20 nov 2011

economia reale e giochi di borsa

La crisi finanziaria globale del 2008 (e non solo).
Cosa significa “economia reale”? Perchè si dice sia più “solida”?
Che succede ai mercati in questa crisi?
(articolo in revisione)

Spieghiamolo in parole semplici

La crisi finanziaria che attanaglia i mercati nel periodo in cui scrivo questo articolo è in realtà un “assestamento” che ha coinvolto anche l’Economia Reale. Questa è la vera gravità, ma è anche il suo potenziale punto di forza (più avanti spiego il perchè).

Cosa è l’Economia Reale?

L’Economia Reale è quella fatta di fatti, e non di parole; Quella costituita da macchinari, parco clienti, capannoni, operai, etc. Tutti fattori tangibili, fisicamente tangibili. Paradossalmente, l’esempio più banale potrebbe essere la Parmalat.. (no, non hai sbagliato a leggere). Un’azienda che conserva comunque i suoi possedimenti materiali, i suoi clienti e ha un ciclo produttivo chiaro e concreto: si prende il latte e si vende, e si trasforma in tutti i suoi derivati più semplici (come lo Yogurt) che si vendono direttamente sul mercato (Italiano, in primis).
Con tutti i debiti che può avere, un’azienda del settore Primario e Secondario, generalmente mantiene sempre una certa concretezza in termini di capitale e macchinari, che gli permette di far fronte ai creditori. Persino le aziende potenzialmente fallimentari conservano un certo valore: tanto è vero che è usanza ormai da tempo il vendere, anzichè lasciar fallire, quel che resta di una ditta “Reale” a un’altra azienda dello stesso settore che “se la mangia” e la fa funzionare.
Un esempio concreto potrebbe essere il (fu) reparto automobilistico della Daewoo, che è stato “mangiato” dalla Chevrolet poco prima che fallisse miserrimamente.

Il settore terziario e i “giochi di borsa”

Il settore terziario, costituito prevalentemente di servizi, è complementare agli altri due (primario e secondario, vedi sopra): Deve esserlo, perchè non ha senso che viva di vita propria; non ha le basi per poter vivere di se stesso, non ha nessun dannato motivo di esistere in se’. (se richiesto commentando la pagina o contattandomi, posso integrare con altre informazioni).
Nel settore terziario, tra gli altri, si collocano: le banche, le società di credito, le agenzie, gli uffici di varia natura, le aziende “venditrici di fumo” (di cui parlo anche in questo articolo [clicca]), le rappresentanze organizzative e governative, le agenzie (immobiliari, di viaggi, turistiche, di prestiti personali, etc.), etc.
La crisi attuale si fonda in buona parte sulle speculazioni e sul parassitismo, i “giochi di borsa”, del settore terziario ovviamente. Sono le aziende del terziario che gestiscono e fanno funzionare a livello organizzativo e funzionale la Borsa e i mercati azionari; non si è mai visto un allevatore di bovini che si presenta a Piazza Affari a vendere latte o bistecche. Tuttavia.. la Borsa sta in piedi grazie alla liquidità e produttività del settore primario e secondario.. o almeno così dovrebbe essere.
L’altra faccia e causa della crisi è il Credito, tipicamente americano anche se ormai diffuso in tutto il globo, consiste nel prestare soldi a un’azienda del settore primario, secondario o terziario o a un’altra persona fisica/giuridica per far si che possa superare un momento difficoltoso, ampliare il proprio parco macchine/capannoni/clienti, etc.; oppure semplicemente per togliersi uno sfizio, per acquistare un’inutility, un capriccio.
Quando si prestano soldi ad un’azienda del settore primario e secondario si hanno delle garanzie: solitamente, come specificato all’inizio dell’articolo, ci sono terreni, macchinari, clienti consolidati nel tempo che costituiscono una possibilità di rivalsa nel caso il Credito non venga rimborsato.
Nei “giochi di Borsa” i prestiti -il Credito- sono stati fatti ad aziende del settore terziario e a privati cittadini che non avevano alcuna garanzia se non quella di “esistere” e far parte dell’andazzo del pianeta. In altre parole: si è fatto credito a chi non poteva garantirne il saldo e/o ad aziende basate sul nulla, che a loro volta si basavano sul nulla, e così via.
Le banche si prestano soldi tra di loro usando come garanzia reciproca i clienti.. ma se questi clienti sono insolventi, inconsistenti, “fumosi” o prevalentemente “terziari”?

