio avviso costituito un patrimonio comune e condiviso da tutte le aggregazioni impegnate nella costruzione di una alternativa radicale al pensiero unico e al sistema liberista.
Dopo i referendum
Interpreto la straordinaria vittoria ai referendum di giugno (tutti e 4 insieme!) come un esplicito richiamo alla supremazia della vita sull’economia, nella specifica riscoperta e valorizzazione  dei  cicli vitali sul territorio per acqua, sole, terra e aria e come un inedito privilegio riconosciuto alle leggi della natura rispetto a quelle dominanti dell’economia. La questione energetica, dentro il nostro ragionamento, assume allora un’importanza cruciale, dato che l’abbandono del nucleare prevede un passaggio accelerato da sistemi centralizzati ed extraterritoriali, propri dell’era fossile, a sistemi decentrati, alimentati da fonti rinnovabili e integrati e programmati   nel complesso delle risorse territoriali, anche per i loro riflessi sullo sviluppo dell’occupazione, oltre che per gli effetti sulla salubrità della produzione e sulla riduzione del consumo.
Vengono così portate in primo piano le ragioni di un modello che prende ad imitazione la natura, che si riappropria del tempo, che applica la parola tagli agli sprechi, anzichè ai bisogni e ai diritti e che punta a riarmonizzare lavoro e natura. In una simile prospettiva, che implica una gigantesca riconversione, c’è un assoluto bisogno di sindacati autonomi e di riportare al centro del conflitto l’impiego stabile, la sua qualità complessiva, i diritti di un potere democratico diffuso che non si ferma alle soglie del mondo del lavoro.
Altro che accettare, come improvvidamente ha fatto anche la Cgil, quel collegamento in negativo tra riconversione e investimenti imposto da Marchionne e dalla Confindustria con l’accordo del 28 giugno! Una sottrazione di titolarietà nei confronti di un soggetto costituzionalmente preposto a organizzare il negoziato per le scelte produttive e per le condizioni di lavoro e costretto invece a subire l’arbitrio dell’impresa, accettare deroghe al contratto nazionale, fino a rinunciare agli strumenti di lotta che conferiscono potere ai lavoratori.
Partire dal territorio
Le “parole chiave” di seguito riportate alludono a concetti e, più precisamente, a fratture, che contraddistinguono un’epoca in cui le trasformazioni risultano spesso più profonde delle nostre radici culturali e denotano conflitti che rivelano l’affanno della stessa democrazia liberale che conosciamo, segnalata dalla pesante estromissione cittadini dalla partecipazione e dalle decisioni che li riguardano. Si tratta di autentici “cleavages”, la cui ricomposizione si situa per ora ancora lontana nel tempo e evoca semplicisticamente, ma efficacemente,  un mondo diverso e possibile.
Ho provato a stilare un elenco di termini attorno al quale concretamente si stanno sviluppando pratiche, lotte, cenni di riunificazione: pace e multiculturalità; beni comuni e stili di vita; riconversione produttiva e senso del lavoro; rappresentanza e autogoverno.
Se dovessi indicare una linea di percorso, sosterrei  – a fronte di una crisi di civiltà – che il territorio è il luogo da cui ripartire, la riappropriazione del lavoro e i diritti dei lavoratori sono il passaggio cruciale per sostenere il conflitto per un mondo diverso, l’abbandono del concetto di crescita costituisce la direzione univoca verso cui procedere, la ricostruzione della rappresentanza il nodo politico da risolvere.
Per tornare al tema della riconversione, non possiamo prescindere dal fatto che, nel complesso, il futuro dell’economia dell’Occidente sarà dominato dalla stagnazione. Il percorso che cerchiamo di individuare – e che chiamerei “riconversione-conversione ecologica”-  deve pertanto potersi adattare, nel bene e nel male, ad una situazione per la cui soluzione non abbiamo ancora “una cassetta degli attrezzi” adeguata, ma per cui disponiamo di una analisi ormai matura, che ho sommariamente tentato di abbozzare in precedenza.
La riconversione-conversione ecologica dovrà essere un fattore di condivisione di orientamenti, di collegamento operativo e di coinvolgimento diretto per gli attori dei prossimi conflitti sociali, per i promotori di buone pratiche, per i soggetti delle mille forme di resistenza molecolare alle forme in cui si esercita il dominio attuale del capitale, a partire dalla finanza.
Il fulcro della riconversione possibile è costituito dal passaggio da un modello di consumo fondato su un accesso individuale ai beni e ai servizi a forme sempre più spinte di consumo condiviso.
In questa prospettiva il fattore determinante che si evidenzia è la territorializzazione dei processi, il collegamento più diretto possibile tra produzione e consumo, al fine di ricostituire legami sociali che non siano fondati esclusivamente sul mercato, bensì “governati” attraverso il conflitto e la ricostituzione di un controllo condiviso (una forma di autogoverno) sui processi economici e sociali. Non tutto ovviamente può o deve essere “riterritorializzato” e gli stessi poteri da contrastare hanno sovente dimensione extraterritoriale. Ma è molto importante cominciare con l’avvicinare quanto più possibile  la produzione di beni fisici ai luoghi del loro uso o del loro consumo.
Mi è chiaro che per le  produzioni industriali, i cicli richiedono spesso economie di scala che le collocano necessariamente al centro di “reti lunghe” di fornitura e di smercio che non possono essere ridimensionate oltre certi limiti. “Ciò non toglie che – come afferma Guido Viale – la conquista di nuove forme di controllo da parte delle comunità nel cui territorio questi impianti sono insediati (e che ne ricavano reddito e ne subiscono gli impatti sociali e ambientali) rientri a pieno titolo tra le finalità della conversione ecologica”.
Sono quattro le principali aree da porre sotto attenzione: le  reti energetiche decentrate e il passaggio alle fonti rinnovabili; la lotta al cambiamento climatico e l’accesso alla mobilità; la tutela e la manutenzione dei beni comuni (acqua, suolo, alimentazione, salubrità dell’aria);  la riqualificazione dell’assetto urbano e il non consumo di suolo. Gran parte di questi temi è già stata sviluppata in varie sedi. Si tratta di realizzarne una sintesi con una dimensione operativa, esplicitando le diversità di orientamenti e di valutazioni riscontrate, per renderla disponibile a una platea di “utenti” non specialistici e più ampia possibile.