Made in China…

Un’altra chiara componente della crisi in corso è la fantasmagorica idea di spostare la produzione attiva delle aziende del settore primario e secondario all’estero, in paesi dove la forza lavoro costa meno.
Cosa resta di un’industria del secondario che sposta all’estero la maggior parte della sua produttività? Restano gli uffici di rappresentanza, il Direttore MegaGalattico, le sue 4 segretarie in topless, 4 impiegati svogliati e la mitica pianta di ficus.
Per funzionare, un Paese necessita di economia reale: settore Primario e Secondario: macchine, materiali e industrie. Non ci si può basare solo sul terziario, poichè esso è “astratto”: dipende dagli altri due!
Immaginate ora se il 90% delle aziende che compongono l’economia di un Paese spostasse la parte primaria e/o secondaria aziendale all’estero.. Bene: è quello che è successo negli USA e che sta accadendo anche da noi (fortunatamente un po’ a rilento).
Perchè!?! qualcuno si chiederà. Ci sono 2 motivi principali a questo modus lavorandi:
  1. Si permette ai clienti meno abbienti di comprare i prodotti …che vengono prodotti (appunto): spostando all’estero la parte “costosa” dell’azienda è possibile abbassare i prezzi, e anche di tanto! In questo modo è stato possibile vendere certe “cose” quasi a tutti. Prodotti che prima erano inaccessibili ai più. Aumentando il “Parco Clienti” si aumenta sia il valore dell’azienda che il fatturato.
  2. Aumentare in maniera esponenziale i ricavi: “ricavo” è il termine che definisce quanto si guadagna effettivamente, una volta scorporati i costi, dalla costruzione e vendita del prodotto. Il cinese lavora a stipendio da fame. I caschi motociclistici dell’AGV, per fare un esempio, costano come quelli della Nolan, se non di più; Tuttavia i costi che l’AGV deve sostenere per costruire i suoi caschi sono millemila volte inferiori: in questo caso non si passa nemmeno dal punto 1: il ricavo è l’unico motivo allo spostamento della componente produttiva.

La Borsa, l’economia Reale

La chiamano anche “esaltazione dei mercati”, esaltazione irrazionale dei mercati, specificherei io.
Ha portato dei gran soldoni nelle tasche di tanti operatori del terziario ..e del secondario che si prestavano al terziario. “Giocando” con i titoli quotati sui mercati internazionali si sono andate creando dal nulla delle aziende che in realtà non sono mai nemmeno esistite. Un vero è proprio vortice finanziario del nulla.
Come funziona la Borsa?
Funziona secondo la regola più banale del mondo dopo quella del “io presto sesso a te, tu paghi soldi e/o cibo a me”; Ovvero: “Se in tanti vogliono le azioni dell’azienda $Mazzi&Stramazzi: queste aumentano di prezzo”; per la “naturale” regola di mercato per cui si alzano i prezzi in caso di consensi e si abbassano (per poter vendere) in caso di dissensi.
Accade quindi che una ditta come “$Mazzi&Stramazzi S.R.L.” composta da (ipotesi stracciata ed estremamente semplicistica):
  • quattro impiegate amministrative = € -16.000×4 di costi; € +9.000×4 di ricavi all’anno; € +1.000×4 di bella presenza generale; (tot. € -24.000)
  • Il capo e il suo stramaledetto SUV = € +44.000 per il SUV e -44.000 per il carburante e le prestazioni sessuali pagate 8-) ; € -200.000 di stipendio; € + 100.000 di capacità (tot. € -100.000)
  • 100 dipendenti qualificati = € -31.100×100 di costi; € +93.300×100 di ricavi all’anno (tot. € +6.220.000)
  • un capannone = € +2.800.000
  • un parco clienti medio = € +10.500.000
  • i macchinari = € +40.000.000
  • il cane da guardia = € -2.000,03 di cibo; € +2.000,33 di servizi resi all’anno (tot. €+00,30)
  • costi per i materiali e varie = € -30.000.000
..Per un Valore totale di Somma(-24.000 | -100.000 | +6.220.000 | +2.800.000 | +10.500.000 | +40.000.000 + 00,30) = otteniamo circa € +29.396.000,30
Nota: la valutazione di un’azienda è millemila volte più complessa. Il sopraesposto esempio è da intendersi solo in forma esplicativa.

La Borsa “Reale”

Quotiamo in borsa la “$Mazzi&Stramazzi S.r.l.” che passerà ad essere una Società Per Azioni: “$Mazzi&Stramazzi SPA“; per un totale di 4.899.333 azioni del valore di circa € 6,00 cadauna. L’azienda in questione fa parte dell’ecomomia Reale. Le azioni valgono 6,00 euro fino a quando non ci sarà un bilancio aziendale che conferma una crescita o un calo del TOT% che si riperquoterà sul valore delle azioni. (Per es. un +10% farebbe salire il valore delle “$Mazzi&Stramazzi” a € 6,10).

La Borsa “Fantasmagorica”

Sul mercato azionario, oltre alla solida “$Mazzi&Stramazzi S.r.l.“, c’è anche la ditta “$NoiVendiamoFumo” che consiste in un ufficio in centro a NY o MI, non arredato, senza personale e che è “figlia” di un’altra azienda che l’ha creata per speculare. Le azioni di “$NoiVendiamoFumo” vengono quotate a € 3,00 sulla base del loro valore in quanto azienda del terziario (praticamente sul nulla). Poi arriva anche la fantasmagorica banca “$PrestiamoSoldiATutti” le cui azioni valgono € 30,00 cadauna.. e così via.

I Giochi di Borsa e la Crisi:

Cosa succede durante le crisi? Te lo spiego in modo semplicistico, ma anche estremamente realistico: quanto sto per scrivere è -in soldoni- la formula che “brucia” i soldi nei mercati azionari.
Col passare del tempo le borse di tutto il mondo si sono riempite, saturate, di aziende come “$NoiVendiamoFumo” e “$PrestiamoSoldiATutti“. Molte di queste ditte sono dei veri e propri castelli di carte: create solo per speculare o per far lievitare un po’ di soldi. Vengono quotate sul mercato nei momenti buoni o comunque in periodi “programmati”. Le azioni in questione salgono di valore sfruttando l’andamento generale del mercato, poi, quando sono “mature”: vengono improvvisamente vendute da chi le ha create e che ci guadagna parecchio a venderle. I possessori post_vendita restano con un palmo di naso… in mano.
Altre aziende che fanno parte del mercato e che non fanno parte dell’economia reale sono le squadre di calcio :-| che mazzo vuoi che produca una squadra di calcio!??
Poi ci si mettono anche le banche. Siccome l’economia rallenta a causa della concorrenza dei paesi emergenti (emergenti e/o truffaldini?) e del bassissimo rendimento dei lavoratori del terziario.. prestano soldi a tutti, confidando (come garanzia) nei patrimoni accumulati nel tempo addietro dai “nonni” e dai genitori vari: case, terreni, conti in banca: tutta roba primaria, secondaria: reale insomma.
Ed ecco che un mortazzone qualunque si può permettere l’automobile “di tendenza” (aka: un aborto che passa di moda in 6 mesi e costa un patrimonio: tipo la mini). Le ragazze/donne comprano “accessori” e cavolate del genere, si fanno mutui e rate a go go a tasso da strozzinaggio.
Poi un giorno si svegliano tutti, soprattutto in America, e si rendono conto che i “nonni” e genitori vari.. hanno esaurito le riserve. I giovani laureati non trovano lavoro redditizio o comunque non producono nemmeno la metà di quello che consumano. Le proiezioni finanziarie si fanno grigie. I nuovi direttori di banche e superManager (idioti) istruiti nelle migliori università del mondo …si dimostrano incapaci di gestire persino la paghetta di papa’.
Non c’è meritocrazia. La maggior parte dei “buoni” e “alti” posti di lavoro vengono occupati da raccomandati incapaci e “gasati” che non vedono l’ora di buttare nel cesso i soldi che gli passeranno tra le mani, etc. etc.
Nessuna coscienza etica nel modo di lavorare e investire: l’importante è “sparlare di milioni di qua e di la”; tutta apparenza. Molti di questi operatori del settore non si fanno scrupoli a vendere azioni potenzialmente fallimentari dell’azienda “$PrestiamoSoldiATutti” o “$NoiVendiamoFumo” ai risparmiatori meno esperti.
Gli imprenditori, i capi: sono degli incapaci: una parte della responsabilità della poca produttività dei dipendenti è la loro. Non riconoscono il lavoratore capace da quello “lecchino”, hanno poco occhio ai cambiamenti e il terrore di farsi fregare dai loro stessi collaboratori.. Allo stesso tempo adottano la strategia del risparmiare il più possibile sugli stipendi. E’ un gatto che si morde la coda: come si può pretendere che il lavoratore aumenti la produttività se non arriva a fine mese e non ci dorme la notte.
La scusa tipica è: “siamo in crisi e l’azienda non si può permettere aumenti di stipendio”, però poi per non pagare le tasse si rinnova il parco automobilistico aziendale, anche se non c’è reale bisogno; si fanno scelte commerciali fallimentari, s’investono capitali in nuove aziendine “figlie” fatte di nulla, etc.

Tutti giù per terra


Nel senso che prima o poi i nodi vengono al pettine. Tutte queste “aziende fantasma” in qualche tempo hanno accresciuto il loro valore per pura regola della domanda e dell’offerta: crescono le aziende dell’ “economia reale” e per riflesso psicologico crescono anche quelle venditrici di nulla. Oppure esce una notizia che porterebbe potenzialmente una di queste ditte a fare fatturato… e tutti comprano come degli imbecilli.
Al primo segno di crisi, i grandi compratori, gli esperti, vendono subito le azioni relative all’economia fantasma.. che però sono tante (le aziende e le azioni); e nel tempo hanno riempito gran parte della borsa. Questa vendita di massa genera un abbassamento dell’indice generale di mercato, che di conseguenza trascina in basso anche le quotazioni delle aziende dell’economia reale.
In pratica può succedere che anche le azioni della ditta “$Mazzi&Stramazzi” (azienda reale), pur avendo dimostrato di produrre utile ogni anno, si abbassino di valore nell’ondata di vendite generali che caratterizzano la crisi. Le azioni in questione potrebbero scendere anche a 2,00 euro di valore, nonostante il guadagno dell’azienda sia del 10% nell’anno corrente.
Fino a che l’azienda “$Mazzi&Stramazzi” è quotata in borsa: non conta quale sia il valore reale totale di tutta la struttura che la caratterizza (riassunta sopra). Se arriva un tizio e si compra il 51% delle azioni, a 2,00 euro l’una (nel periodo di crisi): la “$Mazzi&Stramazzi” diventa praticamente sua.

Parte della crisi in realtà è “assestamento”

Intendo dire che tutto il valore accumulato dalle “aziende fantasma” è denaro che non esiste, è supportato dal nulla; non dipende dal fatturato o dal reale ricavo proveniente dalla vendita di qualche prodotto: è legalmente rubato/artefatto. Quando i mercati “crollano”.. gran parte dei “milioni bruciati” non esistevano prima di bruciare, per cui, inizialmente almeno, non si tratta di Crisi vera e propria: è un naturale assestamento.
La parte “cattiva” dell’assestamento è che si bruciano anche i soldi delle aziende reali; per puro effetto psicologico pessimistico.