9 set 2011

api in città

da http://www.ilpost.it/lucamolinari/2011/09/09/agricoltura-citta/

Nei giorni scorsi la Stampa ha riportato una notizia curiosa riprendendo un articolo dell’Independent in cui si annunciava la decisione di Xavier Rolet, presidente del London Stock Exchange, di impiantare due alveari sul tetto dell’edificio nel cuore della City. Tralasciando la passione per l’apicultura di Rolet, il tema preoccupante della moria crescente di api nel pianeta, il valore economico incrementale del miele, trovo significativo che alcuni monumenti contemporanei come appunto la LSE, ma anche la stazione di St.Pancras e la Tate Modern sempre a Londra, la Banca Nomura a Tokyo e il Grand Palais a Parigi, si stiamo attrezzando offrendo i propri tetti alle celle di milioni di api operaie.
Questa notizia, come altre che popolano i media sotto la voce “curiosità e stranezze”, a volte non sono che spie impercettibili che indicano una trasformazione profonda che andrà a incidere sempre di più sulle nostre metropoli riportandoci ad un immaginario inaspettato, quasi medioevale: il ritorno deciso e sempre più visibile dell’agricoltura e di una natura non addomesticata nelle città.
Alveari sui tetti, orti urbani negli spazi pubblici e sulle terrazze comuni dei grandi palazzi residenziali, campi produttivi nei lotti liberi non costruiti all’interno della città, piccoli allevamenti animali, sono alcuni degli elementi che popoleranno le nostre metropoli modificandone la percezione e l’immagine.
Non si tratta di una nuova moda, ma di una pressante e crescente esigenza economica oltre che sociale che modifica inevitabilmente i luoghi che viviamo. La pratica del chilometro zero deriva dalla volontà di evitare sprechi e di controllare la qualità dei prodotti, ma risponderà sempre di più all’esigenza delle singole comunità di produrre alimenti stagionali rispondendo a quella che sarà una pressante diminuzione dei generi alimentari e un conseguente aumento dei costi.
Uno dei grandi temi e problemi dei prossimi decenni sarà sicuramente l’individuazione di nuove strategie di produzione alimentare per una massa crescente di popolazione, ed è interessante notare come in ogni grande metropoli mondiale (da New York alla megalopoli asiatica) si stiano sviluppando strategie dal basso per aggredire il problema e progettare soluzioni adeguate.
E una delle conseguenze più interessanti di questo processo sarà la metamorfosi degli spazi comunitari sulla base di un diverso patto sociale solidale, che modificherà inevitabilmente l’immagine diffusa delle nostre città. Un’azione che rimescolerà le carte della nostra vita minuta in una relazione inedita con la natura in città tutta da sperimentare e vivere. E tutto questo cosa c’entra con l’architettura? Non dimentichiamoci che solo il 10 per cento del costruito nel mondo è a malapena firmato da progettisti e che, spesso, incide di più un’azione diffusa, anonima di questo tipo per modificare i luoghi che viviamo quotidianamente che un grande progetto d’archistar.