La mossa giusta

Consiste nel non comprare azioni relative ad aziende inconsistenti. Qualcuno osserverà che sono fallite/crollate anche aziende reali e tangibili: è vero, tuttavia ci sono quasi sempre dei responsabili a questi “crack” scandalosi. La scampano e se la cavano quasi sempre grazie ad amicizie tra politici e magistrati. Normalmente un’azienda del primario/secondario o comunque le aziende reali danno segni di crisi molto prima di “cappottarsi”.
In ogni caso i soldi investiti in borsa sono definiti anche come “capitale a rischio“, che tradotto in termini semplici significa: “soldi che potrebbero volatilizzarsi senza preavviso, e se accade sono camazzi vostri“.
La mossa giustaaaa!!
Si, si, arrivo! E’ praticamente inutile e stupido vendere se c’è una crisi “nevrotica” del mercato; a meno che non si abbia disperato bisogno di soldi immediatamente. Bisogna tenere le azioni fino a quando l’assestamento del mercato non avrà finito di oscillare dall’alto al basso. Quello che resterà, ragionevolmente sarà il valore reale dei propri titoli in borsa.. Dopo la crisi. Per poco che possa essere: sarà sempre più alto di quando si svendono. Anzi, spesso non conviene nemmeno vendere Dopo la crisi: ormai è passata.
I tempi possono essere lunghi, anche anni: 5 o 6. Se fossimo nel 1980 avrei detto anche 10 o 20, ma attualmente il “cervello del mondo” si è notevolmente velocizzato; nel bene e nel male.

14 nov 2011

13 nov 2011

Quei pozzi avvelenati dalla giustizia alla Rai

È certo che anche se Berlusconi andasse via, per molto tempo rimarrà tra noi come categoria dello spirito. Durante questo ventennio ha terremotato l'apparato statale infilandovi dentro la Lega antistatale e secessionista. Dalle abitudini al linguaggio, ha "smontato" lo Stato 
di FRANCESCO MERLO
È la normalità, la tanto attesa normalità, che ha reso storica la lunga giornata di ieri anche se ci vorrebbe un governo Monti delle anime e dei sentimenti e dei valori per liberare l'Italia dal berlusconismo. Nessuno dunque si illuda che sia davvero scaduto il tempo. Certo, alla Camera lo hanno giubilato, gli hanno fatto un applauso da sipario: è così che si chiude e si dimentica, con l'applauso più forte e più fragoroso che è sempre il definitivo.

Poi Napolitano è riuscito a dare solennità anche all'addio di Berlusconi che sino all'altro ieri si era comportato da genio dell'impunità inventando le dimissioni a rate. Che lui nascondesse una fregatura sotto forma di sorpresa è stato il brivido di ieri, e difatti, inconsapevolmente, nessuno si è lasciato troppo andare e la festa, sino all'annuncio ufficiale delle dimissioni, più che sobria è stata cauta. Di sicuro Berlusconi non ha avuto il lieto fine. Entrato in scena cantando My Way ne è uscito con lo Zarathustra che premia "il folgorante destino di chi tramonta".

Dunque non c'è stato il 25 luglio, non la fuga dei Savoia né la fine della Dc, né tanto meno la tragedia craxiana, nessuno ha mangiato mortadella in Parlamento come avvenne quando cadde Prodi, non c'è stato neppure l'addio ai monti di Renzo anche se nessuno sa cosa farà Berlusconi, se rimarrà in Italia o invece andrà in uno dei degli ospedali che dice di avere regalato nei luoghi
del Terzo Mondo. Tutti parlano, probabilmente a vanvera, di una trattativa parallela e coperta sui processi, di un salvacondotto e di un'amnistia che non hanno mai riguardato in Italia reati come la corruzione e lo sfruttamento della prostituzione. In un Paese normale la rimozione di un capo non produce mai sconquassi e siamo sicuri che il pedaggio che paghiamo alla normalità non sarà l'enorme anormalità di un pasticcio giuridico.

È comunque certo che, anche se Berlusconi si rifugiasse ad Antigua, per molto tempo rimarrà tra noi come categoria dello spirito. Ecco perché ci vorrebbe una banca centrale della civiltà per commissariare il Paese dove Berlusconi "ha tolto l'aureola a tutte le attività fino a quel momento rispettate e piamente considerate. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l'uomo di scienza in salariati da lui dipendenti".
Dunque neppure nello storico giorno in cui è stato accompagnato fuori con il suo grumo di rancore invincibile e lo sguardo per sempre livido, è stato possibile accorarsi e simpatizzare. Non c'è da intonare il requiem di Mozart o di Brahms per l'uomo più ricco d'Italia che ha comprato metà del Parlamento e ha ordinato di approvare almeno 25 leggi ad personam. E ha terremotato lo Stato infilandovi dentro la Lega antistatale e secessionista. E mentre i suoi ministri leghisti attaccavano la bandiera e l'unità dello Stato, Berlusconi organizzava la piazza contro i tribunali di Stato, la Corte costituzionale, il capo dello Stato. Anche il federalismo non ha preso, come negli Usa e in Germania, la forma dello Stato ma dell'attacco al cuore dello Stato. Avevamo avuto di tutto nella storia: mai lo statista che lavorava per demolire lo Stato. Quanto tempo ci vorrà per rilegittimare i servitori dello Stato, dai magistrati ai partiti politici, dagli insegnanti ai bidelli ai poliziotti senza soldi e con le volanti a secco?

E quante generazioni ci vorranno per restituire un po' di valore all'università, alla scuola e alla cultura che Berlusconi ha depresso e umiliato: contro i maestri, contro gli insegnanti, contro tutti i dipendenti pubblici considerati la base elettorale del centrosinistra, e contro la scuola pubblica, contro il liceo classico visto come fucina di comunisti. E ha degradato la più grande casa editrice del Paese a strumento di propaganda (escono in questi giorni i saggi di Alfano, Sacconi, Bondi, Lupi....). Ha corrotto una grande quantità di giornalisti come mai era avvenuto. Ha definitivamente distrutto la Rai affidata ad una gang di male intenzionati che hanno manipolato, cacciato via i dissidenti, lavorando in combutta con i concorrenti di Mediaset. E con i suoi giornali e le sue televisioni ha sfigurato il giornalismo di destra che aveva avuto campioni del calibro di Longanesi e Montanelli. Con lui la faziosità militante è diventata macchina del fango. Testate storiche sono state ridotte a rotocalchi agiografici. E ha smoderato i moderati, ha liberato i mascalzoni dando dignità allo spavaldo malandrino, ai Previti e ai Verdini, ai pregiudicati, e c'è un po' di Lavitola, di Lele Mora e di Tarantini in tutti quelli che gli stanno intorno, anche se ora li chiama traditori. Berlusconi, che fu il primo a circondarsi di creativi, di geniacci come Freccero e Gori ha umiliato la modernità dei nuovi mestieri, della sua stessa comitiva, l'idea di squadra che all'esordio schierava a simbolo Lucio Colletti e alla fine ha schierato a capibranco Tarantini, Ponzellini, Anemone, Bisgnani, Papa, Scajola, Bertolaso, Dell'Utri, Verdini, Romani, Cosentino. Eroi dei giornali di destra sono stati Igor Marini e Pio Pompa. I campioni dell'informazione berlusconiana in tv sono Vespa, Fede e Minzolini. Persino il lessico è diventato molto più volgare, il berlusconismo ha introdotto nelle istituzioni lo slang lavitoilese, malavitoso e sbruffone. E'stato il governo del dito medio e del turpiloquio, è aumentato lo 'spread'tra la lingua italiana e la buona educazione.

E la corruzione è diventata sacco di Stato e basta pensare agli appalti per la ricostruzione dell'Aquila, assegnati tra le risate della cricca. Berlusconi ha dissolto "tutti i tradizionali e irrigiditi rapporti sociali, con il loro corollario di credenze e venerati pregiudizi. E tutto ciò che era solido e stabile è stato scosso, tutto ciò che era sacro è stato profanato". Persino la bestemmia è diventata simonia spicciola, ufficialmente perdonata dalla Chiesa in cambio di privilegi, scuole e mense. Toccò, nientemeno, a monsignor Rino Fisichella spiegare che, sì, la legge di Dio è legge di Dio, ma "in alcuni casi, occorre "contestualizzare" anche la bestemmia". E quanto ci vorrà per far dimenticare la diplomazia del cucù e delle corna, lo slittamento dal tradizionale atlantismo verso i paesi dell'ex Unione Sovietica, la speciale amicizia con i peggiori satrapi del mondo?

E mai c'era stata una classe dirigente maschile così in arretrato di femmina verrebbe da dire con il linguaggio dell'ex premier: femmina d'alcova, esibita e valutata come una giumenta, con il Tricolore sostituito con quella grottesca statuetta di Priapo in erezione che circolava - ricordate? - nelle notti di Arcore. Persino il mito maschile della donna perduta e nella quale perdersi, persino la malafemmina italiana è stata guastata da Berlusconi, ridotta a ragazza squillo della politica: l'utilitaria, il mutuo, seimila euro, l'appartamentino, un posto di deputato e forse di ministro per lucrare il compenso - "il regalino" - agli italiani. Lo scandalo del berlusconismo non è stato comprare sesso in un mondo dove tutto è in vendita ma nel pagare con pezzi di Stato, nell'uso della prostituzione per formare il personale politico e selezionare la classe dirigente. E non è finita: se la prostituzione ha cambiato la politica, anche la politica ha cambiato la prostituzione. La Maddalena ha perso la densità morale che fu una forza della nostra civiltà, è diventata la scialba ragazzotta rifatta dal chirurgo ed educata dalla mamma-maitresse a darla via a tariffa.

Il berlusconismo è stato l'autobiografia della nazione per dirla con Croce, non un accidente della storia. Non basta certo una giornata solennemente normale per liberarcene. C'è bisogno di anni di giornate normali. E per la prima volta non saranno gli storici a mettere in ordine gli archivi di un'epoca. Ci vorranno gli antropologi per classificare il berlusconismo come involuzione della specie italiana, perché anche noi, che siamo stati contro, l'abbiamo avuto addosso: "Non temo il Berlusconi in sé - cantava Gaber - ma il Berlusconi in me".  
(13 novembre 2011)

27 ott 2011

«Al posto del Tav metta in sicurezza il territorio»

Tozzi e Mercalli contro il governo: «Al posto del Tav metta in sicurezza il territorio» 
di Lorenzo Galeazzi, 27 ott.