13 giu 2011

città e decrescita

Di Serge Latouche, 13 giu, da www.eddyburg.it 
La Carta.org un interessante articolo nel quale il filosofo ed economista esamina la crisi della città e ne argomenta la soluzione ; «La crisi è politica e dunque il rimedio deve anche essere politico»

Il disastro urbano della società della crescita
Il disastro urbano che ciascuno può constatare, è il risultato di logiche che sfuggono palesemente agli architetti ed agli urbanisti. Abbiamo una quantità di architetti e urbanisti di ottima qualità [compresi quelli del campo dell’abitare ecologico] ma questo non impedisce il caos urbano e paesaggistico attuale nel quale il mondo è rinchiuso. Il problema è che questa architettura è spesso molto seducente quando si tratta di ville individuali o di palazzi prestigiosi, ma è molto deludente nel’insieme. Fallisce «a fare città» e sopratutto ha fallito nell’impedire la decomposizione del tessuto urbano, le mitage du paysage [tarmatizzazione del paessaggio], la cementificazione del territorrio, la crescita dello squallore del quadro della vita e la distruzione del’ambiente, per non parlare dello scacco nel ridurre il consumo di energia e l’impronta ecologica. Tuttavia questi architetti e urbanisti ne sono stati i complici e al medesimo tempo hanno cercato di porvi rimedio. Siamo di fronte a una forma di schizofrenia. Questo disastro urbano è stato constatato anche dal grande architetto portoghese, Alvaro Siza. «La cosa più grave è la devastazione del territorio, lo scacco di questa disciplina è l’uso della terra… Noi assistiamo alla fine di un ordine delle cose che prefigura forse un’altra cosa, che noi non connosciamo ancora. E, senza dubbio questa era inevitabile. Ma nell’immediato, la qualità è emarginata e siamo di fronte a un disastro». Noi viviamo ancora nella città produttivista, pensata e strutturata in funzione del’automobile sotto forme che pretendono di essere razionali [basta pensare alla città radiosa di Le Corbusier] con le sue segregazionì degli spazi, sue zone industriali, i suoi quartieri residenziali senza vita.
Si è potuto parlare giustamente della distruzione delle città in tempo di pace con l’esplodere dei vecchi centri storici, la speculazione immobiliare sfrenata che caccia i ceti inferiori e medi verso le periferie, il proliferare dei centri commerciali, l’estensione delle zone residenziali, l’emergere dei gratttacieli, la lacerazione dello spazio dalle autostrade e la proliferazione dei non-luoghi [stazioni, aeroporti, ipermercati, ecc.]. L’asfissia del traffico automobilistico è uno dei sintomi di una crisi più ampia generata dalla «super» o «iper» modernità [parola che trovo più giusta di «post»-modernità]. Questo è il trionfo della brutezza.
Per poter abozzare ciò che potrebbe essere l’urbanismo e l’architettura in una sociétà della decrescita, bisogna capire prima, che cos’è la società della decrescita e le suoi implicazioni architetetoniche e urbanistiche, poi si potrà precisare a che cosa somiglierebbere la città decrescente.
Il progetto della decrescita e le sue implicazioni urbane
Che cosa è la decrescita? La parola d’ordine della decrescita ha soprattutto lo scopo di sottolineare con forza la necessità di abbandonare il progetto insensato dello sviluppo per lo sviluppo, della crescita per la crescita. Si può definire la società di crescita come una società dominata da una economia di crescita e che tende a lasciarsene assorbire. La crescita per la crescita diventa così l’obiettivo principale, se non l’unico, della vita. Il cancro della Crescita [con la «C» maiuscola] non distrugge soltanto la città, ma distrugge anche il senso dei luoghi lacerando il territorio. Questo è l’esplosione del’urbano, secondo la sociologa Tiziana Villani. Si tratta di un processo di artificializzazione della vita. L’uomo pretende di ricreare il mondo meglio di Dio e della Natura. Gli Ogm, le nanetecnologie, la clonazione, l’allevamento industriale dei pesci, ecc. Ne sono una illustrazione. L’esito finale sarebbe il cyberman, l’uomo artificiale. Ora, il resultato più visibile è la transformazione del mondo reale, del mondo nel quale siamo condannati a vivere, in discarica o pattumeria.
Il fallimento di Dubaï e della sua torre di ottocento metri inabitata, constituisce un simbolo del fallimento del sogno americano e del suo urbanismo. Il progetto della torre di un chilometro di altezza non sarà probabilmente mai costruito. La citta produttivista appartiene al passato, ma la distruzione del mondo si prosegue.
Ovviamenteil fine della società della decrescita non è un capovolgimento caricaturale consistente nel predicare la decrescita per la decrescita. Soprattutto la decrescita non è la crescita negativa. Si sa che il semplice rallentamento della crescita fa cadere le nostre società nello sconforto a causa della disoccupazione e dell’abbandono dei programmi sociali, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Si può ben immaginare quale catastrofe costituirebbe un tasso di crescita negativo! Così come non c’è niente di peggio che una società fondata sul lavoro senza lavoro, niente è peggio di una società di sviluppo senza sviluppo. Rigorosamente parlando, più una a-crescita [come si parla di a-teismo] che una de-crescita. Si tratta precisamente dell’abbandono di una fede e di una religione: quella dell’economia.