I due conduttori televisivi: "L'esecutivo fa finta che il cambiamento climatico non esista" Invece delle mega-opere, mille piccoli cantieri per fermare il dissesto idrogeologico.» Il Fatto quotidiano, 26 ottobre 2011
 
“L’unica grande opera infrastrutturale della quale l’Italia ha bisogno non è il Tav o il ponte sullo Stretto, ma è un piano per la messa in sicurezza del territorio”. I due volti televisivi del pensiero ambientalista italiano, Mario Tozzi e Luca Mercalli parlano a una voce sola per commentare quanto accaduto in Liguria e Toscana, dove il maltempo ha messo in ginocchio le regioni provocando morti, dispersi e interi paesi evacuati.

Secondo i due esperti, sul banco degli imputati ci sono cinquant’anni di edilizia selvaggia, nessun piano serio per prevenire il dissesto idrogeologico né tantomeno uno straccio di programma per informare la popolazione sui rischi connessi a questo tipo di fenomeni. “Sono nato il 4 novembre del 1966, il giorno dell’alluvione di Firenze – dice Mercalli – Anche allora ci si fece trovare impreparati. Quarantacinque anni dopo non è cambiato niente. Si piange e si contano i morti quando piove e si fa finta di niente quando torna il sole”.

Negli ultimi 45 anni non solo non è andati avanti a cementificare il territorio come se niente fosse, ma il clima impazzito ha aggredito quei terreni resi negli anni fragili e impermeabili alle bordate d’acqua sempre più forti che piovono dal cielo. Un fenomeno che in molti paesi rappresenta una realtà con cui fare i conti, mentre in Italia viene derubricato a superstizione di qualche cassandra travestita da scienziato.

“La quantità d’acqua che prima cadeva in un mese, oggi cade in un’ora. E questo è uno dei principali effetti dell’innalzamento della temperatura terrestre, perché l’aria è più calda e l’energia termica che viene sprigionata è maggiore. E questo è un fatto, non un’opinione”, sostiene Tozzi.

Parole che dovrebbero fare fischiare le orecchie ai vari Marcello Dell’Utri, Adriana Poli Bortone, Antonio D’Alì e alla pattuglia di senatori della maggioranza protagonisti, poco più di un anno fa, di una serie di mozioni che negavano l’esistenza del cambiamento climatico come conseguenza dell’azione umana. Secondo loro, il climate change è figlio di non meglio precisati fenomeni astronomici e, nel caso esista realmente, porterà “maggiori benefici” che danni. Come gli scenari apocalittici descritti dagli scienziati dell’Ipcc, l’International panel on climate change delle Nazioni unite. Il loro corposo dossier, considerato dal centrodestra italiano come una iattura anti-sviluppista, valse agli esperti dell’Onu il premio Nobel per la Pace nel 2007.

“Eppure la tropicalizzazione del clima ci sta presentando il conto – sostiene Tozzi – A iniziare dalle flash flood (le bombe d’acqua, alluvioni istantanee, ndr) che sono figlie del clima che si surriscalda e si estremizza. Basti pensare alla Liguria dove nei giorni scorsi sono caduti metà dei centimetri d’acqua che in quel territorio cadono in un anno”.

Una posizione condivisa da Mercalli che ricorda quando durante una recente puntata di Che tempo che fa descriveva in diretta i contenuti del dossier sugli scenari climatici messo a punto dalla Svizzera: “Il governo elvetico ha messo in conto al primo punto gli eventi alluvionali intensi e improvvisi che sono scatenati dall’aumento della temperatura, da noi invece si fanno spallucce e scongiuri per poi dichiarare lo stato di calamità naturale”.

Infatti a differenza di Berna in Italia si preferisce costruire gigantesche opere infrastruturali, giudicate inutili dagli esperti e invise alle popolazioni locali, invece che mettere a punto un piano organico per fronteggiare il dissesto idrogeologico. Un settore che “a partire dal 2006 ha visto i fondi dimezzati, mentre si trovano, o si dice di trovare, i soldi per la Torino-Lione o per il ponte sullo Stretto di Messina”, fa notare Tozzi. “Ma la prevenzione – continua il geologo – non solo salva le vite umane – conviene anche dal punto di vista economico: per un euro speso oggi se ne risparmiano sette in futuro”. Al posto di faraonici ponti e gigantesche gallerie, secondo i due conduttori, bisognerebbe aprire mille piccoli cantieri che mettano in sicurezza colline, paesi e letti di fiumi. “Invece noi siamo il paese delle grandi opere che non vedranno mai la luce del sole, degli sciagurati piani casi, della cementificazione selvaggia e soprattutto dei condoni”, sottolinea amareggiato Tozzi.

A fianco della prevenzione l’altro grande assente dal dibattito è l’informazione, che “è morta” secondo Mercalli per lasciare il campo alla semplice emotività nel commentare emergenze e catastrofi. Il meteorologo cita il caso di New York, quando a fine agosto si è trovata a dover fronteggiare la tempesta Irene. Il piano di evacuazione e le informazioni date alla cittadinanza da parte dell’amministrazione Bloomberg hanno fatto sì che in città non si registrasse nessuna vittima. “Quello che sarebbe successo nel Levante ligure si sapeva con 48 ore di anticipo – attacca Mercalli – Se si fosse messo a punto un serio piano di educazione-informazione per i cittadini, come nella Grande Mela, magari non si sarebbero salvati gli edifici, ma di sicuro le vite umane”.

Tuttavia i due conduttori televisivi guardano al futuro con disillusione e quasi all’unisono dicono: “Dopo la tragedia tornerà il sole e anche questa volta ci si dimenticherà di tutto”. In attesa della prossima alluvione o frana accompagnata dalla solita litania giustificatoria. “Che suonerà ancora più grottesca perché eventi di questa portata non sono più né eccezionali né tantomeno imprevedibili”.

Jeremy Rifkin: «La prossima rivoluzione sarà quella ambientale»

Jeremy Rifkin: «La prossima rivoluzione sarà quella ambientale» di Antonio Cianciullo, 26.10.2011



«Non è l'austerità a essere sbagliata. E' la mancanza di un piano di sviluppo che crea i problemi». La Repubblica, 25 ottobre 2011, con postilla

Italia ha tagliato drasticamente i suoi bilanci obbedendo alle disposizioni della finanza internazionale. E adesso che succede? Si sente dire che non è credibile perché non ha i fondi per sostenere la crescita. Ma questo è il comma 22, una via cieca. Non si può pensare di continuare a cancellare posti di lavoro e futuro senza che si moltiplichino moti di rivolta come quelli che stanno prendendo piede in Italia e in Grecia. La Germania ha dimostrato che uno sviluppo diverso è possibile. Perché non seguite quella strada?». Jeremy Rifkin, il presidente della Foundation on Economic Trends, è venuto a Roma per presentare il suo ultimo libro, La terza rivoluzione industriale, edito da Mondadori. L´appuntamento doveva essere un momento di confronto accademico, è diventato parte di un´attualità drammatica.

L´austerità dei bilanci è sbagliata?
«Non è l´austerità ad essere sbagliata, è la mancanza di un piano di sviluppo che crea i problemi. Per uscire dalla crisi ci vuole una visione del futuro. Bisogna comprendere il nesso fra le tre crisi che abbiamo di fronte, quella finanziaria, quella energetica e quella ambientale. Il carbone e il petrolio, che hanno animato la prima e la seconda rivoluzione industriale, sono in fase di esaurimento, un ciclo di crescita che si pensava come inesauribile è finito. E nel frattempo emergono i danni ambientali prodotti dall´uso dei combustibili fossili perché il carbonio, accumulato sotto terra in milioni di anni e rilasciato all´improvviso in atmosfera, sta modificando il clima».

Insomma abbiamo tre crisi invece di una.
«Ma la somma delle tre crisi offre una possibile soluzione. A patto di sostituire la speranza alla paura, di abbandonare la logica dei divieti e di guardare all´obiettivo da raggiungere: far decollare le aziende impegnate nell´edilizia sostenibile, nelle fonti rinnovabili, nelle telecomunicazioni, nella chimica verde, nella logistica a emissioni zero, nell´agricoltura biologica. La difesa dell´ambiente è un formidabile motore di sviluppo e di occupazione, non un peso: in Italia può dare centinaia di migliaia di posti di lavoro».

Eppure in molti, dovendo tagliare le spese, fanno cadere la scure proprio sugli investimenti ambientali: il governo italiano era arrivato a ridurli del 90 per cento.
«Vuol dire tagliare via il futuro, restare impantanati. Bisogna fare il contrario: traghettare l´economia dalla parte del nuovo perché siamo nel mezzo di un passaggio epocale, il salto dalla seconda alla terza rivoluzione industriale. Il nuovo modello si basa su cinque pilastri: le fonti rinnovabili; la trasformazione delle case in centri di produzione di energia grazie alle micro centrali domestiche; l´idrogeno per immagazzinare l´energia fornita dal sole e dal vento durante i momenti di picco; la creazione delle smart grid, che sono l´Internet dell´energia; le auto con la spina. È una rivoluzione che si completerà entro la metà del secolo».

Tempi lunghi, non scoraggiano gli investimenti immediati?
«No, perché il processo è già iniziato e sia i pericoli da evitare che i vantaggi da ottenere sono presenti qui e ora. Dagli anni Settanta a oggi il numero degli uragani più gravi è raddoppiato. E nell´agosto del 2008, per la prima volta da 125 mila anni, si poteva navigare attorno al Polo Nord perché i ghiacci si erano fusi».

E i vantaggi?
«Faccio un paio di esempi. Rendere più efficienti le case negli Stati Uniti costerebbe 100 miliardi di dollari l´anno ma permetterebbe di risparmiare energia per 163 miliardi di dollari l´anno. E la mobilità, nell´era in cui l´attenzione si sposta dalla proprietà all´accesso alle reti, offre analoghe opportunità. Zipcar, la più importante società di car sharing, in un decennio di attività ha aperto migliaia di sedi per mettere le auto condivise a disposizione dei suoi clienti: cresce del 30 per cento l'anno e nel 2009 ha fatturato 130 milioni di dollari».