Il cambiamento reale di prospettiva necessario per costruire una società autonoma di decrescita può essere realizzato attraverso il programma radicale, sistematico, ambizioso delle otto «R»: rivalutare, ridifinire, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. Questi otto obiettivi interdipendenti scatenano un circolo virtuoso di decrescita serena, conviviale e sostenibile. Non si tratta di un programma, siamo al livello di concezione. Il progetto della società della decrescita si articola dunque intorno al circolo virtuoso delle otto «R». Si può dire delle otto «R» che sono tutte altrettanto importanti. Mi sembra comunque che tre abbiano un ruolo più «strategico» delle altre: la rivalutazione, perché dà origine a tutti cambiamenti, la riduzione perché tiene in sé tutti gli comandamenti pratici della decrescita e la rilocalizzazione perché ha a che fare con la vita quotidiana e il lavoro di milioni di persone. Il problema della città e del territorio ormai distrutti e tutto da ripensare si inscrive nel contesto più ampio del mondo lacerato, della perdita dei punti di riferimento e della crisi del locale. Il disastro urbano è al medesimo tempo un disastro rurale e paesagistico. Ma, nell’ottica della costruzione di una serena società di decrescita, la rilocalizzazione non può essere solo economica. Sono la politica, la cultura, il senso della vita che debbono ritrovare il loro ancorarsi territoriale. La parola chiave è l’autonomia.
La rilocalizzazione svolge quindi un ruolo centrale nell’utopia concreta e feconda della decrescita, e si articola quasi subito in un programma politico. La decrescita sembra rinnovare la vecchia formula degli ecologisti: pensare globalmente, agire localmente. Rilocalizzare l’economia e la vita è una condizione non trascurabile della sostenibilità. Se l’utopia della decrescita implica un pensiero globale, oggi la si realizza solo partendo dai territori. Si tratta di Riterritorializzare [Alberto Magnaghi], ritrovare un sito e ri-abitarlo.
Tuttavia, l’architettura ecoresponsabile o l’habitat bioclimatico non è la soluzione, al meglio costituisce un elemento ipotetico della soluzione. La «città sostenibile» promossa dalla Carta d’Aalborg [1994] è più una forma di modernizzazione ecologica del capitalismo [greenwashing] che un vero rimedio al disastro del produttivismo. Gli ecoquartieri – quartiere Vauban a Friburgo [Germania], Houten [periferia di Utrecht, 40.000, in Olanda] e di Bedzed [Beddington zero energy development] nella città di Sutton a sud di Londra – sono alla fine delle isole di sostenibilità dentro un’mare di inquinamento urbano, e non riusciranno a trasformarlo. Il fallimento e lo scacco clamroso delle «ecocittà » cinesi sono sintomatiche. I rari progetti, lanciati con trombe e fanfare come Chongming, sono nel’impasse. L’ecocittà di Dongtan à Chongming di fronte a Shanghai è stata promossa con forza dal 2006-2008 per fare vetrina ecologica all’Esposizione Universale. Il padrino del progetto è stato eliminato nel 2008 per corruzione dopo di che il progetto, mal conçepito, è stato abandonnato. Gli altri progetti [Huangbaiyu e Tianjin] non vanno bene. L’economia ha vinto sull’ecologia. In questi progetti si tratta sempre di abitare meglio ma non di cambiare il rapporto con la natura, il paesaggio e con il consumismo. I tentativi onorevoli degli architetti e degli urbanisti di porre rimedio alla crisi urbana e sociale proponendo schemi ingegnosi – regioni urbane, città giardino, città totale, reti urbane, conurbazioni [Geddes], Broadacre city [Wright], città compatta, città distesa, ecc., che cercano una nuova articolazione tra città e campagna, sono condannati allo scacco per mancanza di un’analisi globale del fallimento della società della crescita.
Il funzionalismo formalizato nella Carta di Athene da Le Corbusier [1943] che pretendeva di lottare contro il «disordine urbano» ha generato finalamente un disordine più grande al prezzo di una esplosione dell’impronta ecologica delle città. Secondo la profezia di Lewis Mumford, la megapolis si trasforma in tyrannopolis, poi finisce come nekropolis. Questo sembra essere il destino de l’iperpolis virtuale, constituita dalla finanza e dai media globalizzati.
La crisi è politica e dunque il rimedio deve anche essere politico. È questa la ragione per cui il progetto della decrescita passa necessariamente attraverso una rifondazione del politico e quindi della polis, la città e del suo rapporto con la natura. Il progetto urbano è necessariamente secondo ripetto al progetto sociale, e il progetto architettonico è secondo rispetto al progetto urbano. Il «disastro» urbano non è il risultato di una mancanza degli architetti ne degli urbanisti, è il résultato di una crisi di civilità. Solo con l’inserimento dentro il progetto di costruzione di una società di decrescita il tessuto locale e urbano può essere ricomposto.