Non c´è il rischio che questa prospettiva affascini i paesi più industrializzati, mentre gli altri continuano a produrre e inquinare sulla vecchia strada?
«La cronaca ci racconta una storia diversa: in Cina si moltiplicano le battaglie per conquistare uno spazio libero all´interno delle reti globali, in Nord Africa abbiamo visto che dittature brutali sono state rovesciate attraverso il tam tam dei social media. Il potere laterale, cioè il diritto all´accesso alle reti dell´informazione e dell´energia è la nuova frontiera capace di mobilitare la generazione di Internet. Oggi lo scontro non è tra destra e sinistra ma tra un modello accentrato, autoritario e inefficiente e un modello basato sul decentramento, sulla trasparenza e sulla libertà di accesso alle reti».

Postilla

Giustissima le tesi di Rifkin. Il fatto è che, per ottenere quel risultato, la locomotiva non può essere costituita un sistema economico che ha nella produzione di merci finalizzata alla massima accumulazione di profitto il suo obiettivo determinante. Uscire dalla triplice crisi (che è la crisi del capitalismo) senza uscire dalle finalità del sistema capitalistico non più facile che far passare un cammello (o anche un topo) dalla cruna di un ago.

24 ott 2011

Alla fine ci salva sempre la cara vecchia agricoltura

Di Carlo Petrini, 23.10.2011
«Per garantire il futuro non sarà tanto questione di quali tecnologie ci inventeremo, ma in quale paradigma le vorremo calare». La Repubblica, 22 ottobre 2011

Premettendo che ogni previsione su come sarà il mondo tra duecento anni è un esercizio che si lascia volentieri ai premi Nobel, la visione nel nuovo libro di Robert B. Laughlin offre spunti interessanti. Il tema è l´energia, ma soprattutto l´agricoltura. La tanto bistrattata agricoltura, ritenuta da moltissimi un settore marginale, data così tanto per scontata da essere trascurata, lasciata per troppo tempo e con troppo potere in mano a un sistema agroindustriale globale che ha finito con il metterla in ginocchio, prima nei paesi poveri e ora anche in quelli ricchi. E sempre con effetti nefasti per ambiente, contadini e consumatori.

Laughlin sostiene che tra due secoli l´agricoltura sarà fondamentale per continuare a garantirci la vita. Dice che il settore agricolo sarà il principale produttore di energia nell´era post-fossile. L´idea di coltivare oceani e deserti per non far entrare in competizione cibo ed energia è molto affascinante e neanche tanto fantascientifica. Però bisogna ricordare che il cibo stesso è energia, perché ci nutre e ci fa muovere e perché cresce grazie alla fotosintesi clorofilliana, dunque all´energia del sole. L´agricoltura è sempre stata, lo è oggi e sempre sarà ciò che ci garantisce la vita.

Una volta presa coscienza di questo assunto banale ma un po´ troppo spesso dimenticato, va però fatto un discorso su come dovrebbe essere l´agricoltura del futuro. Che si debba cambiare profondamente, che la si debba rinnovare è un atto dovuto anche per il palese fallimento del modello intensivo-industriale che ha dominato l´ultima metà di secolo. Che l´interazione tra produzione di cibo e produzione di energia sia già nelle cose è dimostrato poi da come facilmente molte aziende agricole facciano già le due cose insieme. Il problema è che quando prevalgono la concentrazione, l´inseguimento di presunte economie di scala, l´idea per cui l´agricoltura è come uno qualsiasi dei settori industriali - e risponde alle stesse leggi economico-produttive - cibo ed energia saranno sempre in competizione tra di loro. Non bisogna fare "cibo o energia", ma "cibo e energia". Potremo coltivare gli oceani, i deserti e anche gli altri pianeti, ma senza cambiare il nostro modo di pensare continueremo sempre a risolvere un problema creandone un altro.

Sono sicuro che ci saranno innovazioni importanti in campo energetico, e tecnologie sempre più pulite per sfruttare direttamente o indirettamente l´energia solare (l´unica vera, enorme, sicura, perenne centrale che ci fa piovere addosso, in ogni momento, enormi quantità di energia) con tutte le forme che ne derivano. Ma ci vorrà la consapevolezza che tutto questo andrà realizzato in un sistema complesso che non dovrà più essere governato in maniera centralizzata. Ci vorrà un sistema capillare, diffuso, in cui le comunità e le persone diventano produttrici di cibo ed energia prima di tutto per se stesse e poi per gli altri, in rete tra di loro. È necessaria una democratizzazione della produzione energetico-agricola, con tecnologie accessibili che si diano come obiettivo primario la sostenibilità dei processi e non la possibilità di realizzare speculazioni. Già ora vediamo come biogas e fotovoltaico, che potrebbero essere dei modi perfetti per integrare la produzione agricola a livello aziendale, in nome del profitto e dei grandi numeri possano diventare altamente insostenibili, ponendosi come alternative, e non complementari, a un´agricoltura che così com´è risulterà sempre perdente, siccome non riesce più a generare entrate dignitose per i contadini. Per garantire il futuro non sarà tanto questione di quali tecnologie ci inventeremo, ma piuttosto in quale paradigma le vorremo calare.