A che cosa somiglierà la città decrescente?
La città decrescente dovrebbeessere una città con una impronta ecologica ridotta, trattenendo un rapporto forte con l’ecosistema [una bio-regione]. Piutosto di sognare la construzione di città nuove, bisognerà imparare ad abitare le città in modo diverso, questo al Nord come al Sud. La città consuma bassa entropia [energia, risorse, cibo, ecc.] e esporta massiciamente alta entropia [rifiuti, inquinamento]. Si tratta di un predatore ecologico che consuma una superficie «fantasma» molto superiore alla sua superficie reale.
[...]
Più la citta è estesa, «funzionale» [Le Corbusier], più questa impronta è forte. Quello che non si vuole dire che bisogna verticalizzare le città. Le torri sono dei divoratori di energia e non accrescono veramente la densità. Bisogna sicuramente reinventare una città più «compatta». L’habitat individuale, isolato, anche pensato ecologicamente bene, è una eresia urbanistica, dal punto di vista della decrescita, perchè ogni anno spariscono ettari di terre agricole sotto l’asfalto e il cemento. La costruzione ragruppata e l’alloggiamento collettivo dimostrano una efficacia energetica più alta.
Invece delle megalopoli attuali, bisogna imaginare una città ecologica, fatta di villagi urbani dove ciclisti e pedoni utilizzano una energia rinovabile. Nella città decrescente, gli abitanti ritroverano cosi il piacere di gironzolare, come sognavano Baudelaire o Walter Benjamin. Riapprendere di abitare il mondo è quindi un imperativo.
Si può pensare a organizzare delle bioregioni urbani. La bioregione urbana, costituita da un insieme complesso di sistemi territoriali e locali dotati di una forta capacità di autosostenibilità, mira a ridurre il consumo di energia e le diseconomie esterne [o esternalità negative, cioè i danni provocati dall’attività di un soggetto che ne fa pagare i costi alla collettività]. Politicamente, una bioregione potrebbe essere concepita come una città di città, città di municipi, municipio di municipi o forse una città di villaggi, in breve una rete policentrica o moltipolare. Si potrebbe considerare un’area metropolitana come una articolazione di quartieri autonomi che funzionano come dei comuni giustapposti, secondo la proposta di Murray Bookchin. «La città, che da secoli ha funzionato secondo la formula del ‘luogo dove tutto si scambia’ – scrive Yona Friedman – diventerà un’arca di Noè destinata ad assicurare la sopravivvenza della specie nonostante il diluvio. Una grande autonomia, una grande autarchia saranno dunque necessarie». Questa autonomia comunque non significa ancora un’autarchia completa. Si potrà stimolare il commercio con le regioni che avranno fatto la stessa scelta e avranno abbandonato il produttivismo. Si ricercherà anche l’autonomia energetica locale: le energie rinnovabili sono adatte alle società decentralizzate, senza grandi concentrazioni umane. Questa dispersione ha il vantaggio che ogni regione del mondo possiede un potenziale naturale per sviluppare una o più filiera di energia rinnovabile.
«Saremo noi un giorno capaci – si chiede Christophe Laurens, architetto e paesaggista – abitare poeticamente le torri degli uffici, gli stadi, gli incroci, i centri commerciali, le discariche e tutti i parchi d’attrazione, tutto ciò quello che l’architetto olandese Rem Koolhaas chiama i junkspace?». La risposta viene forse da Yona Friedman: «Per trasformare il male in bene – dice – dovremo disfarci del condizionamento che abbiamo subito». Si tratta di abitare diversamente la stessa città. Pensare al Paris [Parigi/scommessa] della decrescita.
In un primo tempo, la città decrescente, potrebbe essere la cità attuale dalla quale sarebbe stati eliminati la publicità, le auto e la grande distribuzione e dove sarebberò stati introdotti i giardini condivisi, le piste ciclabili, una gestione publica dei beni comuni [acqua, servizi di base] e anche la coabitazione e le «botteghe di quartiere». Una riconversione sarà necessaria ma anche una certa disindustrialisazione. Il risultato di questa disindustrializzazione realizzata, grazie a degli attrezzi soffisticati ma conviviali, sarebbe la prova che si può produrre altrimenti. Anche se la parte autoprodotta non è totale, essa è comunque importante.
Nel suo bel libro «Manifesto per la félicita. Come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere» [Donzelli, 2010], Stefano Bartolini presenta così la città «relazionale» che corrisponde quasi-esattamente al progetto della decrescita: «La città relazionale è uno degli aspetti cruciali della mia proposta di assegnare ai bambini una priorità ben maggiore di quella attuale perché essi sono il paradigma dello stretto legame tra spazio e mobilità nel determinare l’esperienza relazionale. I bambini devono disporre di spazi pedonali di qualità vicino a casa e della possibilità di arrivarci da soli. Gli elementi chiave di una città relazionale sono: l’auto privato deve essere drasticamente limitata come misura strutturale, per fare in modo che tutti i cittadini usino i trasporti publici; la densità di popolazione deve essere alta; ci devono essere molte piazze, parchi, isole pedonali di qualità, centri sportivi ecc.; le aree pedonali ideali sono nei dintorni del mare, di un lago, un fiume, un ruscello, un canale; devono attraversare la città in modo da formare una rete pedonale e ciclabile; ci devono essere il più possibile marciapiedi spaziosi e piste ciclabili; ampi terreni di proprietà publica deveno circondare la città, per costruirvi parchi e case16».
E per il Sud? Bisogna partire dalla realtà. Due miliardi di persone vivono nei baraccopoli [bidonvilles] o delle favelas autoconstruite e non accederanno mai alla città produttivista. La visione di Yona Friedman dell’architettura e dell’urbanismo di sopravivvanza è certamente più realista per il Sud, e inoltre in coerenza con la città decrescente al Nord. La città povera è fatta di un insieme di bidonvillages. «Il bidonvillage – dice Friedman – è la società anarchica dei poveri e non ha che fare con una scelta ideologica o politica; questo tipo di società si è costituito semplicemente perché l’esperienza ha provato che questo assicura al bidonvillage le migliori probabilità di sopravvivenza».
Finalmente, «La risposta dell’architettura di sopravivvenza ai problemi correnti sarebbe dunque: costuire meno, ma imparare ad abitare in altro modo; sfruttare meno i nostri campi, e in compenso imparare a rivedere i nostri criteri di ‘commestibilità»; vivere nelle città in cui abitiamo, ma organizzarci con minori spostamenti e vivere all’interno del nostro villaggio urbano, isolato dagli altri villaggi urbani, non più frequentati da noi perché lontani».
In attesa dei cambiamenti necessari della governance mondiale e della salita al potere di governi nazionali intonati all’obiezione di crescita, numerosi sono gli attori locali che hanno implicitamente o esplicitamente imboccato la strada dell’utopia feconda della decrescita. Se il progetto locale comporta evidenti limiti, non si deve sottovalutare le possibilità di fare dei passi avanti nella politica a questo livello. Si può menzionare: la Rete del nuovo municipio, la rete delle città lenti [Slow cities], le città in transizione [Transition towns], le Città post carbone, le numerose esperienze di città virtuose come l’esperienza del comune di Mouans Sartoux sotto l’impulso del suo sindaco André Aschieri19, le esperienze di Barjac20 e di Correns, tutte collegate con iniziative più piccole [i Gruppi di acquisto solidale, Amap ecc]. `
Il movimento delle città in transizione [Transition towns] è forse la forma di costruzione dal basso che si avvicina di più a una società della decrescita. Queste città secondo la carta della rete ricercano l’autosufficienza energetica nella prospettiva della fine delle energie fossili; più generalmente ricercano la resilienza. Questo concetto, preso in prestito dalla fisica, passendo attraverso l’ecologia scientifica, può essere definito come la capacità di un’ecosistema di resistere ai cambiamenti della sua ambiente21. Per esempio, come i grandi agglomerati urbani potranno affrontare la fine del petrolio, l‘aumento della temperatura, e tutte le catastrofe prevedibili? La risposta dell’esperienza ecologica è che se la specializzazione consente di migliorare le performanze in un’campo, rende più fragile la resilienza dell’insieme. La diversità, al contrario, rinforza la resistanza e le capacità di adattarsi. Reintrodurre gli ortaggi, la policultura, l’agricultura di prossimità, piccole unità artigianali, moltiplicare le sorgenti di energia rinovabile, tutto questo rinforza di consequenza la resilienza.
Per concludere, si possono riprendere due citazioni di architetti
Enrico Frigerio [in Slow Architecture]: «L’architetto esteta, creatore di forme, credo sia oggi quasi anacronistico».
Yona Friedman: «Dopo tutto, stiamo forse riscoprendo che assicurarsi la sopravvivenza può anche essere la Festa».
In sintesi. La città decrescente, primo passo verso una società di abbondanza frugale, preserverà l’ambiente che è in ultima analisi la base di tutta la vita, aprirà a ciascuno un accesso più democratico all’economia, ridurrà la disoccupazione, rafforzerà la partecipazione [e dunque l’integrazione] e anche la solidarietà, fortificherà la salute dei cittadini grazie alla crescita della sobrietà e alla diminuzione dello stress. L’impatto sul paesaggio, anche se non fosse l’oggetto di una politica specifica, sarà necessariamente positivo.
[Questo saggio è il testo della relazione di Serge Latouche al meeting internazionale, il 19 e 20 maggio a Roma, dal titolo «The architecture of well tempered environment - Un'armonia di strumenti integrati», promosso dall'Unione internazionale degli architetti e dall'Union internationale des architectes, architecture and renewable energy sources].

30 mag 2011

no radar



I no dei sardi ai radar sulle coste sono un inno alla bellezza di quest'isola

di Simone Campus
Per i sardi uscire dalla cultura del no parrebbe una missione impossibile. Eppure i no che stanno dicendo sono dei sì forti e chiari. È capitato per il referendum sul nucleare. Sta capitando per la vicenda dei radar anti immigrati.

Sull’onda del polverone sollevato per le paventate “invasioni” dei migranti provenienti dal nord Africa, qualcuno ha pensato bene di bandire un mega appalto per disseminare le coste del mediterraneo di radar antibarcone. Capo Pecora a Fluminimaggiore, Capo Sperone a Sant’Antioco, Punta Foghe a Tresnuraghes, l’Argentiera nel comune di Sassari, tutte zone di alta valenza ambientale e paesaggistica tutelate dal PPR. I quattro radar previsti in Sardegna fanno parte di un progetto nazionale che comprende in totale 18 installazioni dislocati nelle regioni del centro e del sud d’Italia.

Le popolazioni locali hanno bisogno di urlare forte per dire no ai radar e si ad un paesaggio bello così com’è, perché vivono in località remote, pressoché disabitate, com’è il caso dell’Argentiera (nel comune di Sassari) che nonostante lo sforzo dell’amministrazione si sente lontana dalla città. Claudio Simbula, un ragazzo di Villassunta, una località poco lontana, denunciando l’assenza dell’ADSL nelle borgate della città ha descritto efficacemente in una lettera agli amministratori questo sentimento: “In Nurra il tempo si è tragicamente fermato al 1995. E la distanza tra le borgate e Sassari si può misurare non in chilometri, ma in anni”. Forse è anche per questo che Claudio vive a Londra, ma come tutti i sardi non si rassegna alla rassegnazione e dalla capitale inglese continua la sua battaglia contro il digital divide.

Oltre all’Argentiera le altre aree individuate per l’installazione delle potenti antenne di fabbricazione israeliana sono Capo Sperone (Sant’Antioco), Capo Pecora (Fluminimaggiore) e Santa Vittoria (Tresnuraghes). Lo spiega molto bene il comitato su Facebook: «ormai da diversi giorni molti gruppi spontanei di cittadini si stanno mobilitando per impedire l’installazione di speciali radar d’avvistamento sulle coste sarde. I comitati informali stanno promuovendo un’intensa attività su internet, ma soprattutto presidi nelle aree prescelte per l’installazione delle strutture, in carico alla Guardia di Finanza e motivate, a quel che si dice, alla difesa “in profondità” contro lo sbarco di clandestini». I cittadini rilevano sia la pericolosità delle apparecchiature, che sfruttano onde elettromagnetiche ad altissima frequenza, sia lo scempio paesaggistico e la logica di occupazione e militarizzazione del territorio. Oltre a questo, si contesta il principio stesso del “respingimento”  dei migranti, in luogo della logica dell’accoglienza e della solidarietà.

 Sono questi i temi di fondo della protesta sostenuta dalla prima ora da “Lega Ambiente” Sardegna: «Pur avendo seguito procedure formalmente corrette, si tratta di un progetto inaccettabile e ancora, di installazioni militari, che estendono le servitù a cui la Sardegna è soggetta più di ogni altra regione italiana. Infatti si tratta, stando alle notizie raccolte, di radar del tipo ELM-2226, fabbricati dalla ELTA - Systems, del gruppo IAI, nota multinazionale degli armamenti israeliana, parte di un sistema di armamenti destinati al rafforzamento della potenza navale. I radar e i dispositivi che emettono onde elettromagnetiche devono essere limitati al massimo per le necessità della navigazione aerea e marittima in sicurezza, per le comunicazioni e per la meteorologia, devono essere localizzati lontano dai luoghi frequentati e non devono provocare impatto ambientale e paesaggistico».
In sostanza si tratta di una riproposizione, con moderne tecnologie, della rete di “torri costiere saracene” che fu edificata nel 1500 dagli spagnoli su tutte le coste della Sardegna. Anche ora si tratta di una militarizzazione delle coste isolane. Ma “Legambiente Sardegna” non si ferma qui e attacca il governo che «ogni giorno, dà prova di scarsa sensibilità ambientale, come ha recentemente dimostrato per la vicenda delle spiagge regalate ai gestori degli stabilimenti balneari».

Intanto a Cagliari proprio il rappresentante del Governo ha dichiarato ai sindaci dei comuni interessati la propria incompetenza a risolvere la questione, facendo trasecolare le decine di manifestanti che si erano riuniti (senza bandiere di partito) davanti ai nuovi uffici delle Prefettura di Cagliari. Ora la cosa si sposterà ad altro tavolo, ma i cittadini mantengono i presidi e rilanciano chiedendo a tutti coloro che hanno la possibilità di farlo di raggiungerli per mantenere alta la vigilanza sul territorio: «Diciamo un a nuove servitù militari, è un progetto dannoso per la salute umana e per l'intero ecosistema della zona. I radar emettono un potente fascio elettromagnetico dannoso per la salute e ricadono in aree dall'elevato valore ambientale e naturalistico», hanno alle agenzie. Il timore era che da questo incontro potessero emergere da parte degli amministratori locali considerazioni tali da fare un passo indietro rispetto a dei noi arrivati “tardivamente”. Timore presente anche tra gli abitanti dell’Argentiera che si sono divisi tra chi si fida del Sindaco Ganau, senza se e senza ma, e chi gli rimprovera di aver dato il via libera in conferenza di servizi al progetto del radar.

Accuse che il sindaco più amato d’Italia ha scansato con autorevolezza e per tutta risposta ha scritto ai ministri Prestigiacomo e Matteoli, segnalando che il radar andrebbe a «insediarsi in un uno degli angoli incontaminati e più importanti dal punto di vista naturalistico dell’intera Sardegna, deturpando in maniera definitiva l’aspetto, i luoghi e l’ambiente. In particolare la collocazione di strutture e manufatti che includono un traliccio di un’altezza superiore ai dieci metri sul punto più alto e panoramico dell’intera costa causa un danno ambientale incalcolabile e permanente, alterando in modo negativo lo skyline della costa a distanza di chilometri».

 Insomma un no chiaro, raccolto dal suo partito, il PD, che ha deciso di accendere le polveri. Ad una prima interrogazione del consigliere regionale Luigi Lotto, ne ha fatto seguito un’altra del deputato Guido Melis. Entrambi accusano governo e giunta regionale di voler militarizzare ulteriormente le coste sarde. L’ex assessore regionale all’urbanista Gianvalerio Sanna (il padre del PPR) ha fatto di più, unendo tutti gli atti fin qui prodotti dai vari consiglieri regionali, ha predisposto una mozione firmata da tutti i consiglieri del Centrosinistra che considerando l'impatto degli impianti radar sull’ambiente e il paesaggio, e il danno alla salute causato dall'elevato inquinamento dei campi elettromagnetici, chiede a Cappellacci di riconvocare le conferenze di servizio per un riesame approfondito degli interventi, coinvolgendo questa volta le rappresentanze delle associazioni ambientaliste.

 Nel frattempo gli abitanti del borgo dell’Argentiera, un po’ come gli irreducibili galli di Asterix, non mollano la presa e organizzano una serata di festa, “un forte segnale alle istituzioni tutte” e a chi non possa rimanere sul posto per unirsi alla protesta, chiedono di mobilitarsi per diffondere informazioni sulla situazione con ogni mezzo.